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L’aiuto della Cina all’Iran per attaccare le basi Usa, la scoperta del Financial Times: così i satelliti di Pechino guidavano i missili dei Pasdaran

15 Aprile 2026 - 13:33 Giovanni Ruggiero
Vista satellitare attacco all'Iran Usa Israele
Vista satellitare attacco all'Iran Usa Israele
Ci sarebbe una gigantesca ombra cinese sui raid di Teheran alle basi militari americane, secondo il quotidiano britannico. Come funzionava la rete di spionaggio che permetteva attacchi mirati da parte delle Guardia della Rivoluzione

Teheran ha usato un satellite cinese per sorvegliare e colpire le installazioni militari americane in Medio Oriente. La rivelazione arriva dal Financial Times, che ha ottenuto documenti militari iraniani dai quali emerge come i Guardiani della Rivoluzione abbiano acquisito alla fine del 2024 il dispositivo TEE-01B, lanciato nello spazio dalla società cinese Earth Eye Co. Un acquisto che ha cambiato radicalmente le capacità di intelligence dei Pasdaran, garantendo immagini ad alta risoluzione, superiori a quelle del satellite iraniano Noor-3 già in dotazione.

Come funzionava la rete di spionaggio satellitare cinese

Oltre al satellite, i Guardiani della Rivoluzione hanno avuto accesso alle stazioni terrestri commerciali di Emposat, azienda con sede a Pechino specializzata nel controllo e nella gestione dei flussi di dati satellitari. Un sistema integrato che ha permesso all’intelligence iraniana di monitorare con continuità lo schieramento americano: posizione dei mezzi, cambiamenti nell’assetto difensivo, coordinate di tiro da aggiornare in tempo reale. Interpellata dal Financial Times, l’ambasciata cinese a Washington ha respinto ogni accusa, definendo le informazioni pubblicate «disinformazione basata su congetture e insinuazioni».

Le basi Usa finite nel mirino: da Riad a Gibuti

I dati raccolti hanno consentito ai Pasdaran di tenere sotto osservazione un arco geografico vastissimo. Tra i siti monitorati figurano la base aerea Prince Sultan in Arabia Saudita, fotografata tra il 13 e il 15 marzo prima di uno strike missilistico che ha danneggiato seriamente diversi velivoli, incluso un aereo-radar Awacs e alcuni aero-cisterna. Nel mirino anche la base Muwaffaq Salti in Giordania, Camp Lemonnier a Gibuti, l’aeroporto di Duqm in Oman, le strutture della Quinta Flotta americana in Bahrein e obiettivi nel Kurdistan iracheno. Parte di questi siti sono stati poi colpiti con droni kamikaze o missili. Come osserva Guido Olimpio sul Corriere della Sera, la mancanza di bunker adeguati per aerei e personale ha reso i bersagli facilmente individuabili dalle immagini satellitari.

La Cina e l’arsenale condiviso con Teheran

L’assistenza spaziale, smentita con forza da Pechino, si inserisce in una cooperazione militare e tecnologica molto più ampia. La Repubblica Popolare ha venduto all’Iran sistemi di difesa antiaerea e per le comunicazioni, ha supportato insieme alla Corea del Nord lo sviluppo di missili a lungo raggio e ha fornito tecnologia dual use. Nei mesi scorsi sono circolate indiscrezioni sull’invio di materiali per la produzione di combustibile missilistico, mentre dopo il conflitto di giugno non si è esclusa la fornitura di nuove centrifughe in sostituzione di quelle distrutte dai raid israeliani e americani. Secondo fonti citate dal Corriere della Sera, Teheran avrebbe inoltre chiesto a Pechino supporto nel campo del controspionaggio, ottenendo agenti dell’Ufficio Nove dei servizi cinesi, considerati tra i più esperti nel settore.

Il messaggio politico dietro le rivelazioni

L’inchiesta del Financial Times arriva in un momento cruciale sul piano diplomatico nei rapporti tra la Casa Bianca e Pechino. Donald Trump ha fatto slittare a maggio l’atteso incontro in Cina con Xi Jinping, a cui il presidente americano avrebbe scritto una lettera perché smetta di inviare aiuti militari a Teheran, «dopo aver sentito e visto notizie “ovunque”» sul presunto aiuto militare cinese all’Iran. Le rivelazioni del quotidiano britannico sono viste dagli analisti come un segnale americano di avvertimento per Pechino, come sottolinea il Corriere. La Cina da parte sua non sembra intenzionata all’immobilismo, visto che, come ricorda lo stesso Ft, entro il 2025-2026 ha in animo di disporre di oltre 500 satelliti con capacità di intelligence e sorveglianza, con richieste all’Unione Internazionale delle Telecomunicazioni per schierare fino a 203.000 dispositivi in orbita bassa.

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