Solo il 40% dei guadagni resta in tasca: le creator di OnlyFans contro la tassa etica. Ecco su quali contenuti si applica

«Alla fine non rimane quasi nulla». Così Caterina Camesasca, conosciuta come Brisen su OnlyFans, descrive l’impatto della cosiddetta tassa etica. Un’imposta che negli ultimi mesi è tornata al centro del dibattito dopo un chiarimento dell’agenzia delle Entrate. Si tratta di un’imposta addizionale del 25% che si applica ai redditi derivanti dalla produzione e distribuzione di contenuti pornografici e che si somma alla tassazione ordinaria. Ma quali sono i contenuti ritenuti “porno”? La tassa si applica solo alle immagini e ai video di rapporti sessuali a due, non ai contenuti più o meno ammiccanti in cui le creator sono ritratte da sole.
Come si calcola la tassa
In concreto, tra imposte sul reddito e commissioni delle piattaforme, il carico complessivo può superare anche il 60 per cento. Martina, creator e madre che preferisce non divulgare il suo cognome, è ancora più diretta: «A queste condizioni non vale più la pena. Metti la faccia, subisci giudizi, e poi ti resta pochissimo». E aggiunge: «Il rischio vero è che tutti vadano all’estero». Caterina racconta che il vero problema «è che spesso non è nemmeno chiaro su cosa venga calcolata la tassa». Una sensazione di incertezza che ritorna anche nelle parole di Giulia Manfredi, creator su Onlyfans nel tempo libero e medico nell’orario di lavoro. «È una tassa molto discrezionale perché dipende da chi hai davanti», spiega. «In alcuni casi ti chiedono persino di contare i minuti di contenuto esplicito nei video, ma non esiste una linea uniforme».
Una norma nata prima del web che oggi si applica ai creator digitali
La regola nasce nel 2005, molto prima dell’esplosione delle piattaforme digitali ed è stata introdotta dal terzo governo Berlusconi. In origine riguardava cartomanti, pornografia e videogiochi violenti, ma nel tempo, l’applicazione si è modificata. Oggi non si applica più ai videogiochi violenti, mentre resta attiva per i cartomanti e per le case di produzione di contenuti per adulti, molte delle quali hanno infatti delocalizzato la loro sede all’estero. «All’epoca piattaforme come OnlyFans non esistevano, quindi per anni è rimasto il dubbio sulla sua applicazione al mondo digitale», spiega l’avvocato Francesco Leone. Una zona grigia chiarita solo nel 2025, quando l’agenzia delle Entrate ha esteso esplicitamente l’imposta anche ai content creator, compresi quelli in regime forfettario. Giulia Manfredi conferma come questa incertezza si traduca in paura diffusa tra i creator: «ci sono molte persone che non si espongono perché temono conseguenze fiscali. Non è una tassa che colpisce solo chi è già sotto i riflettori, ma genera silenzio».
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Regole poco chiare e applicazioni controverse
Oltre alle questioni giuridiche, è l’applicazione concreta a sollevare le maggiori criticità. La norma fa riferimento a contenuti specifici relativi a rapporti sessuali tra adulti consenzienti, ma nella pratica la distinzione è tutt’altro che semplice. «Non lo calcolano davvero», racconta Caterina. «Nel mio caso è stata applicata in modo arbitrario su tutte le entrate, anche su attività che non c’entrano nulla con la pornografia, persino retroattivamente su anni in cui non facevo questo tipo di contenuti». Una situazione che, secondo l’avvocato Leone, rischia di generare un’incertezza applicativa in cui non si capisce più cosa può essere tassato e cosa no. Una situazione che rende difficile per i creator capire come dichiarare correttamente i redditi e difendersi da eventuali contestazioni. Se l’incertezza normativa è un problema, la percezione dei controlli lo è ancora di più. Martina racconta un clima che definisce «sproporzionato». «Hanno fatto controlli entrando nelle case come se fossimo narcotrafficanti», racconta, «hanno clonato telefoni e computer, cercando ovunque informazioni fiscali e personali».
Effetti economici e il rischio di spinta verso l’estero
Le conseguenze sono soprattutto economiche, ma non solo. Sulle piattaforme come OnlyFans, una quota dei guadagni, circa il 20% viene trattenuta dal sito, a cui si aggiungono imposte ordinarie e la tassa etica. Il risultato, in molti casi, è un prelievo complessivo che può superare il 60% dei ricavi. «Non rimani proprio con niente», racconta Caterina. «Io ho sempre usato questi guadagni per finanziare i miei progetti artistici, ma ora mi sento il futuro in pausa». Una situazione che pesa soprattutto su chi ha entrate contenute. Secondo le stime, una larga parte dei creator guadagna poche centinaia di euro al mese, spesso come integrazione ad altri lavori. In Italia si stimano circa 80 mila creator attivi su OnlyFans, e siamo al nono posto nel mondo per presenza sulla piattaforma. «Il rischio è che vengano colpite proprio le persone più fragili dal punto di vista economico», osserva Leone. Ma le conseguenze non sono solo fiscali. Secondo il legale, «il rischio è anche quello di spingere queste attività fuori dal circuito legale o all’estero», come già avvenuto in passato per i produttori di pornografia. Secondo Giulia Manfredi, questo effetto è già visibile: «Molti creator si spostano in Paesi dove la fiscalità è più semplice o meno punitiva». «Il punto», conclude Leone, «è capire se si tratta davvero di una tassa o di una forma di giudizio morale mascherato».
Il nodo giuridico e la battaglia politica in corso
Proprio su questi aspetti si concentra la contestazione legale. Secondo diversi giuristi, tra cui lo stesso Leone, la tassa etica è incostituzionale. «Manca una giustificazione oggettiva: a differenza di imposte su alcol o tabacco, qui non c’è un danno sociale o sanitario che giustifichi una sovratassazione», sostiene l’avvocato. Il nodo riguarda anche il principio di uguaglianza e quello della capacità contributiva. «A parità di reddito, due lavoratori vengono tassati in modo diverso solo per il contenuto della loro attività». A questo si aggiunge un possibile contrasto con la libertà di espressione e con quella d’impresa. Sul fronte politico, il tema è arrivato anche all’attenzione del Partito Radicale, che sta promuovendo una proposta di legge per l’abolizione della norma. «Non è solo una questione fiscale, ma anche culturale e di diritti», sostengono i promotori, sottolineando il rischio di una misura percepita come punitiva verso specifiche attività lavorative. Ma tra i creator emerge un altro problema: la frammentazione interna. Martina dice chiaramente che «il problema è che non c’è coesione. Ognuno pensa per sé e spera che il problema non arrivi». Giulia aggiunge una riflessione simile: «in questo mondo ci sono tante persone, ma poche si espongono davvero. E senza voce collettiva è difficile cambiare le cose». Alla fine, la questione torna sempre allo stesso punto. Come sintetizza Giulia: «Chi decide cosa è etico e cosa no?».

