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Dietrofront: Giorgia Meloni non è «furiosa» per le pubblicità di Renzi nelle stazioni

22 Maggio 2026 - 05:44 Alessandro D’Amato
giorgia meloni furiosa pubblicità italia viva stazioni
giorgia meloni furiosa pubblicità italia viva stazioni
La premier scrive a La Stampa: la campagna dovrebbe rimanere, io tra le persone più criticate e contestate nella storia d'Italia. La richiesta a Renzi di togliere l'immagine sui treni
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Giorgia Meloni non è «furiosa» per la campagna di Italia Viva nelle stazioni. Quel «Quando c’era lei i treni arrivavano in ritardo» non ha generato richieste di «spiegazioni» rivolte dalla Presidenza del Consiglio al Ministero dei Trasporti. A dirlo è la stessa premier in una lettera a La Stampa. Che ieri aveva raccontato in un retroscena a firma di Ilario Lombardo che Palazzo Chigi era andata all’attacco di Matteo Salvini e dei vertici delle Ferrovie dello Stato. Intanto però proprio Italia Viva denuncia una presunta censura da parte di Grandi Stazioni Retail. Che ha chiesto di cambiare una delle pubblicità. Ovvero proprio quella relativa ai treni. La società replica che la richiesta «risponde a disposizioni» che impediscono attività «lesive del contesto ferroviario».

La lettera di Giorgia Meloni “furibonda”

La lettera di Meloni parte dall’ironia nei confronti di Renzi. «Devo dire che ho trovato la campagna molto efficace dal punto di vista comunicativo e l’ho detto direttamente a chi l’ha ideata. D’altronde, “c’era lei” perché dopo che c’è stato “lui”, quasi nessuno lo ha più votato». Poi si schiera: «la campagna di Italia Viva non dovrebbe essere toccata e dovrebbe proseguire così com’è. Anche perché gli italiani sono molto più intelligenti e consapevoli di quanto si pensi, e sanno distinguere perfettamente tra la propaganda di partito e la realtà delle cose». Anche perché quando al governo c’era Renzi «l’Italia era in condizioni tutt’altro che rosee».

«Criticata e contestata»

Poi la premier sostiene di essere «tra le persone più criticate e contestate nella storia d’Italia. E non mi ha mai spaventato la critica di nessuno, tanto meno quella che può arrivare oggi che sono al Governo da un partito d’opposizione». Ma, ripete, lei non chiama per lamentarsi: «Sono cose che facevano altri prima di me. Io mi occupo dei problemi concreti delle persone, e continuerò a farlo. Quindi, Direttore, la ringrazio dello spazio che vorrà dedicare a questa mia, in attesa di smentire la prossima falsa notizia».

La censura

Intanto La Stampa fa sapere di aver ricevuto un comunicato di smentita da parte del Gruppo Fs. «Non vi è stata alcuna telefonata, lamentela né manifestazione di irritazione da parte del governo o del Mit» sostengono da Fs. Inoltre «è del tutto falso che l’ad Stefano Donnarumma abbia espresso contrarietà, irritazione o lamentele rispetto alla campagna stessa». Il quotidiano dice anche che Grandi Stazioni Retail dal 2016 non fa più parte del gruppo Fs. Ma ne gestisce gli spazi. Mentre su quelli dei principali scali (come la Stazione Termini) la responsabilità è proprio di Rfi. Qualche ora dopo l’uscita dell’articolo è anche arrivata la richiesta di cambiare il contenuto dei manifesti, per accordare altri quattro giorni di pubblicità. Puntando su quello che parla di treni.

La campagna

Ed è francamente curioso che questa richiesta non sia arrivata quando la campagna è stata presentata. Ma che questo sia accaduto solo qualche giorno dopo. Ovvero poco prima dell’uscita dell’articolo su La Stampa. Che poi dava conto di quello che sarebbe accaduto. E che però Ferrovie dello Stato smentisce. Salvo poi comportarsi come se avesse scoperto soltanto ieri dell’esistenza della campagna. Come se qualcuno si fosse lamentato soltanto dopo. Ma la premier ha smentito. E allora chi?