Guerre e materie prime, l’esperto Alessandro Giraudo: «Di Trump non ci si può fidare. L’Europa si faccia tanti amici, Russia compresa» – L’intervista
Dal petrolio che transita nello Stretto di Hormuz ai metalli nascosti sotto i ghiacci della Groenlandia, c’è un filo rosso che accomuna le tensioni diplomatiche e le guerre che hanno finito per inceppare il commercio globale negli ultimi anni. Secondo Alessandro Giraudo – docente di “Geopolitica delle materie prime e gestione dei rischi” all’INSEEC di Parigi e autore del libro Materie prime, guerre e dazi (add editore) – il legame è tutt’altro che secondario. Tra transizione energetica e nuove dipendenze, vecchi alleati meno affidabili e nuovi partner da trovare, la sfida – spiega Giraudo in questa intervista a Open – è imparare a muoversi in un mondo sempre più frammentato, dove l’accesso alle risorse è tornato a essere una leva decisiva di potere.

Professore, le guerre che si combattono oggi sono guerre per le materie prime?
«C’è un legame molto diretto tra guerre e materie prime. Prendiamo come esempio ciò che sta accadendo in Medio Oriente: il legame con petrolio e gas è evidente. In Ucraina c’è un cratone, ossia un grande zoccolo geologico vecchissimo, dove ci sono metalli strategici. E infatti, guarda caso, Trump ci ha già messo le mani sopra. In Groenlandia non c’è ancora la guerra, però ci stiamo scambiando dei colpi di cannone diplomatici. Ebbene, in questo Paese c’è un altro cratone molto importante, perché la Groenlandia è una terra molto ricca di metalli. Anche nel Canada occidentale c’è un altro cratone molto importante dove si trovano dei metalli preziosi e dei metalli strategici. E a Washington dicono che vorrebbero rendere il Canada il loro 51esimo Stato».
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Anche il blitz americano in Venezuela sembra avere un legame diretto con il petrolio.
«Certamente, il Venezuela è il secondo Paese al mondo per riserve di petrolio. Anche se va detto che è di pessima qualità. Se noi prendiamo il caso del Medio Oriente, molto spesso basta avere una matita, si fa un buco nella sabbia ed esce del petrolio. In Venezuela, invece, c’è un petrolio che è mischiato con la sabbia, perciò bisogna pulirlo e alla fine del processo costa 60 dollari al barile. Ecco perché le case petrolifere hanno detto a Trump di essere interessate, ma solo a patto che il petrolio sia caro, altrimenti per loro non c’è guadagno».
Torniamo allo Stretto di Hormuz. Al di là di petrolio e gas, quali sono le altre materie prime che rischiano di mancare o costare di più in Europa?
«Parlare di petrolio significa parlare di plastica, che si trova davvero dappertutto e infatti i prezzi stanno esplodendo. Lo stesso discorso vale per il gas: abbiamo un prodotto semplice che si chiama metano e serve per produrre i concimi azotati. Da questo prodotto dipende l’intera agricoltura mondiale, non solo quella europea. In più, dal Medio Oriente arriva oltre il 30% di un gas stranissimo, ossia l’elio, che noi conosciamo perché ci gonfiamo i palloncini per i bambini, ma tutti gli ospedali lo usano per raffreddare i macchinari della risonanza magnetica. Anche in Asia, soprattutto a Taiwan e Corea del Sud, l’elio è molto utilizzato, principalmente per la produzione di microchip».
Quali sono i rischi sul medio-lungo termine della situazione che si è venuta a creare?
«In questa maledetta guerra abbiamo avuto, per la prima volta, la distruzione di centri offshore per la produzione di gas e di petrolio, che ora vanno rimessi in sesto. Il problema è che ci vogliono quattro anni per farlo, quindi noi avremo probabilmente dei problemi di disponibilità fisica del petrolio. In tutte le crisi energetiche precedenti c’era qualcuno che politicamente decideva di chiudere i rubinetti. Questa volta è diverso».
Tra la nave incagliata qualche anno fa nel canale di Suez, la siccità al Canale di Panama e gli attacchi Houthi nel Mar Rosso, la mappa del commercio mondiale sembra diventata un campo minato. Quali sono i rischi?
«Il commercio mondiale è realizzato per il 90% su acqua. Abbiamo dei punti, i famosi chokepoints, che sono diventati più strategici che mai: il canale di Panama, Suez, Hormuz, Bab-el-Mandeb, Malacca, i Dardanelli, Bosforo e così via. Sono sempre stati importanti ma oggi lo sono ancora di più, perché il commercio vale circa un terzo del Pil mondiale. Da quando la Cina è entrata nel Wto, il commercio mondiale è cresciuto, ci siamo scambiati sempre più beni, abbiamo tagliato i dazi e frenato l’inflazione. Ora il commercio mondiale sta frenando anche per i dazi di Trump, che sotto alcuni punti di vista sono una novità».
Nel suo libro, scrive che stiamo passando da una «globalizzazione felice» a un «regionalismo competitivo». Come deve muoversi l’Europa? Meglio tenersi buoni gli Stati Uniti di Trump o guardare alla Cina?
«Bisogna guardare dappertutto. Per molto tempo abbiamo avuto un alleato con cui potevamo ballare, andare a mangiare assieme, aprire bottiglie di vino. Adesso sarei molto prudente, perché gli Stati Uniti hanno deciso che noi europei dobbiamo difenderci da soli e le nostre politiche commerciali e industriali non gli piacciono. In passato, gli Usa erano un Paese amico. Non dico che ci farà la guerra, ma è un Paese su cui credo che dovremmo smettere di contare».
Quali alternative ha l’Europa?
«Negoziare con il Mercosur, con l’Australia, con l’India, rinegoziare con Paesi come la Cina e anche la Russia, che è un grandissimo continente».
Ma la Russia non rischia di essere un partner ancora più inaffidabile degli Usa?
«Certamente. Ecco perché dico che bisogna negoziare con tutti, non solo con loro. Siamo in una posizione debole, quindi faremmo bene ad avere tanti amici che ci possono dare una mano».
Dal punto di vista delle politiche energetiche, la linea dell’Ue è chiara: accelerare su rinnovabili e nucleare per proteggersi da shock futuri. I benefici ambientali sono chiari, ma rischiamo di creare nuove dipendenze?
«È vero, abbiamo una grande possibilità in Italia di approfittare del sole e del vento, però l’80% dei pannelli solari sono fabbricati in Cina. Allo stesso modo, i sistemi che permettono di trasformare il vento in energia dipendono da metalli strategici che ancora una volta produce soprattutto la Cina».
L’Europa sta facendo abbastanza sulle materie prime per accompagnare la transizione verde?
«Non ancora. Siamo sulla buona strada, però bisogna accelerare. L’energia è da sempre un elemento fondamentale dello sviluppo e noi dobbiamo assolutamente risolvere questa terribile equazione e mettere soldi adesso per avere l’energia nel futuro. Sia producendo di più con le fonti verdi, che costano meno, sia sviluppando nuovi accordi internazionali, che sono fondamentali per distribuire i rischi».
Foto copertina: EPA/Fazry Ismail
