Sanremo, Michele Bravi: «Nella musica c’è tanta competizione, ma torno al Festival senza paura». L’intervista

Michele Bravi ha solo 31 anni ma il pubblico italiano lo conosce da tanto tempo. Così il suo è uno dei volti più familiari scelti da Carlo Conti, la canzone che canterà alla sua terza volta in gara tra i big del Festival della Canzone Italiana di Sanremo si intitola Prima o poi ed è una piccola opera dalle tinte colorate, senza che l’ex X Factor abbia messo da parte l’intensità grazie alla quale è riuscito a ritagliarsi una sostanziosa fetta di affezionatissimo pubblico. Una canzone che apre la pista al prossimo album, cui uscita è prevista in primavera.
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Appena sei stato annunciato come big di Sanremo ’26, hai detto adesso: “Torno a Sanremo per…”?
«Sai cosa? C’era questa canzone che porterò sul palco che è un po’ la testa d’ariete di tutto un progetto musicale che è estremamente sinfonico, è proprio pensato per l’orchestra. Ho mandato la canzone perché ho pensato: “Sarebbe meraviglioso presentarlo proprio lì”. Poi negli anni Sanremo ti insegna anche un po’ di stoicismo, cioè se succede bene ma se non succede si va avanti lo stesso. Io, ti dico la verità, ero abbastanza disincantato quest’anno sulla mia partecipazione, quindi ero partito sereno in viaggio, ho scoperto di essere a Sanremo tre giorni dopo l’annuncio perché stavo in un posto senza segnale. Io credo che, te lo dico proprio senza ironia e senza pudore, alla fine noi artisti non abbiamo niente da dire che non sia già stato detto, cerchiamo solo di dirlo al meglio e Sanremo è un modo per dirlo bene. Ma io non mi voglio mettere dietro una cattedra preannunciando: “Ora vi dico questa cosa che nessuno sa”, io non c’ho niente da dire di diverso da quello che le persone già sanno, ma mi piace l’idea di presentare questa canzone, raccontare l’ironia con la musica là sopra, insieme a quell’orchestra. Non so se dovrei vendermi meglio e dire “Ho un messaggio incredibile”, la verità è che vado a Sanremo per una soddisfazione professionale, personale, quello è un palco che ti permette di entrare nella casa di praticamente tutti gli italiani. Quindi, perché no?».
Prima o poi contiene uno dei versi più belli di questa edizione di Sanremo ’26: “Dovresti vergognarti che dopo anni non la smetti di mancarmi”. Sarà banale, ma come nasce?
«Questa è la canzone della goffaggine, di quel momento lì in cui vorresti far tutto giusto però poi arriva la vita che ti ricorda che sei storto, che non va bene niente, che non era come te l’eri immaginato, ma in maniera buffa però, in maniera non tragica. Quel “Dovresti vergognarti” in realtà nasce in uno di quei momenti della vita in cui vuoi dire qualcosa a cui tieni tantissimo, allora te la prepari la sera prima e poi arrivi lì, la dici e ti esce male. Quando vuoi fare un complimento a una persona però suona un po’ male capito? Io di solito sono molto tecnico poeticamente sulla costruzione delle metriche, dei suoni, delle assonanze, della rotondità delle parole, stavolta invece io volevo proprio portare la lingua colloquiale, dare voce alle parole dette con grande goffaggine e tenerezza insieme».
Sarebbe curioso sapere se l’hai mai detta a qualcuno e come l’ha presa?
«Guarda, potrei aver detto di peggio! Perché soprattutto su di me c’è sempre un’aspettativa! Che ne so, quando devi scrivere un bigliettino d’auguri, io sono quello che del gruppo a cui tutti dicono: “Scrivila tu la dedica!”, e a me sale sempre l’ansia da prestazione. Dico: “Ragà, fermi perché io per scrivere un disco ci metto tre anni, non è che in cinque minuti posso improvvisare un bigliettino!”. no? Quindi sicuramente l’avrò detta, ma avrò detto pure versioni peggiore di questa».
Tu torni per la terza volta al Festival, c’è qualcosa che ti spaventa?
«No, che mi spaventa no. Trovo difficile ricordare quello di mezzo, perché erano gli anni del Covid, quelli sono stati dei Festival un po’ diversi. Il pubblico era contingentato, noi eravamo sempre chiusi, sempre davanti a un computer. Il mio primo Sanremo ero molto piccolo, non avevo idea di che cosa stessi affrontando, per me Sanremo era qualcosa di mitologico, avevo un po’ la sindrome dell’impostore, pensavo: “Ma che ce sto a fa’ qua?”. Adesso non c’è paura perché non c’è aspettativa. C’è attenzione a portare un bello spettacolo, non voglio paragonarmi a chi fa dei mestieri che salvano veramente le vite, però gli artisti hanno il dovere di regalare un momento di riflessione, un sorriso, lo scorcio su un immaginario. Ecco, io spero di poterlo fare bene, che chi guarda da casa dica: “Oh, non so se mi è piaciuta la canzone, però quell’immaginario l’ho visto e forse forse mi ha interessato”. Un po’ di ansietta c’è ovviamente, perché esibirsi davanti a quei milioni di spettatori un po’ fa impressione, però c’è anche tanta gratitudine, come quando un ragazzino fa un disegno e, anche se fa schifo, corre dalla mamma per farglielo vedere. Io ho fatto questo disegno, che è questa canzone, non lo so se fa schifo, però lo porto davanti a tutti per chiedere se vogliono attaccarlo sul frigo».
Carlo Conti ti ha spiegato cosa gli è piaciuto del tuo pezzo?
«Non ne abbiamo parlato, io tutte le volte che lo vedo gli dico: “Tu sei matto!”, perché questo è un brano tecnicamente molto complesso, io non so se uno che ascolta lo nota o meno, ma a livello di scrittura ha un disegno armonico che non appartiene alla musica pop, sembra più un brano per musical, quando l’ho mandato c’era la possibilità di un’esclusione per il tipo di impatto su chi ascolta, avevo il timore potesse effettivamente creare un po’ di ostilità rispetto a quel palcoscenico. Io non so perché l’ha scelto, però son contento che l’abbia fatto. Sto cercando a mio modo, senza presunzione, senza obiettivi particolari, di reinterpretare il cantautorato nel pop».
Temi che le particolarità del tuo brano possano rimanere affogate in una playlist così larga?
«Più che timore è consapevolezza, ma non lo dico con pessimismo, io ho iniziato che ero bambino, da ragazzino uno deve trovare se stesso, devi capire qual è il tuo ambiente. Adesso a 31 anni, bene o male, io conosco i miei territori di credibilità, so dove sono performante, dove sono credibile. So che il genere musicale che rappresento in questo momento non va di moda, però non me ne faccio un cruccio. Quando ho fatto Il diario degli errori era un momento in cui quel genere musicale era un po’ un trend, quindi ho avuto la fortuna di essere nel posto giusto al momento giusto. Potrei farmela anche questa paranoia, è che non sono credibile in altri ambienti, non li so scrivere, non li so rappresentare».
Per la serata delle cover sei andato sul sicuro con Domani è un altro giorno di Ornella Vanoni accompagnato da Fiorella Mannoia…
«Fiorella è proprio una mia amica, ci sentiamo quasi quotidianamente. Quando ho mandato la canzone per Sanremo le ho detto: “Guarda Fiorella, non succede. Ma se succede, sappi che a febbraio sei impegnata”. Io volevo fare un Sanremo a conduzione familiare, nella musica purtroppo c’è tanta competizione e io non sono mai stato competitivo, non la so gestire quella cosa lì, quando canto per me è importante che lo sguardo di chi sta davanti sia uno sguardo amico, io ho difficoltà a cantare con qualcuno di cui non ho stima umana, al di là della stima artistica. Per quanto riguarda la canzone, Ornella Vanoni è una delle artiste che più mi ha influenzato, il suo repertorio mi ha dato tanto, questa commistione con la Francia e poi col Brasile, questa sua narrativa, l’ironia malinconica… e io sono andato a scegliere quello che per me è un po’ il manifesto del repertorio di Ornella. Io Ornella non l’ho mai conosciuta, nemmeno da lontano, io porto su quel palco il racconto di Ornella da ascoltatore, da qualcuno che il suo repertorio se l’è divorato, se l’è goduto, e Fiorella mi ha raccontato Ornella in un’altra chiave, quella umana, cosa c’era dietro quel talento, perché come io faccio le telefonate a Fiorella, Fiorella faceva le telefonate a Ornella, quindi il racconto di questa canzone è tra un ascoltatore e un’amica. Poi io con Fiorella cado in piedi, io potrei anche far schifo durante la cover, tanto c’è fiorella che renderà tutto bello».
Finisci la frase: “Se vinco Sanremo…”?
«Vado comunque a dormire per tre giorni almeno, poi ci penso. Per tre giorni però devo dormire, ho un sonno arretrato che va avanti dall’annuncio. Io poi non festeggio i compleanni, non festeggio niente, quindi dirò serenamente ai ragazzi: “Tutti in camera mia che si dorme!”».
