Ultime notizie Beatrice VeneziCrisi Usa - IranDelitto di GarlascoDonald Trump
ECONOMIA & LAVOROCamera dei deputatiCommissione UEGiancarlo GiorgettiGoverno MeloniLegge di bilancioMedio OrientePatto di stabilitàSenatoSuperbonusUnione europea

Giorgetti e lo sfogo sulle regole Ue: «Si preoccupano della Difesa, ma non della crisi energetica». E rivendica: «Conti in ordine senza austerità»

28 Aprile 2026 - 22:38 Luca Graziani
Giancarlo Giorgetti
Giancarlo Giorgetti
Sarebbe «imbarazzante» dice il ministro dell'Economia alle commissioni Bilancio di Camera e Senato, se l'Italia chiedesse una deroga per le spese militari e non per aiutare imprese e famiglie sulle spese energetiche. E torna a evocare l'ipotesi di uno scostamento di bilancio «per la situazione eccezionale»

«L’Europa si preoccupa per il tema della difesa, ma non capiamo come non valuti allo stesso modo e con lo stesso senso di urgenza il problema di far fronte alla sicurezza energetica e alla sfida portata dalla crisi in Medioriente». Giancarlo Giorgetti torna a rintuzzare Bruxelles sulle regole di bilancio. In audizione sul Documento di finanza pubblica davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato, il ministro dell’Economia difende la linea del governo sui conti pubblici, ma chiede più margini davanti agli shock internazionali. E usa parole nette: «Tenderei a considerare abbastanza imbarazzante l’idea di chiedere una deroga al Patto di stabilità per finanziare le spese per la difesa e non per le spese a beneficio di imprese e famiglie per quanto riguarda l’energia».

Il governo non esclude, infatti, il ricorso alla clausola nazionale di deroga al Patto di stabilità. «Quando ci sono delle situazioni eccezionali, ci sono due articoli fatti apposta», dice Giorgetti, riferendosi alla clausola di deroga generale e a quella nazionale. «Noi riteniamo, e la Commissione per il momento no, che queste situazioni si vadano prefigurando», aggiunge. «Lo scostamento, se lo facciamo, lo facciamo nell’interesse degli italiani e dell’economia italiana e non di noi stessi».

Davanti alle commissioni Bilancio rivendica il percorso di riduzione del deficit, ma riconosce che il quadro è cambiato rapidamente. Guerra in Medio Oriente, tensioni sui prezzi dell’energia, nuove misure tariffarie degli Stati Uniti e incertezza sui mercati rendono più fragile ogni stima sulla crescita. «Sebbene il Dfp arrivi in un contesto segnato da elevata incertezza e volatilità, non abbiamo rinunciato a fare previsioni», sottolinea il ministro. Ma quelle stime, avverte, rischiano di diventare «ben presto obsolete».

Per il 2026 il Pil è stimato allo 0,6%, una previsione «lievemente inferiore rispetto alle precedenti attese». Lo stesso ritmo è indicato anche per il 2027, prima di un rafforzamento moderato nel biennio successivo. A fine 2025, spiega Giorgetti, l’economia italiana sembrava muoversi meglio del previsto. «A consuntivo dell’anno trascorso, l’economia italiana risultava in ripresa, con una variazione congiunturale del Pil positiva e in accelerazione nel quarto trimestre», ricorda. Una revisione al rialzo delle stime era possibile. Poi lo scenario internazionale si è deteriorato.

Il ministro non nasconde la difficoltà. I tempi della crisi, l’andamento dei prezzi energetici e la disponibilità di alcune materie prime restano difficili da valutare. Secondo le stime del Dfp, il peggioramento del quadro internazionale sottrae alla crescita italiana circa due decimi di punto nel 2026, tre decimi nel 2027 e un decimo nel 2028. Accanto alla cautela, però, Giorgetti rivendica il lavoro fatto sui conti. «È importante non perdere di vista un dato sostanziale: questo governo ha ridotto in modo significativo il deficit senza ricorrere a manovre restrittive», afferma. Il rapporto deficit/Pil nel 2025 si è fermato al 3,1%, in miglioramento rispetto al 3,4% del 2024 e sotto il 3,3% previsto dal precedente Documento. Per il ministro è il risultato di «una gestione prudente e responsabile della finanza pubblica», del monitoraggio della spesa e dell’andamento delle entrate.

Ma resta un problema: quel 3,1% è comunque sopra la soglia del 3%, rilevante nel confronto con Bruxelles sulla procedura per disavanzo eccessivo. Qui entra in scena ancora una volta il Superbonus. Giorgetti spiega che il decimale sopra l’obiettivo è dovuto all’emersione di componenti legate alle cessioni dei crediti d’imposta, a loro volta connesse a «comportamenti individuali che si sono connotati per una significativa accelerazione nei primi tre mesi del nuovo anno». Su quei dati, dice, sono in corso verifiche «circa la loro piena conformità ai requisiti previsti». Il ministro auspica che il lavoro del nuovo gruppo interistituzionale e gli approfondimenti con Istat possano essere considerati nell’aggiornamento delle stime di settembre. Il valore stimato del 3,1%, sostiene Giorgetti, «non può mettere in discussione il risultato dell’attento lavoro di monitoraggio e controllo della spesa».

Nella ricostruzione del Mef, il rientro dei conti non ha impedito al governo di finanziare alcune misure considerate prioritarie. Il ministro cita gli interventi fiscali per ridurre il carico sui redditi medio-bassi, gli aiuti contro il caro energia e le misure a sostegno delle famiglie con figli. Sono, dice, «la prova di un impiego attento delle risorse», dentro un percorso di rientro che avrebbe rafforzato la fiducia dei mercati finanziari e dei partner europei.

Il governo, insomma, rivendica la linea della prudenza e insiste nel chiedere spazio di manovra. Giorgetti parla di «realismo»: l’Italia, dice, non sta affrontando dinamiche prodotte dalle scelte dei singoli governi europei, ma «shock esterni che investono in misura trasversale tutte le economie avanzate». Per un Paese integrato negli scambi internazionali e dipendente dalla stabilità energetica, la linea deve essere duplice: consolidare la credibilità dei conti e proteggere famiglie e imprese dagli effetti più destabilizzanti delle crisi. È questa la cornice con cui il Mef porta il Dfp in Parlamento: conti in miglioramento ma crescita ancora debole, Superbonus sempre ingombrante e pressing sull’Ue per non trattare la crisi energetica come un tema minore rispetto alla difesa.

leggi anche