Francesca Aldè è stata nel rogo di Crans-Montana ma non ricorda più nulla: «Voglio vedere i video della strage»

Francesca Aldè, 17 anni, studentessa milanese, è la quattordicesima ferita italiana del rogo di Crans-Montana. È stata curata dai medici del San Raffaele ma per mesi il suo nome è rimasto fuori dagli elenchi che contavano le vittime. Oggi a Repubblica racconta di aver bisogno di ritrovare la memoria. E per questo vorrebbe vedere il video della strage. «Tornare a scuola dopo un lungo stop non è stato semplice. Ho dovuto recuperare tutto quello che ho perso per mesi, un compito dopo l’altro, un’interrogazione dopo l’altra. Ho rimediato una sfilza di insufficienze, mi rendo conto che fatico a riprendere il ritmo su tutto».
La smemorata di Crans-Montana
Francesca non ricorda quasi nulla dell’incendio al Constellation: «Non ho immagini di quello che è successo lì dentro da quando tutto ha iniziato a bruciare. Ho rimosso tutto, mi resta solo qualche flash. Tutto si ferma ai momenti prima, ma non ricordo le fiamme, non i miei amici, non quello che ho detto e che mi è stato raccontato solo dopo da chi, come me, ne è uscito vivo. Ma so cosa ho fatto, questo sì». Ovvero: «Ero con tutti gli altri nel second bar del seminterrato. Ricordo di aver ricevuto una telefonata di mia sorella più piccola, Elisabetta, rimasta in coda al piano di sopra. Avevo appena raggiunto Giuseppe ed Elsa (altri due feriti, ndr) seduti sui divanetti, quando ho sentito gridare “fuoco!“».
L’incendio
A quel punto, dice, «ho gridato a tutti che bisognava uscire, ma già di questo non ho memoria, me l’hanno raccontato. Ricordo solo che mentre provavo a correre sulle scale mi hanno spinta, che ho sentito una sensazione stranissima al ginocchio, sono caduta e non riuscivo a rialzarmi, mi era uscita la rotula, me la sono rimessa a posto spingendola per poter camminare. Nemmeno io so come ho fatto». Qualcuno l’ha ripresa mentre usciva dal locale. «Quando sono arrivata al Constellation avevo un paio di jeans e un body a maniche lunghe. Mi si sono sciolti addosso su tutta la parte posteriore del corpo. Ricordo le gocce di schiuma bollenti che mi cadevano addosso, credo siano state quelle. Sono tornata a casa così, mezza nuda, senza una scarpa e sotto shock».
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Il ricordo
Filippo, un altro ferito del suo gruppo, ha deciso di conservare i pantaloni con le tracce di schiuma nera come catrame. Lei no: «Non sopportavo l’odore di fumo che avevano. Non riesco più a sentirlo da nessuna parte, così come non riesco rimanere in un locale al chiuso, sto male». I suoi genitori hanno deciso di portarla in auto al San Raffaele. «Lì per lì la mia schiena non sembrava messa malissimo e in Svizzera gli ospedali esplodevano. Di quel viaggio ricordo il bruciore sempre più forte, la preoccupazione per la mano, avevo toccato qualcosa di incandescente, mi piacerebbe fare l’architetto ed era la destra. Non sapevo ancora nulla dei miei amici».
Il video
Ha riportato ustioni di secondo e terzo grado, oltre ad aver rotto i legamenti. Ma la sua famiglia ha raccontato di averla voluta riportare presto a casa per il timore di infezioni ospedaliere. «Sono rimasta chiusa in casa per oltre due mesi. Da un lato ringrazio mia mamma, medico, che al di là dell’intervento che ho subito mi ha permesso di essere assistita nella mia camera. Dall’altro mi sono sentita sola, lontana dai miei amici. Alcuni gravissimi, al Niguarda. Sono andata a trovarli, abbiamo una chat dove ci sentiamo di continuo». Ma vuole vedere il video della strage: «La mia memoria mi tiene fuori dalla scena. Ho chiesto a mia mamma di farlo per me. Ma ad agosto divento maggiorenne e lo desidero. Non voglio che quei ricordi riaffiorino all’improvviso quando non sono pronta. Mi fanno paura».

