Sanremo 2026 porta la storia del Festival a un bivio: è più importante la musica o lo show tv?

Che Sanremo 2026 sia stato bocciato all’unanimità da pubblico e addetti ai lavori è ormai indubbio. Le opinioni stanno a zero, lo dicono i dati, che non possono, non devono, essere ricevuti e analizzati con sufficienza, come una normale flessione. Però nemmeno essere messi al centro del dibattito, perché la matematica della tv, a differenza di quella che si impara a scuola, diventa del tutto un’opinione. Perché Sanremo 2026 è andato peggio di Sanremo 2025, ma meglio di Sanremo 2023, che era andato comunque meglio di Sanremo 2024, «che al mercato mio padre comprò». Le canzoni di Sanremo 2026 su Spotify sono calate di oltre il 32% rispetto lo scorso anno, però reggono la media dei precedenti Festival sulle altre piattaforme. E c’è sempre un modo di spiegare un numero. Il target della singola piattaforma, il momento storico della tv, perfino il meteo, essendo stato spostato il Festival a fine febbraio, quindi con giornate migliori fuori dalla finestra. Tutte discussioni per distrarre, per radere al suolo eventuali polemiche e andare davanti ai giornalisti e annunciare al Paese che, nonostante una gigantesca quantità di persone abbiano preferito una passeggiata o una serie tv, siamo tutti estremamente felici.
Tutto sbagliato (non solo le canzoni)
È così che si manda in vacca un’analisi: sfinendola, finché ognuno non torna alla propria vita perché, grazie al cielo, non è Sanremo tutto l’anno. Ma non può funzionare così, non questa volta, perché la debacle di Sanremo 2026 era inevitabile e non dipende, come tanti hanno pensato, dai nomi dei cantanti in gara. Non dipende, come i giornalisti hanno avvisato all’indomani dei preascolti, dalle canzoni. Intendiamoci, i nomi sono stati sbagliati e le canzoni di un livello talmente basso da non essere, in alcuni casi, degni del palco dell’Ariston, in uno o due casi nemmeno essere degni di un palco. Punto. Nomi e canzoni di Sanremo 2026 sono solo le conseguenze, inevitabili, di un modo di pensare il Festival del tutto sbagliato. Sbagliato anche qualora i numeri ci riferissero di un consenso bulgaro.
Ritorno al passato
Che il Festival della Canzone Italiana di Sanremo, come format, necessiti, per forza, di una rinfrescata, non susciterà l’indignazione di nessuno. L’impressione è che la Rai stessa non capisca le potenzialità del suo stesso prodotto, decidendo, consapevolmente, di farlo girare con il freno a mano tirato. Perché le indicazioni del quinquennio Amadeus, quello che qualcuno, specialmente il pubblico, rimpiange, sono state chiare e incredibilmente ignorate da Carlo Conti. Proprio Conti, che con il Sanremo dell’anno scorso, vinto da uno semi-sconosciuto (al pubblico tv) come Olly, seguito da un vero sconosciuto come Lucio Corsi e un cantautore cresciuto e pasciuto negli splendidi meandri dell’indie italiano come Brunori SaS, ha in qualche modo portato a compimento la rivoluzione di Amadeus. Per poi tornare quest’anno drasticamente, drammaticamente, sui propri passi riportandoci, al netto di qualche rarissima eccezione, agli anni peggiori, quello dei Festival di Sanremo televisivi, quei Festival che non interessavano più a nessuno.
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Il bivio
Sanremo 2026, è opinione abbastanza comune tra gli addetti ai lavori, ha posto la kermesse dinanzi a un bivio oltre il quale non si dovrebbe andare. La domanda è molto semplice: il Festival della canzone italiana di Sanremo è un evento televisivo o un evento musicale? Nessuna accusa, basta mettersi d’accordo, perché la soluzione minestrone, o «bouquet», per citare Carlo Conti, non funziona, e oggi abbiamo anche dei dati a supporto per dimostrarlo. Tra share in calo e brani che non streammano l’impressione è che da questo modus operandi non ci guadagni nessuno. Sicuramente non gli artisti, già in sospetta fuga quest’anno dalla kermesse, e chissà che fouetté en tournant dovrà tirare fuori quel gran pezzo di ballerino di Stefano De Martino, sorretto nel ruolo di direttore artistico da una non specificata squadra di esperti di musica, per convincere i big che Sanremo è ancora un format credibile.
L’opzione musica
Se decidiamo che il Festival di Sanremo è un evento musicale – e anticipiamo che è questa la nostra opinione – allora qualcosa deve cambiare. Le canzoni devono essere scelte e votate esclusivamente da un’Academy, così come funziona per qualsiasi riconoscimento in ambito culturale degno di questo nome (Oscar, Grammy, etc…etc…), e poi la palla, una volta chiuso il sipario, passa alle radio, alle piattaforme, soprattutto al pubblico. Sanremo si deve prendere la responsabilità di vetrina più importante della discografia italiana, deve cambiare il patto con il pubblico che no, assolutamente, mai, deve essere accontentato, assecondato, ultracoccolato, deve semmai essere arricchito. Sanremo non può essere schiavo di un dato, di una percentuale, perché influisce troppo sulle inclinazioni dei successivi 12 mesi della discografia, soprattutto da un punto di vista economico. In questo modo si innesca un vortice al ribasso di preoccupante entità. Parliamo di ciò che sputano fuori le casse delle nostre autoradio, di quello che ascoltano in cuffia i nostri figli, letteralmente della colonna sonora della nostra vita. Quest’anno Conti ha organizzato una passerella di nomi, la qualità delle canzoni non è stata nemmeno presa in considerazione. E questa è l’ipotesi migliore, perché se davvero Conti si è esaltato con Elettra Lamborghini (che andava bene, Emma Nolde no, «Io scelgo le canzoni» ha avuto la faccia tosta di dire), se non si è reso conto dell’infinita quantità di inutili doppioni o di inutili canzoni che niente hanno fatto se non allungare il brodo fino a orari folli, allora possiamo certificare che il ruolo di direttore artistico non è fatto proprio per lui. Perlomeno questo, per un po’, chissà quanto, speriamo tanto, è un problema che ci siamo messi alle spalle.
L’opzione tv
Se invece decidiamo che il Festival di Sanremo è un evento televisivo, nessun problema, però anche in quel caso diverse cose devono cambiare. Per esempio la Rai dovrebbe assumere un team di autori in grado di mettere in piedi un varietà che sia degno del più costoso show del palinsesto, tutto, italiano, o perlomeno andare oltre il solito livello Boris. Sorvolando sugli errori tecnici, tra microfoni che non partono, grafiche che partono in anticipo, nomi e titoli storpiati. Sorvolando su come tematiche di un certo rilievo sociale come la guerra siano state affrontate secondo molti sbrigandosela sommariamente come un compitino da svolgere male e malvolentieri. Sorvolando su battutacce sessiste da bar poco prima di ospitare sul palco Gino Cecchettin. Sorvolando sul fatto che le idee erano talmente poche e scadenti che Conti ha tappato i buchi lasciati dalla musica con altra musica, vedi soprattutto i collegamenti con il palco Suzuki in piazza Colombo per le esibizioni di alcuni dei cantanti della scorsa edizione o Max Pezzali in crociera a largo di Sanremo; cose che porteranno sicuramente qualche spicciolo a Rai Pubblicità ma cui utilità non si riesce a comprendere bene lato divano. Sorvolando su Laura Pausini che sul palco si è confermata, musicalmente e televisivamente, un personaggio di un passato remoto e neanche troppo felice. Tutto forse si è reso particolarmente palese con l’utilizzo dei comici. Un segmento storicamente importante per l’organizzazione del Festival, ancor di più se la vigilia è stata condizionata da polemiche come quelle che hanno riguardato l’ingaggio di Pucci. Senza voler entrare in analisi qualitative, non è questo il punto, Lillo, Alessandro Siani e Nino Frassica non si capisce in che modo siano stati guidati dentro la drammaturgia di questo Festival. Lillo ha declinato le gag di Posaman in versione musicale e l’urlatore di mambo è una cosa che il largo pubblico conosce dai tempi di LoL nel 2021. Da Siani nessuno si aspetta alcunché, ma di certo il gioco di parole con gli artisti non è una roba alla Louis CK, e Frassica non ha fatto altro che quello che fa settimanalmente ospite da Fazio da almeno una decade. E il ruolo degli autori qual è stato? “F4: entra il comico e fa una cosa divertente”? Se Sanremo vuole essere inteso come un programma televisivo allora che qualcuno tiri fuori una narrativa televisiva degna di questo nome, altrimenti non ci libereremo mai di questa palpabile noia che si fa ancor più esasperante quando le canzoni della playlist sono una più brutta dell’altra.
La richiesta della Sala stampa
Se decidiamo che il Festival di Sanremo è un evento televisivo allora si accolga la richiesta arrivata direttamente da parte della Sala stampa di essere tenuta fuori dalle votazioni ufficiali, in modo tale, tra l’altro, da dare maggiore risalto a un ruolo che la Sala stampa ha già, ovvero il Premio della Critica Mia Martini che – vi sveliamo – per molti artisti in gara vale decisamente più della classifica finale. Che senso ha far votare una Sala stampa composta da quasi duecento giornalisti quando di questi a occuparsi di musica giornalmente, rimanendo di manica larga, ce ne sono forse una trentina? Se Sanremo si presenta come evento televisivo nazionalpopolare, che abbia il coraggio di esserlo fino in fondo. Si vince con il televoto: punto. Anche se il televoto funziona con dinamiche schizofreniche, che niente hanno a che fare con la musica.
La proposta
E quindi la proposta è: che il popolo voti quello che gli pare e che dieci, cento, mille Sal Da Vinci, Jalisse, Povia, Marco Carta, Valerio Scanu, ma anche, per l’amor di Dio, Mahmood, Diodato, Marco Mengoni, Roberto Vecchioni si godano senza pensieri la propria vittoria come cantante che più di tutti, attraverso una canzone qualsiasi, alle volte di straordinaria bellezza, alle volte proprio no, è risultato il più simpatico della comitiva. E così sia. Ma prendete una decisione e prendetela in fretta, perché il giocattolo scricchiola.
