Niente smartphone prima dei 13 anni, il patto tra genitori e sessanta scuole a Milano: «Così combattiamo la dipendenza da algoritmo»

Ventidue scuole, anzi venti istituti comprensivi. Sessanta plessi scolastici e migliaia di studenti, famiglie, insegnanti e dirigenti uniti da una scelta che, nell’epoca della connessione permanente, appare quasi controcorrente: rinviare la consegna dello smartphone ai ragazzi almeno fino ai 13 anni. A Milano questa decisione, scrive il Corriere della Sera, ha preso forma attraverso il progetto “Aspettando lo smartphone”, la declinazione locale dei Patti digitali, un movimento che dal 2022 sta crescendo scuola dopo scuola. L’idea nasce da una domanda semplice, ma tutt’altro che banale: «È davvero inevitabile che un ragazzo abbia uno smartphone già in prima media?».
Ritardare l’accesso agli smartphone
Molte famiglie, in realtà, se lo chiedono. E sempre più spesso. Tuttavia, alla fine, prevale la sensazione che non esistano alternative: tutti ce l’hanno, la scuola lo richiede, il rischio è che chi resta senza venga escluso. È proprio qui che interviene il patto. L’obiettivo non è demonizzare la tecnologia. Al contrario, il messaggio è chiaro: sì alla tecnologia, ma nei tempi giusti. Per questo le famiglie aderenti si sostengono reciprocamente nella scelta di ritardare l’accesso allo smartphone e ai social network, creando un contesto in cui non siano pochi casi isolati ma una comunità riconoscibile.
Cosa dice la scienza?
Nel novembre 2025 anche la Società Italiana di Pediatria ha indicato i 13 anni come soglia minima consigliata per l’uso dello smartphone. Una raccomandazione supportata da numerose ricerche scientifiche che evidenziano i rischi di un’esposizione precoce agli algoritmi dei social network e all’uso intensivo degli schermi. Non si tratta di individuare un’età perfetta, ma di fissare un limite minimo di prudenza.
Ma come funzionano concretamente questi accordi?
Non sono leggi e non impongono obblighi. Eppure, per molti genitori, hanno il valore di un autentico patto sociale. Tutto parte da un gruppo di famiglie che decide di confrontarsi, informarsi e condividere dati, studi e indicazioni scientifiche. Si costruisce così una rete di sostegno reciproco, spesso in dialogo con insegnanti e dirigenti scolastici, per promuovere un approccio educativo al digitale e scoraggiare l’utilizzo dello smartphone come strumento indispensabile per la didattica.
Un aspetto fondamentale riguarda proprio la scuola. Molti genitori consegnano il cellulare ai figli perché convinti che sia necessario per compiti, comunicazioni o attività scolastiche. I Patti digitali cercano di affrontare anche questo nodo, incoraggiando modalità organizzative che non rendano indispensabile uno smartphone personale. L’altra grande paura è quella dell’esclusione sociale. «Ce l’hanno tutti» è probabilmente la motivazione più citata da madri e padri. Per questo la forza del progetto sta nella dimensione collettiva. Quando in una classe sei, sette o dieci ragazzi non possiedono ancora uno smartphone, la pressione sociale diminuisce e la scelta diventa più semplice.
Il tema della sicurezza
Anche il tema della sicurezza viene spesso utilizzato per giustificare l’acquisto del device. Ma i promotori ricordano che per contattare un figlio non è necessario uno smartphone con accesso ai social. Un semplice telefono cellulare per chiamate e sms può svolgere la stessa funzione, con minori costi e minori rischi. In fondo, il cuore dell’iniziativa non riguarda soltanto la tecnologia. Riguarda una parola che sembra appartenere a un’altra epoca, ma che continua a essere attuale: comunità. Perché educare i figli nell’era digitale è più semplice quando non si è soli. E perché, forse, quella domanda iniziale – «È davvero inevitabile?» – merita, forse, oggi, una risposta diversa.
Foto copertina: PEXELS / COTTOMBRO STUDIO

