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Reza Pahlavi: «Pronto a tornare in Iran per guidare l’ultimo assalto al regime»

16 Aprile 2026 - 04:37 Alba Romano
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Il figlio dell'ultimo Scià di Persia sostiene che il regime oggi sia più fragile e che con il sostegno internazionale sia possibile una transizione non violenta in Iran

Reza Pahlavi si presenta a Roma con un messaggio che ha il tono di un appello e insieme di una sfida politica. Figlio dell’ultimo scià di Persia, oggi tra i volti più noti dell’opposizione agli ayatollah, sostiene di essere «pronto ad andare in Iran» per guidare «l’ultimo assalto al regime», a condizione che esistano «condizioni di sicurezza» e aree protette da cui operare.

L’Iran è in ostaggio

Pahlavi, che è stato intervistato da Repubblica ma è anche stato ospite di Bruno Vespa, descrive un Paese «in ostaggio», in cui la recente offensiva aerea condotta da Stati Uniti e Israele sarebbe stata accolta «bene dagli iraniani», quasi come «un intervento di soccorso umanitario». Una lettura che ribalta la narrativa prevalente in molte cancellerie europee e che merita cautela: le reazioni della società iraniana restano difficili da verificare in modo indipendente, anche a causa del blocco delle comunicazioni e della repressione interna.

Il sostegno internazionale

Secondo il figlio dell’ultimo Scià, il regime sarebbe oggi più fragile che in passato: «Le fratture si moltiplicano, nella burocrazia e fra i militari», afferma, indicando nei Guardiani della rivoluzione il vero centro del potere, ormai trasformato in una «dittatura paramilitare». In questo scenario, la possibilità di un collasso non sarebbe legata solo a pressioni esterne, ma anche all’iniziativa interna: «Siamo noi iraniani la forza di terra, ma abbiamo bisogno di essere sostenuti».

Il sostegno internazionale è infatti il punto centrale del suo intervento. Pahlavi ha chiesto esplicitamente all’Europa di cambiare approccio e di affiancare l’opposizione iraniana, evocando precedenti storici: «Sostenete la nostra liberazione nazionale come avete fatto con Walesa in Polonia, Mandela in Sudafrica, con Zelensky in Ucraina».

La ricetta di Pahlavi

Sul piano diplomatico, l’ex erede al trono invita a non separare i negoziati sul nucleare e sulla sicurezza regionale dalla questione dei diritti umani: «Il regime non ferma la guerra contro il popolo: arresti, torture, esecuzioni». Per questo, insiste, «queste violenze devono entrare nei negoziati». E rilancia una linea dura verso Teheran: espulsione dei diplomatici, chiusura delle ambasciate e una pressione internazionale «forte» per proteggere i civili.

Lo spartiacque globale

Non manca una visione per il “dopo”. Pahlavi parla di una transizione «non violenta e inclusiva», aperta anche a chi abbandonerà il regime, ma con processi per «chi ha commesso gravi crimini». E immagina un Iran diverso anche negli equilibri regionali: «La caduta del regime sarà uno spartiacque globale», capace – nelle sue parole – di stabilizzare il Medio Oriente e trasformare il Paese in un partner energetico per l’Europa.

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