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Iran, la guerra spaventa anche i trumpiani. Parlano due ex collaboratori del governo: «Ha sbagliato i calcoli, ora rischia il pantano»

17 Marzo 2026 - 22:06 Serena Danna
Shenker trump Noronha
Shenker trump Noronha
L’ex responsabile Medio Oriente del dipartimento di Stato David Shenker e Gabriel Noronha, ex inviato speciale sull’Iran durante la prima presidenza Trump, spiegano a Open come il regime di Teheran sia ferito e indebolito ma ben lontano dalla sconfitta: «Non ci sono fratture nel regime». Operazione poco pianificata e non c’è via di uscita.

A tre settimane dall’inizio dei bombardamenti in Iran, sono in tanti a chiedersi se la guerra scatenata da Stati Uniti e Israele contro il regime degli ayatollah sia destinata a diventare un nuovo pantano globale.
Nonostante le rassicurazioni della Casa Bianca che continua a raccontare al mondo di una imminente vittoria americana, nazioni alleate e cittadini temono le ripercussioni economiche e sociali di una crisi che va avanti senza un obiettivo chiaro. Un disagio che si manifesta anche dentro al mondo di Trump, una coalizione eterogenea che mette insieme neoconservatori, repubblicani e Maga, in cui iniziano a sollevarsi le prime voci critiche. Le dimissioni del direttore del centro Usa antiterrorismo Joe Kent sono il primo segnale chiaro di malumori all’interno della coalizione ma non l’unico. «Il presidente aveva inizialmente parlato di cambio di regime, ma non stiamo vedendo fratture e divisioni, né defezioni dalle forze armate», spiega a Open David Schenker, che durante la prima amministrazione Trump è stato responsabile della politica mediorientale del Dipartimento di Stato. Secondo Schenker è molto difficile riuscire a rovesciare un regime senza prevedere un attacco via terra, quello che in gergo militare si definisce “boots on the ground”: «Uno dei pochi casi è stata la guerra del Kosovo – racconta dal suo ufficio del Washington Institute dove è tornato con la fine del primo governo Trump – ma anche lì la campagna aerea del 1999 non portò a un cambio immediato: Milosevic cadde solo più di un anno dopo».

Il primo bombardamento al quartiere generale iraniano che uccise Ali Khamenei

Un regime ferito, non sconfitto

Il diplomatico loda l’impresa militare di Usa e Israele, ma non nasconde scetticismo sulla capacità di controllo della risposta iraniana: «Alcuni obiettivi sono stati raggiunti, ma lo Stretto di Hormuz è chiuso e molto pericoloso, i nostri partner del Golfo sono stati colpiti, così come obiettivi civili, nodi energetici e infrastrutturali». Da un lato, dunque, attacchi precisi capaci di mettere in ginocchio l’architettura nucleare e la struttura del regime, dall’altro l’ombra della guerriglia di un nemico caparbio che, spiega Schenker, «emerge ferito ma ancora pericoloso».

Anche Gabriel Noronha, che durante la prima amministrazione Trump seguiva il dossier Iran come inviato speciale, ha un approccio ambivalente sull’operazione. Il regime è stato «fortemente indebolito e il programma nucleare quasi distrutto», ma ci sono due rischi all’orizzonte: «Il primo – illustra a Open – è il costo di lungo periodo per il commercio globale e l’impatto sui consumatori in tutto il mondo. Il secondo riguarda la capacità degli Stati Uniti di porre fine alla guerra alle proprie condizioni visto che il regime iraniano ha già fatto capire che sono pronti a continuare per anni».

L’orologio economico della guerra

I trumpiani non vogliono un altro Iraq, ma – con le elezioni di Midterm dietro l’angolo – ancora di meno un’economia globale in crisi per le scelte interventiste di un presidente che aspirava al Nobel per la pace. Da quando Usa e Israele hanno attaccato Teheran, il traffico marittimo nello stretto di Hormuz – dove passa un quarto del petrolio via mare – è crollato del 90%, facendo schizzare i prezzi della benzina, al punto che i principali Paesi importatori sono stati costretti ad attingere alle riserve strategiche. Come ha scritto Mohsen Khezri sulla rivista della London School of Economics, lo Stretto di Hormuz è diventato «l’orologio economico della guerra»: «Una chiusura di breve durata provoca uno shock petrolifero, ma una chiusura prolungata si traduce in uno shock inflazionistico e demografico. Sebbene le riserve strategiche di petrolio possano far guadagnare tempo, non renderanno una guerra prolungata economicamente innocua».

L’ultimo bombardamento iraniano a Doha

Dalla “massima pressione” all’attacco militare

Noronha è stato tra gli architetti della cosiddetta strategia di “massima pressione” contro l’Iran. «Il nostro approccio – spiega – aveva tre pilastri: pressione economica, isolamento diplomatico e minaccia credibile di deterrenza militare. Era una politica di dissuasione, oggi si è scelta la coercizione militare». Ma cosa ha spinto l’amministrazione a cambiare strategia? Secondo l’esperto, in questi anni l’Iran «ha sviluppato missili balistici a lungo raggio che potrebbero colpire sia l’Europa che gli Stati Uniti» e ha «rifiutato negoziati seri con Washington». Ma non è tutto: «Il regime ha ripetutamente cercato di uccidere il presidente e i suoi principali consiglieri. Il Dipartimento di Giustizia ha arrestato diverse persone coinvolte in complotti contro il governo americano. Questi episodi hanno contribuito a cambiare la percezione di Trump del regime iraniano: da minaccia regionale a minaccia quasi esistenziale».

Una ricostruzione confermata da Morgan Ortagus, fino a pochi mesi fa vice inviata speciale degli Stati Uniti per il Medio Oriente sotto la guida di Steve Witkoff. Intervenuta a un incontro alla Harvard Kennedy School, Ortagus ha affermato che ad accelerare la decisione di Trump sarebbero stati proprio «i complotti per assassinare il presidente Trump, l’ex consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton e l’ex segretario di Stato Mike Pompeo». Prima della guerra dei 12 giorni dello scorso giugno, «il presidente desiderava un accordo con il regime ed era disposto a concederglielo», ha affermato Ortagus, che ha partecipato in prima persona ai negoziati. «Ma poi ha realizzato che l’Iran stava semplicemente prendendo in giro gli Stati Uniti».

Perché Trump ha cambiato idea sull’Iran

Nelle interviste a Open, Noronha e Schenker ridimensionano l’interpretazione di Joe Kent secondo cui Trump sarebbe stato trascinato in guerra da Netanyahu. Se per Noronha, «sono stati i continui massacri della popolazione iraniana e la minaccia dei missili balistici a convincere il presidente ad attaccare Teheran prima del previsto», Schenker azzarda che «la narrativa secondo cui Netanyahu starebbe manipolando Trump è una forma più o meno esplicita di antisemitismo».

Durante la conferenza stampa del 16 marzo, per la prima volta Trump ha dichiarato che nessuno aveva immaginato un attacco iraniano agli Stati del Golfo. Una dichiarazione che non convince gli esperti: «Non penso che si siano preparati adeguatamente. La pianificazione militare è stata molto buona – sottolinea Noronha – ma la pianificazione economica e logistica molto meno. Si è fatto poco per evacuare gli americani dalla regione o per scortare le petroliere nello Stretto di Hormuz».

Schenker, che da anni segue la politica di tutta la regione, incalza: «Sono decenni che gli iraniani minacciano di chiudere lo Stretto di Hormuz quando vengono attaccati». Anche colpire «obiettivi finanziari, energetici, infrastrutturali e civili» del Golfo è da sempre uno strumento di pressione del regime iraniano: «Molti di questi Stati – continua – avevano cercato negli ultimi anni di ridurre l’escalation. Avevano lavorato per ristabilire relazioni diplomatiche con l’Iran, riaprire ambasciate, sviluppare scambi economici e relazioni più normali. Ma niente di tutto questo li ha protetti. E ora c’è da chiedersi se Dubai continuerà ad essere percepita come la “Monaco del Golfo Persico”».

Il “giorno dopo” che nessuno ha pianificato

Di certo, la squadra del presidente ha avuto un ruolo importante nelle scelte della Casa Bianca: «Trump ha un segretario alla Difesa che esegue le sue decisioni invece di cercare di frenarlo e un esercito più assertivo e meno vincolato dalla burocrazia», spiega Noronha. Emerge un modo di operare molto diverso da quello che ha caratterizzato la prima amministrazione: «Le persone che si occupano della pianificazione sono state ignorate, ridimensionate o indebolite. Il Dipartimento di Stato, le agenzie di intelligence, da quello che so, non sembrano aver avuto alcun ruolo nella campagna».

Una lettura condivisa da Schenker: «La leadership di allora, e certamente quella del Dipartimento di Stato sotto Pompeo, era composta in gran parte da repubblicani tradizionali. Pompeo riempì il Dipartimento di esperti e ascoltò i loro consigli. Quelle persone non erano “guerrafondai da salotto”, credevano nell’uso della forza quando necessaria per difendere gli interessi americani, e nella cooperazione con gli alleati». Nella nuova amministrazione Trump – che in politica estera vede un triumvirato composto dal presidente, dal ministro degli Esteri Marco Rubio e dal ministro della Difesa Peter Hegseth – il processo decisionale sarebbe invece «concentrato nelle mani di cinque o sei persone che non hanno grande esperienza». L’ambasciatore lo spiega così: «Hanno ridotto il cosiddetto “red teaming”: la fase in cui gli esperti discutono scenari alternativi e confrontano i piani per migliorarli, analizzando tutte le conseguenze».

Cinque persone al posto di un sistema

Schenker ricorda quando il Pentagono pianificò per un anno intero l’invasione dell’Iraq: «Costruimmo una coalizione, cercammo il sostegno di tanti Paesi e del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. E comunque fu difficilissimo». Trump stavolta ha cercato gli alleati solo per chiedere loro di difendere lo stretto di Hormuz, ricevendo indietro dei sonori no. Una reazione che non sorprende gli ex collaboratori del presidente: «Pochissimi alleati sono stati consultati. E molti capi di Stato non sapevano nemmeno cosa stesse per succedere», dice Schenker. A chi sostiene che Trump in fondo non faccia altro che portare avanti la tradizione interventista dei falchi neocon, uno degli uomini chiave di quella fase risponde così: «Nell’amministrazione Bush c’era una base intellettuale per quello che si faceva. Si poteva essere d’accordo o meno, ma esisteva. Avevamo avuto l’11 settembre, migliaia di persone morte in un solo giorno, eravamo stati attaccati sul territorio americano. Credevamo nell’idea che bisognasse porre fine agli Stati che sponsorizzavano il terrorismo». Non andò bene, e in molti temono che anche stavolta l’America non abbia imparato dai suoi errori.

(in copertina Shenker e a destra Noronha)

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