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Basi Usa in Italia, Giorgia Meloni: «Un tranello di Rutte». Il sospetto: dietro c’è Trump?

25 Giugno 2026 - 05:49 Alessandro D’Amato
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I 200 (e non 500) voli «non cinetici». Ma è impossibile verificare il reale scopo delle missioni. Lo strappo con il presidente Usa. Le partenze da Sigonella dei droni MQ4 Triton e dei bireattori Boeing P8 Poseidon
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Un tranello della Nato. Dietro al quale potrebbe esserci proprio Donald Trump. Questo pensa Giorgia Meloni dell’intervista di Mark Rutte a Fox News in cui il segretario generale della Nato ha parlato di 500 aerei partiti dalle basi Usa in Italia per la guerra con l’Iran. Quando sente le parole di Rutte la premier è ancora a Foggia per l’anniversario della Gdf. Si sente subito con Guido Crosetto. E insieme al ministro della Difesa avverte «puzza di bruciato», dice il Corriere della Sera. «Questo è un tranello: dobbiamo reagire subito», è la frase attribuita alla premier. La Nato non è stata coinvolta nell’operazione di attacco all’Iran, perché dà questi numeri peraltro falsi? Soprattutto, perché ha citato solo l’Italia e la Romania?

Meloni, il tranello della Nato e il ruolo di Trump

Le dichiarazioni arrivano alla vigilia dell’incontro con Trump, che il segretario Nato chiama «daddy». La premier trova tutto illogico e insensato. Le operazioni regolare sono tutte classificate e segrete e in totale sono circa 200 e non 500. La rettifica successiva dell’Alleanza Atlantica non basta a convincere la premier che fosse «un tentativo di mettere pace, seppur maldestro». Il 7 luglio è in programma una riunione ad Ankara: parteciperà anche Trump. Secondo la lettura diplomatica Rutte voleva aiutare gli europei lodandone l’impegno. I 200 voli classificati, secondo Repubblica, erano non cinetici. Ovvero non offensivi ma legati a interventi di manutenzione o rifornimento.

I 200 (e non 500) voli dalle basi italiane

«Sono state concesse solo attività tecniche e logistiche, mai operative, nel rispetto degli accordi in vigore. Quando sono arrivate richieste (al plurale, ndr) fuori da questo ambito, come noto, l’Italia ha sempre negato l’autorizzazione. Del resto, se fosse diverso non si spiegherebbero le accuse di Trump, che rimprovera all’Italia di non aver supportato gli Stati Uniti durante la guerra in Iran», è un virgolettato attribuito alla premier. A marzo sulla rete si erano moltiplicati gli alert sul traffico attorno a Sigonella. In quel contesto matura la decisione di far sapere che l’Italia ha opposto rifiuti. Anche perché se è vero che i trattati circoscrivono lo scopo dei transiti, è altrettanto chiaro che non sempre è possibile verificare il reale scopo delle missioni dell’alleato.

Lo strappo con Trump

Proprio per questo si consuma lo strappo tra Meloni e Trump. Eppure la logistica degli aeroporti dice che nel 1999 durante la guerra in Kosovo in 77 giorni gli Usa hanno condotto quasi 25 mila voli dagli aeroporti della Penisola. Ben 3.600 sono state «sortite di bombardamento» e 14 mila di «supporto determinante». Per l’Iraq il governo di Berlusconi nel 2003 concesse tutto le basi, sempre per attività logistiche. Si stima che durante lo schieramento delle forze statunitensi e nei 43 giorni di guerra contro il regime di Saddam Hussein dall’Italia siano transitati più di 10 mila velivoli. Numeri molto diversi dai 200 voli per la Guerra del Golfo.

Sigonella

In ogni caso Sigonella è sempre stato un hub per spedizioni di rilevanza strategica. Da lì sono partiti spesso i grandi droni MQ4 Triton e i bireattori Boeing P8 Poseidon che hanno spiato il territorio iraniano, spingendosi fino all’isola di Kharg – il cuore delle esportazioni petrolifere – e allo Stretto di Hormuz. Le missioni si sono interrotte dopo il 9 aprile. Ovvero quando un drone è precipitato nel Golfo per cause non chiare. Poco dopo Triton e Poseidon sono stati spostati in Medio Oriente. Alla fine di marzo invece cinque radar volanti EC2 Hawkeye diretti nel Golfo hanno fatto sosta ad Aviano per poi raggiungere il Medio Oriente.

Il generale Tricarico

Parlando con il Corriere della Sera il generale Leonardo Tricarico, già capo di Stato maggiore dell’Aeronautica dal 2004 al 2006, dice che spesso gli Usa non hanno rispettato gli accordi. «Che mi ricordi, e per mia conoscenza, c’è stato il caso dell’incidente della funivia del Cermis nel 1998 (20 morti, ndr ), quando quattro marines decollati dalla base di Aviano dichiararono proditoriamente un piano di volo della Nato che non era quello che invece hanno poi seguito. L’altra situazione clamorosa è stata quella di Sigonella, con l’arrivo totalmente inaspettato nell’oscurità della Delta Force americana atterrata per prelevare i terroristi dell’Achille Lauro (1985). E infine ricordo il caso di Abu Omar (2003) con l’autorizzazione “estorta” dagli americani al governo dell’epoca, forse con elementi dei servizi segreti italiani oltre che di quelli Usa, per deportare — come si dice oggi — un cittadino egiziano dall’Italia in Egitto, passando sempre per Aviano».

Le regole d’ingaggio

Le regole d’ingaggio, ricorda Tricarico, «sono legate ad accordi precisi collegati al Nato Sofa (ovvero Status of Forces Agreement , ndr ) che dal 1951 è la normativa cardine in questo settore dalla quale poi discendono tutti i patti successivi, anche quelli stabiliti base per base. Che comunque, è sempre bene ricordare, alla fine devono essere tutti conformi all’utilizzo per finalità Nato che non richiedono autorizzazione. Altrimenti ogni attività che esula da questo deve essere immediatamente portata a conoscenza del comandante italiano della base. Chiaro che se si tratta di un trasferimento aereo da base a base sempre in Italia ci si regola in un modo, se invece i voli hanno, come dire, un contenuto politico o strategico, viene interessata tutta la catena gerarchica fino al governo, e in casi molto delicati è obbligatorio il passaggio dal Parlamento. Non ci sono altre strade, gli Usa lo sanno bene».

In modo disinvolto

Ciò nonostante gli Usa non sempre chiedono il permesso: «Perché, ripeto, agiscono in modo disinvolto. E in regime di alleanza ci sono dei rapporti fiduciari che a volte fra Paesi amici penalizzano i controlli. Purtroppo però, come dimostra la realtà dei fatti, ci sono delle situazioni complesse come quella attuale nella quale secondo me da parte italiana bisognerebbe essere più perentori. Capisco sia antipatico farlo, ma bisogna scoprire se determinati voli logistici o tecnici in realtà nascondono altro».

I piani di volo

Il modo, volendo, c’è: «Si verificano sempre tutti i piani di volo, soprattutto quelli dove nell’apposita casella viene scritta una motivazione generica. È chiaro che è una cosa antipatica, potrebbe sembrare anche ossessiva. Come è chiaro anche che gli americani difficilmente potrebbero tollerare simili controlli. Ma ritengo, in questo momento, che viste le cose che accadono sarebbe anche ora di fare un bel tagliando a tutto il sistema legato a questi accordi sulle basi. Sia dopo quello che ha detto il segretario generale della Nato Rutte, che dovrebbe limitarsi a guidare le consultazioni e attuare le decisioni prese dal Comitato militare dell’Alleanza rilasciando dichiarazioni solo con la sua autorizzazione, sia per l’atteggiamento degli americani».

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