Sorpresa, la sinistra Ue fa asse con Meloni: «Stop al Patto di Stabilità». FdI all’assalto di Sánchez: «Col gas di Putin finanzia la guerra» – I video

Da Strasburgo – L’Europa paga il prezzo, salatissimo, di una guerra che non ha scelto e che non condivide. E il conto arriva a cittadini e imprese, in bolletta o alla pompa di benzina. Causa alla radice: la dipendenza del Vecchio Continente dall’importazione di gas e petrolio dall’estero, spesso e volentieri da Paesi autocratici. Su questo almeno in Ue – destra, centro e sinistra – sono tutti d’accordo. Constatazione di fondo a parte, sulle soluzioni per superare la crisi è battaglia aperta. Il governo di Giorgia Meloni, come noto, chiede da settimane alla Ue di «scongelare» gli strumenti d’emergenza più forti: primo fra tutti l’attivazione della clausola di salvaguardia che consente di derogare ai vincoli del Patto di Stabilità, per tamponare la crisi energetica in deficit. Ad alzare la voce nella maggioranza è soprattutto la Lega, che nei giorni scorsi è arrivata a ipotizzare che l’Italia si sfili da sola dalla «gabbia» del Patto se l’Ue non lo consentirà. Battaglia politica tutta tra la destra sovranista italiana e le istituzioni di Bruxelles? No, perché oggi al Parlamento europeo i Socialisti escono dalla comfort zone e propongono esattamente la stessa cosa. «Bisogna attivare la clausola di salvaguardia del Patto di Stabilità», ha detto in Aula la leader del centrosinistra europeo Iratxe Garcìa Perez nell’enumerare le richieste del gruppo.
Meloni-Sanchez, l’asse e le divisioni
Garcìa Perez è vicinissima a Pedro Sánchez, il premier spagnolo con cui già venerdì al vertice Ue di Cipro Giorgia Meloni aveva costituito un asse inedito per provare a convincere gli altri leader Ue sulla necessità di maggiore flessibilità sulla spesa. Garcìa Perez però è anche la leader del gruppo S&D al Parlamento europeo: parla insomma – almeno in teoria – a nome di tutta la famiglia europea di centrosinistra. Compreso il Pd che sinora, a Roma, s’era guardato bene dall’avallare la richiesta di Meloni all’Ue, godendosi se mai dall’opposizione il delicatissimo scontro tra il governo e Bruxelles. Le altre richieste enumerate dai Socialisti nel dibattito in Aula con Ursula von der Leyen sono più famigliari: tassare gli extraprofitti delle compagnie energetiche; disaccoppiare al più presto i prezzi di gas ed elettricità; riattivare strumenti di sostegno ai lavoratori sul modello del fondo Sure. Soprattutto, tornare a investire con convinzione sul Green Deal. Strada su cui spronano con forza al rilancio pure Verdi e Liberali, che ora addossano alle destre la responsabilità di aver lavorato negli ultimi anni per ritardare e annacquare in ogni modo i provvedimenti Ue per spingere la transizione energetica.
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Verdi e Liberali contro le destre: «Avete fatto a pezzi il Green Deal»
«Parte di questo emiciclo vuole abbattere il Green Deal denunciandolo come strumento ideologico e “patto di decrescita”. Invece ci dà competitività e indipendenza, è quello di cui l’Europa necessitava da 50 anni», rilancia la leader di Renew Valérie Hayer. Mentre i Verdi puntano il dito direttamente contro le responsabilità della Commissione di von der Leyen, venuta in Aula a Strasburgo per ribadire ora l’impegno dell’esecutivo Ue sulla strada dell’indipendenza energetica e dell’elettrificazione del continente: «Bisogna fare, non dire», va all’attacco il leader dei Verdi Bas Eickhout. «Vogliamo disincentivare i combustibili fossili, poi però la Commissione propone di emettere milioni di permessi di inquinamento aggiuntivi. Vogliamo elettrificare, ma al contempo annacquiamo il miglior strumento per elettrificare il parco auto, gli standard C02 per i veicoli. Vogliamo energia autoprodotta e poi facciamo un accordo con gli Usa per importare più gas americano. Tutto ciò indebolisce la transizione energetica, e sono i cittadini a pagare il prezzo, non le imprese energetiche che la Commissione si rifiuta di tassare», accusa il politico olandese.
Procaccini (FdI): «Sanchez primo sponsor della guerra di Putin»
A rispondere alle critiche da destra è Nicola Procaccini, luogotenente di Giorgia Meloni in Ue e leader del gruppo Ecr. Sì, dice Procaccini, l’Europa deve diventare indipendente sul piano economico, smettendo di comprare l’energia da fuori e investendo di più nella capacità di produrne internamente, «ma non solo dalle fonti rinnovabili, anche dal nucleare e sfruttando i giacimenti interni di gas e petrolio». Quanto alla dipendenza dai combustibili fossili stranieri, è il contrattacco del dirigente di Fratelli d’Italia, la prima a predicare bene e razzolare bene è proprio la Spagna. Nell’ultimo mese, «Sanchez ha aumentato del 124% gli acquisti di gas dalla Russia, superando tutti gli altri Paesi membri per importazioni fossili e diventando così il principale sponsor europeo della guerra di Putin all’Ucraina. Geniale!». E rigira il dito nelle piaghe iberiche ricordando come un anno fa esatto la Spagna subì il più grave blackout della storia della Spagna, che paralizzò per ore il Paese e costò indirettamente la vita a 8 persone. Esso «fu causato dalla discontinuità delle fonti rinnovabili», ricorda ora Procaccini. «Non le demonizzo, ma non le mitizziamo come fa la sinistra». Tra Meloni e Sanchez è convergenza d’interessi, non certo amore.
In copertina: Giorgia Meloni con Pedro Sanchez dopo una visita del premier spagnolo a Palazzo Chigi – Roma, 5 aprile 2023 (Ansa/Filippo Attili)
