Crisi energetica, l’opposizione apre all’idea di fare più debito: «Sia per famiglie e imprese, non un euro per le armi»

Le opposizioni non chiudono la porta allo scostamento di bilancio. Ma mettono subito due paletti: «Niente armi e niente manovre elettorali». Alla vigilia dell’approdo in Aula del Documento di finanza pubblica, Pd, Movimento 5 stelle e Avs – come lo scorso anno – lavorano a una risoluzione unitaria. E in queste ore il ragionamento tra i capigruppo di minoranza è il seguente: se il governo vuole chiedere margini in Europa per affrontare lo shock energetico e sostenere il sistema produttivo, siamo pronti a discutere. Se invece lo scostamento dovesse diventare un contenitore indistinto per finanziare promesse di fine anno, spese militari o “marchette elettorali”, la risposta è no. «Questa sarà la linea espressa nella risoluzione», spiegano diversi esponenti del centrosinistra.
Le differenze tra Pd M5s e Avs
Si lavora alle ultime limature, per tradurre il concetto in una formula capace di tenere insieme tutte le sensibilità delle opposizioni. Avs è la più tiepida: «Se lo scostamento dev’essere uno strumento in mano a una Meloni disperata per tentare di avere soldi, anche no grazie», puntualizzano. Più deciso il Pd: «Stiamo lavorando a un’ipotesi di scostamento che sia finalizzato specificamente ad aiutare famiglie e imprese», spiegano ad Open. Vero anche che, in Europa, la sinistra sta aprendo alle richieste dell’Italia di maggior flessibilità. Il punto su cui insiste il M5s, invece, è la difesa: «Non un euro per le armi o non lo voteremo mai», è la linea espressa anche in chiaro su X da Stefano Patuanelli.
La partita si giocherà domani mattina a Montecitorio e poi a palazzo Madama, quando il Dfp arriverà in Aula per il voto sulle risoluzioni di maggioranza e opposizioni. Nel frattempo, anche il centrodestra è al lavoro per cercare una sintesi tra la linea più muscolare della Lega – espressa da Claudio Borghi, che nei giorni scorsi ha invocato l’abbandono unilaterale del Patto di stabilità – e l’impostazione più prudente degli alleati e dello stesso ministro dell’Economia, il leghista Giancarlo Giorgetti.
In audizione ieri davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato, il titolare del Mef ha evocato la possibilità di attivare gli articoli 25 e 26 del nuovo quadro europeo di governance economica: la clausola generale di salvaguardia e quella nazionale, prevista per circostanze eccezionali. Nessuna rottura quindi, ma un percorso da aprire nel rispetto delle regole europee. Anche perché Bruxelles ha già ribadito che non esiste alcuna possibilità per uno Stato membro di uscire unilateralmente dal Patto: le regole fiscali fanno parte del diritto dell’Unione e sono vincolanti per tutti gli Stati membri.
La tensione in audizione
È proprio su questa distinzione che insistono i dem. Fonti del Pd spiegano che il partito ha assunto «un atteggiamento pragmatico e concreto, non ideologico» sul dossier. Ma la precondizione è il rispetto delle istituzioni europee. Dopodiché «la disponibilità allo scostamento c’è, ma solo davanti a carte chiare: quali condizioni, quali impegni, quali misure e per quali obiettivi? A meno di 24 ore dal voto non hanno ancora indicato una misura precisa da finanziare», ragionano. «Si sono incartati. Hanno fatto austerità, ma nemmeno hanno risanato i conti. Se ci fossero risorse per aiutare famiglie e imprese saremmo contenti, ma non hanno un’idea chiara».
Sul fronte difesa, invece, il paletto da inserire nero su bianco nella risoluzione, ci tengono a sottolineare dal M5s, ha avuto come primi sponsor proprio i pentastellati: nessuno scostamento per le armi. Anche Avs non transige: sulla difesa «non se ne parla proprio», mentre «su welfare e sistema energetico una discussione è possibile». E nella risoluzione unitaria, assicurano, sarà scritto chiaramente che l’eventuale deroga «non può servire a costruire una manovra elettorale».
