Il direttore del G7 Research Group: «Ora Trump vede Putin come un perdente, e da Zelensky vuole aiuto coi droni» – L’intervista

Da Evian – Iran e Ucraina, lotta al cancro e all’ebola, partnership per lo sviluppo e regolazione del tech. I leader dei sette grandi riemergono da 48 ore di summit ad alta densità, preparato con cura maniacale nei mesi scorsi dalla Francia di Emmanuel Macron. A giocare a suo favore è stata la coincidenza fortunata che ha voluto che l’agognato accordo per chiudere la guerra in Iran sia arrivato proprio alla vigilia dell’apertura del vertice. Ma cosa resterà di questo G7? E ha davvero ancora senso che i leader del blocco euro-americano continuino a incontrarsi in questo formato? Lo chiediamo a John Kirton, docente emerito di governance globale all’Università di Toronto e direttore del G7 Research Group.
Dunque, prof. Kirton, com’è andato questo G7?
«Sono già stati siglati sei documenti conclusivi, che contengono nell’insieme 112 impegni – e attendiamo ancora di capire se uscirà altro dalla sessione finale sulla tecnologia. È molto di più di quanto Macron riuscì ad ottenere nel suo precedente G7, a Biarritz nel 2019. E tutti e 112 gli impegni sono stati sottoscritti da tutti i leader, compreso Donald Trump. Dunque non c’è nessun “G6 più gli Usa” come paventavano molti commentatori alla vigilia, ma un fronte piuttosto unito. La testimonianza più concreta arriva dai movimenti in corso per consolidare l’accordo Usa-Iran. I leader hanno sottolineato forte sostegno, una parte di loro ha potuto vedere il testo dell’intesa e ne è rimasto piuttosto favorevolmente colpito, e ora diversi Paesi, a cominciare da Francia e Gran Bretagna, stanno iniziando a dispiegare materialmente il loro supporto. Sembra che le navi siano già in movimento verso il Golfo».
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Qui in Europa aleggia nuova speranza soprattutto per il rinnovato impegno indicato da Trump a sostegno dell’Ucraina e per spingere la Russia a smettere la guerra. Cosa gli ha fatto cambiare idea?
«Due fattori principalmente. Primo, Trump è riuscito finalmente a far sì che i suoi alleati Nato spendano molto di più sulla difesa. Questo è stato un obiettivo di lunga data degli Usa, ma Trump è l’unico presidente ad esserci riuscito. La conseguenza operativa sul fronte europeo è che la maggior parte di questi nuovi impegni di spesa sta andando sullo sforzo di vincere la guerra con Putin – che sia oggi in Ucraina o domani dovesse tentare qualche altra avventura nei Paesi Baltici o in Polonia. Ora ci penserà molte volte prima di farlo. Quindi Trump di fatto sta vincendo la guerra sul fronte Est esattamente nel modo in cui voleva, cioè con gli europei che se ne assumono il fardello».
Il secondo fattore?
«È strettamente correlato. A Trump piacciono gli uomini forti, i leader autoritari come Xi Jinping o Kim Jong-Un, e non i perdenti. Questa è sempre stata la ragione della sua fascinazione per Vladimir Putin. Ora però Trump vede gli eventi sul terreno – Putin sta perdendo la guerra in Ucraina, la sua guerra, e la presa sull’economia russa, e teme in maniera crescente un golpe interno – e penso sia arrivato alla conclusione che Putin non è più quello forte. E perché dovrebbe fare coppia con un perdente? Ecco perché penso ora voglia sostenere Zelensky e gli europei che stanno emergendo come i vincenti».

Conosciamo Trump. C’è da fidarsi che sia più di un cambio d’umore favorito dalle pacche sulle spalle nell’oasi di Evian?
«Direi di sì, perché in gioco c’è anche un interesse concreto degli Usa legato alla trasformazione degli equilibri di quella guerra. Oggi l’Ucraina è probabilmente il Paese numero 1 al mondo per capacità critiche di combattimento di guerra, grazie alla combinazione tra droni dotati di intelligenza artificiale e esperienza degli operatori umani nell’usarli efficacemente contro il nemico. Sono probabilmente più avanti degli stessi Usa su questo. È per questo che ora vari Paesi del G7 (Italia inclusa, ndr) stanno facendo accordi con Zelensky per scambiare capacità produttive con know-how pratico, e penso che ora anche gli americani si stiano accorgendo di quanto l’Ucraina li può aiutare militarmente».
Eppure l’Occidente da solo non può più risolvere i problemi del mondo, e lo stesso G7 lo ammette associando al summit i leader di India, Brasile, Kenya, Corea del Sud, Egitto, Qatar ed Emirati. Ha senso allora continuare col formato G7 oltre a quello allargato del G20?
«Sì, perché servono dei fora costanti di coordinamento, e sarebbe impossibile immaginare che i leader del G20 s’incontrino tre volte l’anno a intervalli programmati. E mentre da 52 anni tutti i leader dei Paesi coinvolti hanno partecipato ad ogni singolo vertice G7, al G20 le prime défaillances si sono registrate già dopo appena tre anni. La novità vera è che il G7 sta tentando di portare dentro alcuni dei Paesi Brics. Modi è ospite ormai da diversi anni, l’India secondo me dovrebbe essere resa membro permanente, e ora abbiamo anche il Brasile – le due più grandi democrazie del Sud globale. Senza dimenticare il Kenya».

È una strategia per smontare i mattoni dei Brics e togliere alleati alla Cina?
«Certo, l’obiettivo di fondo è quello di contenere una Cina sempre più aggressiva ed espansionista. Basta chiedere agli amici di Taiwan, che il Partito comunista cinese dichiara di voler annettere nei prossimi anni mentre testa e rafforza giorno dopo giorno le capacità militari per farlo. Non è un caso che nella dichiarazione finale del G7 si sottolinea l’importanza della libertà di navigazione non solo a Hormuz, ma anche nel Mar Cinese Meridionale, in quello Orientale e nello Stretto di Taiwan. Perché è lì che si gioca la sfida con la Cina».

