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«Sei fuori», «Mi stai antipatica da sempre»: datore di lavoro condannato per gli insulti alla dipendente

25 Giugno 2026 - 09:39 Francesca Milano
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I giudici hanno condannato l'uomo che - tra le altre cose - aveva accusato la lavoratrice di fingere la malattia
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Doppio risarcimento per una lavoratrice che aveva subito insulti e accuse dal datore di lavoro. La corte d’Appello di Firenze ha stabilito che le spetta non solo l’indennità per il danno alla salute psicologica, ma anche quello per la lesione della propria dignità e reputazione professionale.

La vicenda

Il caso arrivato davanti ai giudici di appello riguarda una donna che lavorava in una panetteria della provincia di Pisa e che che per anni aveva ricevuto insulti e accuse di simulare la malattia da parte del suo datore di lavoro. La donna era stata assunta nel 2019 come apprendista e, secondo quanto ricostruito in giudizio, fin dall’inizio del rapporto di lavoro sarebbe stata oggetto di «offese, scherno, aggressioni verbali, minacce di licenziamento» e contestazioni disciplinari ritenute infondate. Il datore di lavoro le cambiava spesso sede e orari di lavoro, rendendo difficile l’organizzazione della vita quotidiana.

La situazione avrebbe provocato nella donna un grave stato di stress. Dall’agosto 2020 la lavoratrice aveva iniziato un percorso di psicoterapia e, dal dicembre 2021, si era assentata per un «disturbo d’ansia». Nonostante la malattia, secondo quanto emerso nel processo, il datore di lavoro avrebbe continuato a rivolgerle messaggi offensivi. Nel giugno 2022 era poi arrivato il licenziamento per superamento del periodo di comporto, ossia il periodo massimo di giorni di malattia.

I messaggi offensivi

Nella sentenza sono stati riportati alcuni dei messaggi inviati dal datore di lavoro alla dipendente. Secondo i giudici, non si trattava di semplici sfoghi, ma di comunicazioni che esprimevano una chiara volontà di intimidire e denigrare la lavoratrice. Tra i messaggi citati figurano frasi come: «Sei proprio simpatica. Al primo sbaglio sei fuori» e «Appena rientri fai quattro ore. Così ti impari. Passo e chiudo e appena sbagli sei fuori. Bene a saperlo».

Durante il periodo di malattia, inoltre, l’uomo aveva accusato la dipendente di fingere i propri problemi di salute.

Il legame tra le condotte e il disturbo d’ansia

Fondamentale nel processo è stata la consulenza tecnica d’ufficio: il consulente nominato dal Tribunale ha accertato «un sicuro rapporto causale» tra il comportamento del datore di lavoro e il disturbo dell’adattamento con sintomi ansiosi sviluppato dalla dipendente nel dicembre 2021. La patologia aveva comportato un’assenza continuativa dal lavoro fino al licenziamento, per un totale di 196 giorni di invalidità temporanea al 50 per cento.

Non solo salute: lesi anche dignità e reputazione

La Corte d’Appello ha ritenuto che il danno subito dalla lavoratrice non si esaurisse nelle conseguenze sulla salute psicologica. Secondo i giudici, «le espressioni offensive e intimidatorie del datore di lavoro, non occasionali ma al contrario molto frequenti e protrattesi per quasi due anni», hanno danneggiato «non solo la salute psichica, ma anche la dignità personale e di lavoratrice» della dipendente, oltre alla sua reputazione nell’ambiente di lavoro.

Per questo motivo la Corte ha riconosciuto un risarcimento per il danno non patrimoniale, quantificandolo in 11.750 euro. Inoltre i giudici hanno accolto anche il motivo di appello relativo al risarcimento conseguente al licenziamento e hanno condannato il datore di lavoro a corrispondere tutte le retribuzioni maturate dal 21 giugno 2022 fino al reintegro.

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