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Nigel Farage: «Pronto a fare il primo ministro. Belfast è solo un avviso, i bianchi qui sono discriminati»

13 Giugno 2026 - 08:19 Alba Romano
L'intervista a Repubblica: «Musk non mi adora? Non sono uno scendiletto»
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«Nel 2016 gli inglesi votarono per riprendere il controllo, ma non è successo. Ora sono pronto per fare il premier». Nigel Farage racconta così, in un colloquio con Antonello Guerrera per Repubblica che vento soffia nel Regno Unito. Parla dall’Essex, dove il leader di Reform UK è riuscito a conquistare un seggio a Westminster.

La Brexit e lo champagne al Ritz

Seduto nel suo ufficio, torna con la memoria al 23 giugno 2016. Ricorda una giornata vissuta tra speranze e timori: la mattina trascorsa a Clacton, la delusione provocata da un sondaggio sfavorevole, l’attesa davanti ai risultati elettorali e infine la consapevolezza, nelle prime ore del mattino, che la Brexit aveva vinto. «Alle 4 di notte capisco che noi brexiter avremmo vinto. Vado a fare colazione con lo champagne all’Hotel Ritz. Mi sono sentito una meraviglia. Che orgoglio. Aspettavo questo momento da quando avevo 20 anni… senza di me, senza le mie campagne da europarlamentare a Bruxelles, senza YouTube che ha iniziato a propagare i miei video scavalcando i media tradizionali, la Brexit non sarebbe mai esistita!».

La Brexit incompiuta

Per Farage fu il coronamento di una battaglia iniziata oltre vent’anni prima. Rivendica un ruolo decisivo nel successo della campagna euroscettica, sostenendo che senza il suo impegno politico e la diffusione dei suoi messaggi attraverso i nuovi media il referendum non avrebbe mai avuto lo stesso esito. «Dal punto di vista professionale è stato il giorno più importante della mia vita», afferma. A dieci anni di distanza, però, riconosce che molte delle promesse della Brexit non sono state realizzate. Secondo Farage, la responsabilità è dei governi conservatori che si sono succeduti dopo il referendum. Accusa Theresa May e Boris Johnson di aver tradito il mandato popolare, permettendo un aumento dell’immigrazione e mantenendo numerosi legami normativi con Bruxelles. «La Brexit non è stata applicata fino in fondo», sostiene. Nonostante ciò, continua a difendere la scelta dell’uscita dall’Unione Europea. A suo giudizio, il Regno Unito gode oggi di una maggiore autonomia internazionale e ha dimostrato il proprio peso geopolitico, ad esempio nel sostegno all’Ucraina. L’obiettivo originario del referendum, spiega, era «riprendere il controllo» delle decisioni nazionali.

«Belfast, sarebbe capitato comunque»

E adesso, che Regno Unito vede Farage? Il leader di Reform UK distingue tra i lavoratori provenienti dall’Europa orientale e i flussi migratori più recenti da Africa e Asia, sostenendo che questi ultimi abbiano generato problemi economici, sociali e culturali. I bianchi, sono discriminati: «Senza dubbio. Vada a parlare con i poliziotti inglesi: sono terrorizzati di essere considerati razzisti e dunque sospesi». E i disordini di Belfast, sottolinea, sarebbero capitati comunque. «È un peccato che questi teppisti
mascherati abbiano dato la scusa ai politici di evitare di affrontare il problema. Gli stessi che
dichiaravano di provare “rabbia” dopo l’omicidio di George Floyd a Minneapolis e poi Black Lives
Matter. Ho scelto le parole accuratamente: rabbia pura e fredda, quella che ti bolle dentro di
fronte a simili ingiustizie. Se non provi rabbia per il video della morte di Henry Nowak, non sei
normale».

«Musk non mi adora? Non sono uno scendiletto»

L’intervista tocca anche il rapporto con alcune figure influenti della destra internazionale. Farage minimizza le divergenze con Elon Musk e respinge l’idea di essere influenzato dai grandi finanziatori del suo movimento. E al fatto che il miliardario preferisca Tommy Robinson e Rupert Lowe, suo ex deputato che ha fondato il partito di estrema destra Restore Britain, precisa: «Perché io non sono uno scendiletto. Lowe imploderà. Nessuno mi bullizza. Nessuno può comprarmi».

«Voglio fare il premier»

Sul futuro non lascia spazio a dubbi. Pur dichiarando di non essere interessato a titoli o riconoscimenti personali, conferma l’ambizione di guidare il Paese. «Sì, voglio diventare primo ministro», afferma, aggiungendo però che sarebbe pronto a farsi da parte qualora emergesse qualcuno più adatto al ruolo. Quando gli viene ricordato che alcuni alleati lo hanno descritto più come un predicatore o un profeta che come un politico tradizionale, Farage sorride. «Forse hanno ragione», conclude.