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Sanremo, Enrico Nigiotti: «Sono contento di essere stato scartato l’anno scorso. Questo brano ha un valore aggiunto». L’intervista

09 Febbraio 2026 - 19:10 Gabriele Fazio
Il 13 marzo il cantautore toscano proporrà il disco Maledetti innamorati, il sesto della sua carriera

Il brano con cui Enrico Nigiotti si ripresenta al Festival della Canzone Italiana di Sanremo si intitola Ogni volta che non so volare. Si tratta di una ballad romantica, senza ritornello, un brano forse impegnativo per il vasto contesto iperpop architettato da Carlo Conti, ma molto intenso e che certamente potrà confermare lo spessore del cantautore toscano. Di sicuro farà venire la curiosità di ascoltare Maledetti innamorati, il disco che uscirà il 13 marzo, il sesto di una carriera grazie alla quale è riuscito nell’impresa, oggi sempre più ardua, di crearsi una nicchia di affezionati, nicchia che a fine mese, dopo le prime esibizioni sul palco dell’Ariston, potrebbe anche allargarsi a dismisura.

Quando hai saputo che saresti stato nel cast dei Big, ti sei detto vado a Sanremo per…?
«Io vado a Sanremo con una canzone che per me è molto importante. Ma non vado a Sanremo solo per una canzone, vado a Sanremo con un disco che rappresenta un nuovo percorso musicale. Non mi aspetto nulla, non vado lì con delle aspettative di premi, di vittorie, di classifiche, è una cosa che non mi è mai interessata, io sono felice di andarci perché so che porterà interesse magari anche alle persone che prima mi conoscevano meno».

Cosa c’è da aspettarsi da questo disco e da questo nuovo percorso?
«Si tratta di un disco dedicato a me e tutti quelli come me. Io sono una persona comunissima, sono maledettamente innamorato della vita, dell’amore, dei sogni. Ho fatto un disco dedicato ai romantici, ai sognatori, quelli che non smettono di inseguire quello che amano, anche se la camminata è in salita. Un disco dedicato ai camminatori, ecco. I testi sono stati scritti in viaggio tra Livorno e Milano, quando partivo da casa con già un po’ di nostalgia e al ritorno da Milano a Livorno, con quella gioia per arrivare ad abbracciare i miei figli. Quindi è un disco che ho vissuto a pieno, e io sono felice, non vedo l’ora che esca».

Un disco romantico, dedicato ai romantici, è quasi un atto eroico nella discografia di oggi…
«Io proprio per questo ti dico che servono i romantici, per cercare di non arrendersi al contesto in cui si vive, ma sognare sempre un’altra cosa. Per quanto sicuramente sia un momento difficile, soprattutto a livello politico, credo è giusto non arrendersi. Io se non fossi stato un maledetto innamorato della musica, probabilmente non avrei mai scritto L’amore è, non avrei mai continuato a provarci. Perché alla fine tutto è cominciato a cambiare da quando ho compiuto i 30 anni, quando è nata L’amore è. Prima non ho vissuto di musica, mai. E quindi era un sogno che rincorrevo, più di una volta con le porte in faccia, e un po’ mi stavo arrendendo, perché comunque più si va avanti e più è difficile sognare. Però i maledetti innamorati non si arrendono, credo che l’unico “no” che bisogna ascoltare è quello che diciamo a noi stessi, non quello che ti dicono gli altri. Io fortunatamente non mi sono mai detto “no”. Anche se magari ero lì per lì per farlo, poi alla fine non l’ho fatto. E adesso non posso che ringraziare il mio essere un po’ testardo e anche un po’ folle».

Contratti con le major, Amici, X Factor, Sanremo, Sanremo Giovani, collaborazioni eccellenti, anche un brano per lo Zecchino D’oro…hai accumulato un sacco di esperienza, oggi sei un artista più centrato?
«Più centrato sì, mi sto anche conoscendo meglio io. Quando mi sono rivisto le immagini di Sanremo Giovani del 2015 non ero assolutamente a fuoco, ero molto acerbo. De Gregori ha scritto Rimmel quando aveva ventidue/ventitré anni, era già bello centrato. Io L’amore è, che non sto paragonando a Rimmel, ci mancherebbe, l’ho scritta a 30 anni, ho dovuto aspettare il mio tempo. Però più passano gli anni e più mi sento centrato, più vicino al mio modo di scrivere».

E ti senti anche arrivato a qualcosa?
«Su quello, ti dico la verità, in maniera molto sincera, non per fare il finto umile: non mi sento arrivato. Ma non perché abbia delle aspettative alte, io non ho mai avuto aspettative, io scrivevo canzoni anche quando non mi pagavano per farlo, e tutt’ora, anche se domani dovessi smettere, perché nessuno ascolta più la mia musica, perché se faccio un concerto non ci viene nessuno, o perché io ho voglia di fare altro, questa cosa per me è sempre stata un’esigenza, quindi la farei a prescindere. Credo che non si arrivi mai, è un viaggio e io sono contento di continuare a viaggiare, perché quando arrivi vuol dire che hai finito, il successo è un participio passato».

Carlo Conti ti ha spiegato perché ha scelto il tuo pezzo?
«L’anno scorso mi ero presentato a Sanremo con Tu sei per me e non mi aveva preso. Lui fu molto carino, mi mandò un messaggio in privato, il giorno prima, dicendomi “Guarda, per rispetto, non ti voglio far stare davanti alla televisione: sappi che non ti ho scelto tra i 30”. Io un anno dopo sono contento di questa cosa qua, perché è arrivata Ogni volta che non so volare. Ovviamente non sono San Francesco, quando mi ha detto di no non gli ho risposto, perché non erano belle parole, ma è normale, quando ricevi un “no” non lo capisci mai, non metabolizzi mai subito, non riesci mai a essere maturo; ma è giusto, perché comunque ci rimani sempre male. Adesso io sono contento di non essere stato preso l’anno scorso, perché questa canzone ha un valore aggiunto secondo me».

Hai paura che la tua canzone, che ha bisogno di attenzione, di respiro, affoghi dentro una playlist così vasta?
«Non ho mai avuto quella paura, tant’è che ho scelto di andare con quella. Ho canzoni nel disco che sono bellissime, secondo me, ad esempio focus track, Maledetti Innamorati, che ha il ritornellone, etc. etc. Però volevo andare a Sanremo con una veste che fosse un po’ diversa e con un brano che secondo me facesse la differenza».

Che intendi per differenza?
«Per me la differenza non vuol dire classifiche, premi, etc. etc., ma il fatto che non abbia un ritornello paradossalmente è già qualcosa che ti lascia un attimo sorpreso. E il testo poi è molto importante, parla di me, ma parla un po’ di tutti. Poi la cosa bella di Sanremo è che ci sono tante diversità, ascolti un pezzo che magari può essere più semplice, più orecchiabile, e poi un altro che tratta una cosa più importante, magari è meno ballabile, meno cantabile. Quindi nessuna paura, l’unica che ho avuto in vita mia è quando non facevo questo di mestiere. Adesso non ho paura, è un mestiere particolare, tutti i giorni può essere l’ultimo giorno o il giorno che ti cambia la vita per sempre, oggi è un attimo, ma io me la godo così, sono otto anni che vivo completamente di questo e non c’è cosa che mi rende più felice, per cui non mi pongo mai problemi. Però se devo rischiarmela la rischio un po’ come voglio io, ecco, senza seguire determinate regole».

Coraggiosa anche la scelta di cantare En e Xanax di Samuele Bersani la serata dei duetti…
«Secondo me tutti, quando pensano a Bersani, pensano a Giudizi universali, che è un capolavoro. Però, insomma, anche En e Xanax non è da meno. Mi piaceva l’idea di sfruttare il fatto che quell’esibizione non contasse per la gara e fare cultura. Posso permettermi di dirlo perché è una canzone di un altro: secondo me En e Xanax, come tante altre canzoni di Bersani, andrebbe studiata nelle scuole, come anche le canzoni di Niccolò Fabi, che io adoro. Io appartengo alla generazione che fa da ponte tra quella che viene prima, quella di Bersani, e quella che viene dopo, quella appunto di Alfa, che è un altro artista che stimo tanto. Quella sera potremo permetterci di arrivare alle orecchie anche di ragazzini di 15, di 14, 16 anni, che magari non conoscono questa canzone. Tra l’altro ha un testo incredibile, parla di problemi mentali, quindi è un argomento delicato ma ancora attuale. Io la vedo più così. Poi è chiaro, se sei fedele a Bersani ti sembrerà strano, io sono un Vaschiano, io quando sento cantare Vasco non ce la faccio, chiunque sia, nemmeno io riuscirei a farlo perché per me Vasco è Vasco, però la cosa bella della musica è che è di tutti».

Completa la frase: “Se vinco Sanremo…”
«Mi sveglio e capisco che non è vero».

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