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Il ritorno di Giusi Bortolozzi: «Non sono una zarina. Ranucci? Forse si candida»

18 Maggio 2026 - 07:20 Alba Romano
giusi bartolozzi
giusi bartolozzi
Non più capo di gabinetto di Nordio ma ancora arrabbiata: «Ammiro chi cerca la verità, ma c’è chi vuole solo orientare giudizi»
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Giusi Bortolozzi è ancora al ministero della Giustizia. Si aggira per via Arenula anche se non è più la zarina. E al Corriere della Sera dice: «Non esistono Zarine nelle amministrazioni pubbliche. Solo responsabilità, definite dalla legge, che mi sono sempre assunta. Resto al ministero perché obbligata, in attesa che le autorità preposte completino l’iter procedurale». Vorrebbe andare a Londra come magistrato di collegamento: «Non mi dispiacerebbe. Ma la mia unica richiesta, formalizzata il giorno stesso, è stata solo di rientrare in ruolo, come impone la legge».

La Zarina

Bartolozzi difende le scelte fatte con Carlo Nordio: «Ingressi e uscite le determina il ministro. C’era un modello lavorativo di attuazione della linea di politica giudiziaria da lui voluta. Il ministero non è una combriccola di amici. Non puoi permetterti personale non in linea o poco collaborativo. È una macchina potente che abbiamo spinto al massimo. Basti pensare alle assunzioni: quasi 2.000 magistrati, 7.000 agenti penitenziari, e 10.000 addetti all’ufficio del processo stabilizzati. Nessuno l’aveva mai fatto. E non sono risorse Pnrr, ma aggiuntive nazionali». Le liti, le urla, le denunce secondo lei sarebbero «bugie. Ma ho spalle forti e ho sempre agito nel rispetto delle Istituzioni che sono stata chiamata a servire. Ammiro chi cerca la verità, ma c’è chi vuole solo orientare giudizi».

Ranucci e il Pd

Sui servizi di Report a lei dedicati dice: «Non mi sorprenderei se Ranucci si candidasse, con il Pd o giù di lì. Quanto alle opposizioni, conosco le regole della politica. Immutata la profonda stima e fiducia per il presidente Meloni. Nei confronti del mio ministro: sempre e per sempre al suo fianco, e sempre un passo indietro». Tranne il giorno che in tv ha invitato a votare «Sì» per levare di mezzo il «plotone di esecuzione». «Non c’era nulla di cui scusarmi. Era una riflessione amara sul rischio di esposizione mediatica anticipata rispetto a taluni accertamenti giudiziari, non un attacco alla magistratura alla quale sono orgogliosa di appartenere. Se davvero fossi andata oltre, il consigliere Csm Marco Bisogni si sarebbe alzato, invece abbiamo concluso serenamente la trasmissione e poi l’ho accompagnato in aeroporto. La frase è stata estrapolata dal contesto».

Almasri

Dice di non voler parlare del caso Almasri: «Non voglio entrarci. Farei lo stesso errore di chi fa inchieste mediatiche. Si parla nelle aule giudiziarie». Ma non è stata «scudata»? «Non l’ho chiesto né mi giova». E perché non ci rinuncia? «Non posso, è una prerogativa che il Parlamento ha esercitato. Non si colpisce l’ultimo anello della catena decisionale per arrivare ai primi. Ma può dare l’idea che qualcosa di male ho fatto. Invece no». Nega però di aver gestito lei il caso: «Ho sempre reso dichiarazioni veritiere del contesto istituzionale e sulla base degli elementi a me disponibili in quel momento. La verità verrà fuori. Non ho fretta. E tranquillizzo chi paventa la prescrizione: vi rinuncerei, non ho mentito».

Minetti

E poi, sulla grazia a Nicole Minetti: «Mai parlato con gli uffici del Quirinale né con l’autorità giudiziaria. Il Dag, il Dipartimento per gli affari di giustizia, ha agito con autonomia. A istruttoria conclusa ho mostrato le carte al ministro. Come è accaduto per le altre grazie». Un solo errore ritiene di avere fatto, «e non me lo perdonerò mai. Non ho colto il tempo, che è tutto in politica, per chiarire subito la frase sul “plotone”. Confidavo in una lettura serena. Invece è stato rilanciato lo spezzone di alcuni giorni prima, subito dopo il video del presidente Meloni sul referendum. Un’operazione studiata a tavolino. E ho involontariamente offerto l’occasione per l’ennesimo, ingiustificato, attacco al governo. Ho imparato la lezione».