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Referendum giustizia, stop al voto per i fuori sede (sperimentato già per due anni): la Commissione boccia l’emendamento: la protesta del Pd

28 Gennaio 2026 - 14:03 Sofia Spagnoli
referendum definitivo dato quorum falasca
referendum definitivo dato quorum falasca
La segretaria dei giovani democratici, Virginia Libero: «Non possono essere criminalizzate le persone che si trovano in questa condizione. Non è una colpa essere fuori sede»

La data del referendum sulla giustizia si avvicina e oggi, alla Camera, si è compiuto un primo passo verso il calendario che accompagnerà il Paese alle urne. In Commissione Affari costituzionali, è stato votato il decreto legge sul referendum, che stabilisce le regole per lo svolgimento delle consultazioni: dalle modalità di voto, fino all’organizzazione degli appuntamenti elettorali per agevolare la partecipazione dei cittadini. C’era però un tema a cui il centrosinistra guardava con particolare attenzione: l’emendamento sul voto fuori sede, presentato dal Partito democratico.

«Alle scorse Europee la maggioranza ha approvato una sperimentazione che riguardava solo gli studenti. Per i referendum del 2025 l’hanno estesa anche ai lavoratori. Non ci sono scuse per tornare indietro – sottolinea la segretaria del Pd Elly Schlein, intervenendo in conferenza stampa – Non c’è una ragione al mondo per negare il diritto di voto ai fuorisede al referendum». Un invito a «ripensarci» rivolto al centrodestra, dopo che al Senato hanno bloccato una proposta di legge dei dem sullo stesso tema. Appello che però non ha avuto l’esito sperato: durante l’esame degli emendamenti, il punto sul voto fuori sede – su cui il Governo aveva già espresso parere negativo – è stato bocciato.

L’emendamento e le due proposte dem sul voto fuori sede

Il contenuto dell’emendamento, nella sua sotanza, non era così diverso dalle proposte di legge su cui ha lavorato, in due legislature, la deputata Marianna Madia, riformista del Pd, anche lei presente oggi alla conferenza stampa. Un primo provvedimento è decaduto con la fine del governo Draghi. Un secondo testo è stato poi ripresentato, anche grazie al lavoro portato avanti con il Comitato “Voto dove vivo”.

E nonostante il via libera della Camera arrivato nel luglio del 2023, e pur a fronte delle perplessità sollevate da alcuni esponenti del centrodestra, che avevano rimesso al governo il compito di definire le regole entro 18 mesi, il provvedimento si è arenato una volta giunto a Palazzo Madama. Al Senato è fermo dal febbraio del 2024.

«Una proposta a parole condivisa da tutti e a costo zero»

«Ci sono provvedimenti che dividono maggioranza e opposizione – spiega Madia – Poi ce ne sono altri che, almeno sulla carta, unirebbero maggioranza e opposizione, ma hanno dei costi». E infine c’è un terzo tipo: «quelli che mettono formalmente d’accordo tutti i gruppi politici e che non comportano spese». È in quest’ultima categoria che per la dem rientrerebbe il provvedimento sul voto fuori sede. «Anche il deputato di Fratelli d’Italia Fabio Roscani scende in piazza, parlando a studenti e lavoratori fuori sede, sostenendo che il partito di Giorgia Meloni si batte per questo diritto». Da qui la domanda: «Che cosa vedono i cittadini? Vedono che c’è un provvedimento su cui tutti siamo d’accordo, ma che non viene approvato». «A questo punto – aggiunge – spetta alla maggioranza trovare argomenti per spiegare perché questa proposta resti ferma».

«Ci eravamo illusi che fosse un problema anche per la destra»

La segretaria ha poi precisato che nel Pd sono «tutti determinati a far avanzare la proposta di legge di Madia», che «punta a rendere il voto dei fuorisede strutturale, senza dover tornare sul tema a ogni tornata elettorale». «Siamo in un Paese che ha visto l’astensionismo superare il 50 per cento. Ci eravamo illusi che fosse un problema sentito da tutte le forze politiche, evidentemente ci sbagliavamo. Per la destra e per Giorgia Meloni non è così, ma possono ancora stupirci votando i nostri emendamenti. Il nostro è un appello a Meloni e alla destra a ripensarci».

La giovane democratica: «Non è una colpa essere fuori sede»

L’appello è arrivato anche da Virginia Libero, segretaria dei giovani democratici, che in più occasioni ha portato avanti questa battaglia. Un focus sui problemi strutturali che affliggono il nostro paese e che portano le persone ad allontanarsi da casa: «Ci sono circa cinque milioni di italiani, tra lavoratori e studenti, che si spostano all’interno del Paese e vivono in un luogo diverso da quello di residenza: non possono essere criminalizzate le persone che si trovano in questa condizione. Non è una colpa essere fuori sede».

«Non è una scelta fatta a cuor leggero – prosegue – Ci si sposta per studiare, per lavorare, per migliorare se stessi e il Paese, per creare più ricchezza e più cultura». E spesso si è costretti a farlo: «C’è chi si sposta perché nel proprio territorio gli ospedali e i servizi sanitari non sono sufficienti; chi si sposta per studiare perché il corso che desidera non è disponibile; e chi si sposta per lavorare perché nel proprio territorio non vengono offerte opportunità occupazionali».

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