«Rivedere le spese militari», anzi no: la retromarcia della destra sul 5%. Fonti Nato: «Tenete la rotta o sarà scontro con Trump»

Rivedere l’obiettivo di spese militari al 5% del Pil, anzi no. Nell’arco di poche ore il centrodestra di Giorgia Meloni prima si rimangia virtualmente l’impegno sottoscritto meno di un anno al vertice Nato dell’Aja. Poi, presto atto probabilmente del rischio di cortocircuito con gli alleati, in particolare gli Usa di Donald Trump, arriva la retromarcia. La richiesta di rivedere quell’obiettivo ambizioso – anzi, «irrealistico» – di spesa militare era scritta nero su bianco nella mozione di maggioranza in vista del dibattito di oggi pomeriggio sulla crisi energetica. Dopo che il caso è finito su molti giornali, tra cui Open, è arrivato l’ordine di rimettere mano al testo. E così nella nuova versione della mozione nel primo pomeriggio sparisce d’incanto la richiesta al governo di rivedere l’obiettivo del 5% e ogni altro riferimento ostile ad aumenti «irragionevoli» della spesa militare. Resta il focus sugli sforzi necessari per affrontare la crisi energetica, e la la richiesta all’Ue di consentire deroghe al Patto di Stabilità per i relativi aiuti a famiglie e imprese – come da lettera di Giorgia Meloni a Ursula von der Leyen.
Fonti Nato: «Avanti con gli investimenti in difesa»
Coincidenza o meno, il dietrofront della coalizione italiana di governo arriva proprio nelle ore in cui dalla Nato fonti anonime ammettono la preoccupazione per le fratture tra Trump e i leader europei e, per evitare che il vertice di Ankara diventi teatro di scontri aperti “consigliano” agli europei di arrivare a quel summit (7-8 luglio) avendo fatto i compiti a casa: «cifre consistenti» di spese per la difesa e progetti e iniziative concreti che dimostrino che l’industria della difesa «è in crescita».
La spinta a rivedere l’obiettivo Nato del 5%
Nella prima mozione depositata al Senato, il centrodestra chiedeva, anzi impegnava il “proprio” governo a «mantenere un impegno realistico e credibile in ambito NATO, confermando il raggiungimento del 2 per cento del PIL per la spesa per la difesa e promuovendo una revisione degli obiettivi più ambiziosi (come il 5 per cento) alla luce della situazione economica e delle priorità nazionali». In un altro passaggio il linguaggio è ancora più duro, ricordando che l’Italia di Meloni ha scelto la strada di «una visione pragmatica che rifiuta obiettivi irrealistici al 5 per cento ma rafforza la componente di infrastrutture critiche e sicurezza energetica». Tradotto: cambiato il quadro internazionale politico ed economico, vanno riviste le priorità d’investimento. Ma quanto sarebbe disposta a spendere dunque ora la coalizione di governo per la difesa? La nuova strategia emergeva in filigrana tra le righe del primo testo benedetto da tutti i partiti di maggioranza – cofirmatari sono Lucio Malan, Adriano Paroli e Simona Petrucci (FdI), Massimiliano Romeo e Massimo Garavaglia (Lega), Stefania Craxi (Forza Italia) e Michaela Biancofiore (Noi Moderati).
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Così il centrodestra rifa i calcoli su energia e difesa
La mozione originaria del centrodestra ricordava fiera come l’Italia si sia allineata nel 2025 al precedente obiettivo Nato del 2% del Pil in spese militari, pari a circa 45 miliardi di euro l’anno. Quanto al nuovo target del 5%, si ricordava nel testo come esso si componga in realtà di due elementi: il 3,5% del Pil in “hard defence” (spese militari in senso stretto), più un ulteriore 1,5% di investimenti complementari «per resilienza e tecnologie dual use finalizzate a proteggere le infrastrutture critiche, difendere le reti, garantire la preparazione e la resilienza civile, innovare e rafforzare la base industriale della difesa». La tesi del centrodestra era che a fronte de quadro economico critico «un impegno di tale portata non può essere affrontato con improvvisazione, né sulla base di logiche emergenziali, potendo, al contrario, tale obiettivo diventare un’opportunità per modernizzare le infrastrutture critiche del Paese, per rafforzare il settore industriale, per investire in tecnologie, con ricadute civili importanti». Benissimo, insomma, attivare spese complementari per «infrastrutture, diversificazione, rinnovabili e nuove tecnologie», che costituiscono «la vera “prima linea” di protezione dei cittadini e delle imprese dai ricatti geopolitici», azzarda la risoluzione. Quel restante 1,5% (oltre al 2 già raggiunto) in spese militari invece può aspettare. L’obiettivo di spesa complessiva può dunque essere realisticamente rivisto, almeno per ora, al 3,5% del Pil. L’impegno preso l’anno scorso al vertice Nato dell’Aja, d’altra parte, è tarato sul 2035.
Nato e Ue, tutti gli impegni da rinegoziare
Di fatto dunque il centrodestra sembrava voler rinegoziare in un colpo solo sia gli impegni di spesa presi in sede Nato che quelli fiscali e d’investimento Ue. La mozione infatti spronava il governo a «proseguire l’azione in sede europea per una maggiore flessibilità del patto di stabilità e crescita, con esclusione o deroga per gli investimenti in sicurezza energetica, transizione e infrastrutture critiche, al fine di sostenere crescita inclusiva e sostenibile senza ricorrere ad austerità procicliche». Di fatto lo spazio fiscale che Roma vuole aprirsi per aiutare famiglie e imprese contro il caro energia verrebbe utilizzato anche per concorrere ai nuovi obiettivi Nato, per la parte di spese complementari in reti, infrastrutture e dintorni. La stessa Meloni d’altronde nella lettera a von der Leyen aveva già ricordato come la sicurezza dell’Europa «non si misura soltanto nella capacità militare», ma anche «nella possibilità per le imprese di continuare a produrre, per le famiglie di sostenere i costi energetici, per gli Stati di garantire stabilità economica e sociale». A quadratura del cerchio, la mozione impegnava il governo pure a «valorizzare pienamente, nell’ambito dei negoziati su Readiness 2030 (nome aggiornato del piano Rearm Europe, ndr) e della bussola strategica europea, il nesso tra capacità difensive nazionali e sovranità energetica, promuovendo l’inclusione delle spese per infrastrutture energetiche e transizione nel computo delle capacità di investimento, e sostenendo un’Europa capace di influenzare lo scenario internazionale attraverso una vera autonomia strategica». Tutte annotazioni sparite nella nuova formulazione del testo.

