No, l’assenza di vapore nell’ammaraggio della capsula Orion non prova alcun complotto

L’ammaraggio della capsula Orion nell’Oceano Pacifico è diventato oggetto di una teoria del complotto basata su un uso improprio dell’Intelligenza artificiale. Secondo alcuni post virali, il fatto che non si veda una nuvola di vapore al contatto con l’acqua dimostrerebbe che il video sia un falso. La “prova” sarebbe un calcolo effettuato tramite ChatGPT. In realtà, si tratta di una conclusione errata che ignora le leggi della fisica e la dinamica del rientro atmosferico.
Per chi ha fretta:
- Un contenuto virale sostiene che il video del rientro della capsula Orion sia falso perché mancherebbe il vapore acqueo all’impatto con l’oceano.
- La tesi si basa su calcoli teorici di ChatGPT che ipotizzano una vaporizzazione istantanea di oltre 800 metri cubi d’acqua.
- L’IA non tiene conto della reale temperatura superficiale al momento dell’impatto né delle proprietà dei materiali ablativi dello scudo termico.
- Al momento dello splashdown, la capsula è già rallentata dai paracadute e il calore residuo non è sufficiente a generare il “nuvolone” previsto dai complottisti.
La teoria del complotto virale
La condivisione in oggetto riporta la seguente didascalia:
Allora, la capsula Orion, al momento dell’impatto con l’acqua, secondo la narrativa, doveva essere ad una temperatura di circa 200 gradi.
Ho chiesto alla AI, fornendole le dimensioni ufficiali di Orion, se l’impatto della capsula a quella temperatura, avrebbe dovuto generare VAPORE VISIBILE e in che termini.
La AI mi ha fatto 300 calcoli che non vi riporto, ed è arrivata alla seguente conclusione :
“Sì, un oggetto di queste dimensioni che cade in mare produce una reazione immediata di vaporizzazione, generando una NUVOLA DI VAPORE ACQUEO il cui volume totale può superare gli 800 METRI CUBI (O T T O C E N T O METRI CUBI) man mano che l’oggetto si raffredda completamente.
Se consideriamo solo il calore “istantaneo” ceduto dalla superficie esterna durante l’impatto (senza contare il raffreddamento totale della struttura interna che richiede tempo), L’EFFETTO VISIBILE sarebbe una NUVOLA IMPROVVISA di circa 10,2 metri cubi di vapore per ogni metro QUADRATO di SUPERFICIE CALDA che entra in contatto con l’acqua.”
Ciò detto, nel video, questo MEGA NUVOLONE non c’è proprio. Come potete vedere. Ma la AI dice che un tale volume di vapore è ben visibile anche a GRANDE DISTANZA.
” La macchia bianca/grigia sul blu del mare offre un alto contrasto, facilitando l’individuazione a grande distanza. “

Perché ChatGPT non è una fonte scientifica
Usare modelli linguistici come ChatGPT per validare tesi scientifiche o complottiste è un errore metodologico. Queste IA possono “allucinare” o assecondare i preconcetti inseriti dall’utente nel prompt (la domanda), come confermato da diversi studi sulla tendenza delle IA a dare ragione all’interlocutore per coerenza testuale. In questo caso, l’IA ha eseguito calcoli basati su presupposti incompleti: ha considerato un trasferimento di calore teorico istantaneo tra un blocco solido generico e l’acqua, ignorando la realtà ingegneristica della capsula.
Cosa succede davvero durante il rientro e l’impatto
Durante il rientro atmosferico, la capsula Orion raggiunge temperature estremi (fino a 2.800 °C) a causa dell’attrito, trasformando l’aria circostante in plasma.
Tuttavia, lo scudo termico è composto da materiale ablativo (Avcoat) progettato per consumarsi e staccarsi, portando via con sé il calore, come spiega a Open il fisico Enrico D’Urso del progetto di divulgazione La Fisica Che Non Ti Aspetti: «Lo scudo termico della capsula Orion è ablativo – spiega D’Urso -, quindi si consuma e anche questo contribuisce a non generare vapore. In aggiunta a ciò quando la capsula rallenta ci mette un po’ per scendere fino al livello del mare grazie ai paracadute. C’è tutto il tempo perché il calore che comunque ha riscaldato la capsula si dissipi. Lo scudo termico dello shuttle invece non era ablativo. Al rientro era come un aereo che “plana”. Qui abbiamo un “sasso che cade”, quindi in prima analisi deve dissipare la stessa energia, ma in meno tempo, quindi raggiungeremo temperature superiori».
Al momento dell’impatto con l’acqua (splashdown):
- La temperatura è scesa: Grazie alla discesa sotto i paracadute, la superficie esterna non è più al picco termico del rientro.
- Massa vs Superficie: Il calore residuo non viene trasferito all’acqua istantaneamente in modo da generare un’esplosione di vapore. L’acqua dell’oceano ha una capacità termica enorme e l’impatto avviene a una velocità di circa 30 km/h.
- L’effetto visivo: Si genera un grande spruzzo d’acqua (splash), ma non una nuvola di vapore persistente, perché il differenziale termico e la velocità di scambio non sono sufficienti a vaporizzare masse d’acqua così grandi in un istante.
La controprova con l’IA
Per completezza, abbiamo interrogato ChatGPT con un approccio neutro e aggiornato, chiedendo conto delle narrazioni complottiste sulla missione Artemis. Il chatbot, se correttamente indirizzato a consultare fonti documentate, chiarisce: «Quando Orion rientra nell’atmosfera a circa 40.000 km/h, l’aria davanti alla capsula non si comporta come una scia da aereo».
Il sistema spiega poi che l’energia viene dissipata molto prima del contatto con l’acqua e che le immagini ufficiali sono coerenti con la fisica del rientro di un veicolo spaziale.
Conclusioni
L’assenza di un “mega nuvolone” di vapore è esattamente ciò che ci si aspetta da un ammaraggio reale. La tesi del complotto nasce da una sovrapposizione errata tra la fase di massimo calore (rientro ad alta quota) e quella di impatto finale, alimentata da calcoli IA decontestualizzati.
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