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L’assoluzione di Dassilva e le 5 piste alternative sulla morte di Pierina Paganelli

11 Giugno 2026 - 07:59 Alessandro D’Amato
omicidio pierina paganelli louiss dassilva assoluzione
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Le ha elencate la difesa dell'imputato poi assolto. Il box, la telecamera, la porta tagliafuoco, il Dna e il capello trovato nella bocca della vittima
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Ci sono cinque piste alternative sulla morte di Pierina Paganelli. Le ha elencate la difesa di Louis Dassilva, con gli avvocati Riario Fabbri e Davide Grassi. Sostenendo che la procura non le ha valorizzate. «E sicuramente non doveva capitare anche in questo procedimento», ha concluso l’avvocato con Repubblica uscendo dall’aula ieri a notte fonda dopo l’assoluzione del suo assistito.

Le cinque piste sulla morte di Pierina Paganelli

La prima pista è il rumore di una porta tagliafuoco che si chiude alle 22.14, secondo la telecamera del box auto adiacente a quella di Pierina. Si tratta della stessa che registra l’omicidio in diretta. Nell’audio si sentono le grida della donna. Ma sono prima più forti, poi più deboli. Questo perché la porta a molla si è chiusa durante l’aggressione. «Aggressore e aggredita erano nel disimpegno tra le scale e il box», spiega l’avvocato Guidi. «Un minuto dopo la fine dell’aggressione c’è un rumore che i periti attribuiscono alla chiusura di una porta tagliafuoco diversa da quella del civico 31. Là sotto ci sono altre sette uscite, perché quei garage uniscono 8 palazzine. Quindi la nostra idea è che l’assassino sia andato nei corselli e sia poi uscito in prossimità del civico 17, in una zona che dà sui campi, e da lì si sia allontanato».

Il box di Pierina, la telecamera e la porta tagliafuoco

«In sostanza», conclude l’avvocato, «non è stata indagata la possibilità che questa persona si sia allontanata da una uscita diversa, rispetto a quella del box di Pierina di fronte al quale si trova la telecamera della farmacia». Un’altra pista emerge dall’analisi dei telefonini di Loris Bianchi, Manuela Bianchi e Giorgia Saponi. Quella sera erano a cena insieme a casa di Manuela. La nipote di Pierina dice che stava seguendo sul cellulare l’adunanza dei testimoni di Geova. Le perizie dimostrano attività su TikTok e Spotify. Giorgia aveva detto che lo zio era uscito di casa alle 22. Poi si era corretta. Secondo la difesa di Dassilva «il racconto di quella serata non è così com’è stato riferito dai Bianchi».

La macchia di sangue

Poi c’è la macchia di sangue trovata nel box di Manuela Bianca. Che non sarebbe mai stata analizzata. E ancora: il tragitto di Loris Bianchi per tornare a Riccione. L’automobile dell’uomo è stata avvistata alle 23.15 vicino a casa sua, ma l’applicazione Health del suo cellulare inizia a contare passi dalle 23.10 «il che lascia supporre passi compiuti con una fermata in un punto intermedio», sostengono i legali.

IL Dna maschile

Infine c’è il Dna maschile (di maschio 3) trovato sul corpo della donna. Non è né di Dassilva né di Bianchi. La traccia è rimasta nonostante la rottura dell’armadio essiccatore della polizia scientifica, che ha generato la nascita di muffa sui vestiti. Andrebbe collegato a un capello scuro lungo scoperto nella bocca di Pierina. «A noi non interessa trovare altri colpevoli», chiarisce l’avvocato Fabbri, «quello che vogliamo è mettere in evidenza aspetti che a nostro avviso non sono stati esaminati con attenzione».

E ci sono le parole dette a Romina Sebastiani da Manuela Bianchi. Dichiarò di aver visto Dassilva in garage la mattina successiva all’omicidio. Con un anno e mezzo di ritardo: è indagata per favoreggiamento. «Se lui è in carcere è colpa mia», disse però all’amica. Lei le rispose che se aveva detto la verità non si doveva preoccupare. E lì la Bianchi, a voce più bassa, avrebbe ammesso di aver mentito. «Non ho detto la verità», il labiale.

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