A 13 anni spogliano le amiche con l’AI, le foto sulla chat di gruppo: indagati 15 minorenni. Che cosa rischiano

Un gruppo di ragazzini di Pontedera, in provincia di Pisa, è accusato di aver manipolato le foto pubblicate sui social di alcune coetanee e di averle diffuse via WhatsApp. L’ipotesi, scrive La Nazione, è quella di creazione e divulgazione di materiale pedopornografico. Le immagini delle vittime, scaricate direttamente da Instagram e TikTok, sarebbero state alterate con software di intelligenza artificiale, associando ai loro volti corpi nudi oppure chiedendo di “spogliare” le ragazzine ritratte nelle foto.
La chat di gruppo e le app di AI
Il gruppo WhatsApp su cui ora sono in corso accertamenti includerebbe 15 ragazzini appassionati di giochi online. Insomma, nessuna chat di classe né un gruppo legato a una squadra sportiva. È proprio in quelle conversazioni tra amici che sarebbe nata l’idea di prendere le foto di alcune coetanee, salvarle sui propri cellulari e “spogliarle” grazie ad alcune app basate sull’AI. Le ragazze coinvolte, spiegano gli investigatori, hanno più di 13 anni ma sono comunque minorenni. E i loro profili social erano autorizzati dai genitori, come prevede la legge italiana.
Cosa rischia il gruppo di ragazzini
Non appena le immagini hanno iniziato a diffondersi, le famiglie delle ragazzine sono rivolte al commissariato di Pontedera. Per i ragazzi che hanno già compiuto 14 anni potrebbe configurarsi una responsabilità diretta per il reato contestato. I minori di 14 anni, invece, non sono imputabili. Per loro potrebbero essere coinvolti i genitori e attivati percorsi educativi per far comprendere la gravità di quanto accaduto e le conseguenze sulle vittime.
La pedagogista: «Atteggiamento predatorio, come una baby gang»
L’articolo 600-ter del codice penale punisce la produzione, la diffusione e la detenzione di materiale pedopornografico. Una categoria in cui rientrano anche le immagini create o modificate artificialmente con l’IA. «Gli adolescenti utilizzano il gruppo predatore per mettere in atto certi comportamenti, esattamente come una baby gang. Si sono spostati dall’ambiente fisico a quello virtuale. Ed è peggio perché si sviluppano più ruoli. Conoscono bene il meccanismo che diventa uno strumento di umiliazione eterno per le vittime», spiega a La Nazione Mariana Berardinetti, pedagogista e criminologa.
Foto copertina: Pixabay/Mircea Iancu

