Fondi anti-crisi, tassa sulle criptovalute e un nuovo Pnrr per la difesa: così Giorgia Meloni va a caccia di risorse Ue

Sarà la guerra, sarà lo scivolone sul deficit, sarà il referendum perso e l’anno elettorale alle porte. Fatto sta che nel governo Meloni qualcosa negli ultimi giorni è cambiato: il rapporto con l’Unione europea, e la sua narrazione agli italiani. Per tre anni e mezzo Giorgia Meloni ha smentito ogni timore degli osservatori internazionali accreditandosi (con successo) come paladina della stabilità dei conti, partner super-affidabile, leader di un Paese in grado di fare i «compiti a casa».
D’altra parte l’Italia poteva contare sulla manna del Pnrr, oltre 194 miliardi di euro tra prestiti e contributi a fondo perduto per sostenere grandi progetti di rinnovamento sociale, energetico, infrastrutturale. Quella scarica di risorse sta per esaurirsi però (giugno 2026) proprio nel momento in cui sull’economia mondiale (e italiana) si addensano le peggiori nubi da anni. È stato l’Fmi a chiarire che se la crisi Usa-Iran perdura si consoliderà la peggio crisi energetica dal dopoguerra e l’economia globale andrà verso la recessione.
Senza materie prime, legata ai flussi turistici, l’Italia è soggetto fragile. E così ora Meloni ha cambiato tono, tornando a interpretare il ruolo di premier italiano che in Europa ben conoscono: quello che va a caccia di risorse esterne o di maggiori spazi di manovra fiscale per sbarcare il lunario. E il nuovo copione prevede una serie di battaglie, da combattere sul breve ma anche sul medio periodo, anche con alleati «inaspettati».
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Il braccio di ferro con l’Ue sulla crisi energetica
Il tema più stringente nell’immediato è ovviamente quello dello spazio fiscale da «conquistare» per combattere gli effetti della crisi energetica. La Commissione Ue ha dato qualche primo segnale, annunciando col piano AccelerateEU l’intenzione di consentire ai Paesi membri di dare aiuti di Stato alle imprese nel quadro di «misure temporanee di emergenza».
Bene, ma non basta, ha detto Giorgia Meloni a margine del vertice dei leader a Cipro. Per il semplice fatto che «sappiamo che quando si parla di aiuti lo spazio fiscale non è lo stesso per tutti»: tradotto, ne beneficerebbe chi ha le spalle larghe come la Germania, non chi si muove in spazi strettissimi come l’Italia. Per questo l’Italia continua a chiedere molto di più: la sospensione del Patto di Stabilità, idealmente, perché (ancora Meloni) «quando ci si muove troppo tardi il prezzo da pagare è più alto». Versione diplomatica di come la mette giù da giorni Matteo Salvini: «Il paziente lo devi curare prima che la malattia diventi grave, non quando è moribondo».
La Commissione quello scenario continua a escluderlo, come confermato ancora oggi da Valdis Dombrovskis. L’obiettivo più realistico potrebbe essere allora quello di ottenere la possibilità di scorporare dal computo del deficit le spese per l’energia. E su questo oggi è uscito allo scoperto un altro leader europeo con cui Meloni raramente fa asse, lo spagnolo Pedro Sanchez. «Abbiamo chiesto l’allentamento delle regole di bilancio per gli investimenti energetici come fatto per la difesa e una tassa sugli extraprofitti delle major dell’energia per finanziare una risposta volta a proteggere aziende e cittadini dall’aumento dei prezzi dell’energia», ha detto Sanchez a Cipro.
La battaglia sui fondi fino al 2034
Meloni stessa parlando coi cronisti a margine del vertice ha confermato l’inusuale asse al tavolo dei leader con la Spagna. Sul tema per ora Emmanuel Macron non si è esposto, forse per negoziare meglio a fari spenti, ma è intuitivo che la Francia – che viaggia con un deficit di bilancio superiore al 5% – sia la prima candidata a fare asse con Italia e Spagna.
Un nuovo asse mediterraneo da contrapporre a quello ortodosso che pare essersi ri-formato sulle sfide finanziarie tra Germania, Olanda, Lussemburgo e altri Paesi nordici. Non solo sulla risposta alla crisi di Hormuz. L’altro grande puzzle che i leader Ue devono comporre nei prossimi mesi è quello del prossimo bilancio settennale Ue, l’architettura dei fondi comuni dal 2028 al 2034. La Commissione ha proposto un nuovo quadro pluriennale da 1.763 miliardi di euro (l’1,26% del Pil aggregato) su cui già si è già aperta la battaglia: il Parlamento europeo lo considera troppo timido e chiede di aumentare le risorse del 10% per dare risposte reali ai cittadini, l’Italia e la Francia ma anche diversi Paesi dell’Est alzano la voce contro le sforbiciate previste ai fondi di coesione e per l’agricoltura. Il fronte dei nordici menzionati non vuole sentire parlare di aumenti degli stanziamenti e chiede se mai di razionalizzare i fondi.
Ad anticipare la carta che l’Italia potrebbe giocare per convincere Merz & co ad aumentare l’ambizione del bilancio è stato questa mattina Carlo Fidanza, capodelegazione di Fratelli d’Italia al Parlamento europeo.
Nuovi fondi Ue, ma con che soldi?
«Vogliamo che aumentino le risorse per fondi di coesione e agricoltura», ha detto Fidanza in un briefing con alcune testate italiane, tra cui Open, «ma questo non deve tradursi in nuove tasse occulte per i cittadini». Che significa? I fondi europei, come ovvio, non si generano “per magia” ma possono derivare essenzialmente da due fonti: o dai trasferimenti finanziari degli Stati membri oppure da “risorse proprie” che l’Ue preleva direttamente.
Per i prossimi sette anni la Commissione ha proposto di aumentare questo finanziamento diretto, pescando risorse da cinque fonti: il sistema di scambio di crediti energetici ETS e i «dazi ambientali» del cosiddetto meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere (CBAM) – strumenti già esistenti – ma anche una tassa sui rifiuti elettronici non raccolti, nuove accise Ue suitabacchi e un contributo forfettario per le grandi aziende che operano in Ue con fatturato annuo superiore ai 100 milioni di euro. FdI si oppone ai balzelli di tipo ambientale, ma – è la novità non scontata per un partito «sovranista» – non all’idea di nuove risorse proprie per l’Ue. «Nella risoluzione del Parlamento europeo che voteremo la prossima settimana ci sono spunti interessanti, per esempio quelli di una tassa sulle criptovalute o sulle scommesse online», ha detto Fidanza.
Il vuoto da riempire dopo il Pnrr
Dulcis in fundo, il capodelegazione FdI ha anche evocato una nuova possibile battaglia di medio termine dell’Italia di Meloni, legata proprio all’esaurimento dei fondi del Pnrr. Per ridare slancio nei prossimi anni alla competitività europea, ha detto Fidanza, «si riapra il capitolo del debito comune, ad esempio sul capitolo sicurezza e difesa», ha detto Fidanza.
Insomma anche sulle spese militari – al di là della deroga Ue per le spese nazionali – ora FdI vorrebbe innestare un’altra marcia, chiedendo aiuto direttamente a “mamma Europa” sulla scorta dell’esperienza del Next Generation EU. La cui eredità, ha osservato ancora il dirigente vicino a Meloni, non deve gravare nei prossimi anni sul bilancio Ue: «I tassi sono stabili, non c’è ragione di prevedere il rimborso degli interessi sul debito all’interno del prossimo bilancio Ue». Quanto allo “strano alleato” Sanchez, oggi il premier spagnolo ha sparigliato in una direzione leggermente diversa, ma convergente, proponendo di estendere i fondi del Recovery di 6 o addirittura 12 mesi oltre la scadenza prevista di giugno 2026.
Foto di copertina: Giorgia Meloni con Ursula von der Leyen dialogano a margine di un vertice europeo – Tirana, 16 maggio 2025 (Ansa/Palazzo Chigi – Filippo Attili)
