I tre italiani morti in Venezuela, l’ultimo gesto d’amore di Giuseppe Colaianni prima di morire. La paura dall’Italia sui dispersi: gli appelli dei parenti

«Non sappiamo cosa troveremo sotto le macerie». La frase del ministro degli Esteri Antonio Tajani dà la misura delle ore di angoscia che la comunità italiana in Venezuela sta vivendo dopo il doppio terremoto di magnitudo 7.2 e 7.9 che il 24 giugno ha devastato il Nord del Paese. Il bilancio provvisorio parla di tre italo-venezuelani morti, cinque feriti accertati e 35 dispersi, ma i numeri sono destinati a salire. Nel Paese vivono circa 150mila italiani registrati all’Aire, più di tremila nell’area più vicina all’epicentro tra Morón e La Guaira, altri 5.100 a Caracas. Solo all’Unità di crisi della Farnesina le chiamate si contano a centinaia, e le associazioni italovenezuelane, i cosiddetti «club», stanno aggiornando in queste ore le liste dei soci di cui si è persa traccia.
Chi sono le vittime italo-venezuelane del sisma
Delle tre vittime con passaporto italiano accertate da Tajani, di una sarebbe confermato il nome. Si tratta di Giuseppe Colaianni, 55 anni, originario di Calascibetta nell’Ennese. La Stampa intanto raccoglie la voce di Elena Mondino, 63 anni, origini cuneesi e residente nella zona orientale di Caracas: «Una cugina di mio marito è morta. Viveva a Chacao, nello stato di Miranda, metà dell’edificio in cui abitava è crollato e non è sopravvissuta». La donna, racconta Mondino, aveva radici italiane: il padre era originario della Sicilia.
La storia di Giuseppe Colaianni, il siciliano morto a La Guaira
Colaianni viveva al diciassettesimo piano di un palazzo a La Guaira con la moglie venezuelana Iasmira. Quando è arrivata la prima scossa, ricostruisce La Stampa, era in videochiamata con la figlia Antonella, 22 anni, che studia in Francia: dall’altra parte dello schermo erano appena scattati gli auguri per il compleanno della ragazza, poi la linea si è interrotta di colpo. Ha messo in salvo la moglie ma non è riuscito a uscire dall’edificio in tempo. Aveva anche un altro figlio, Egidio, 27 anni, ingegnere chimico a Firenze. In Venezuela era rientrato da appena tre settimane, dopo due anni vissuti in Francia con la moglie per stare vicino alla figlia trasferitasi in Europa a studiare lingue. La cugina Giovanna Colaianni, che vive in Sicilia, lo ricorda come un appassionato di rock, di bassi e chitarre, con un debole per il tiramisù: «Mi aveva chiesto di prepararglielo, lo adorava». Oggi a Calascibetta è prevista una veglia in chiesa.
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Italiani dispersi a La Guaira: gli appelli sui social
Tra chi attendeva notizie c’era la famiglia di Francesca Mannina, nata in Venezuela ma con radici a Balestrate, nel Palermitano, di cui erano originari i suoi genitori. Mercoledì pomeriggio si trovava nel suo palazzo a La Guaira, di cui ora restano solo calcinacci e travi spezzate. «La sua famiglia la cerca disperatamente, ogni secondo conta», si legge nell’appello rilanciato su Facebook con un numero di telefono da contattare. È stato poi il fratello a vedere il corpo emergere dalle macerie, dopo giorni di attesa. Al Corriere della Sera, Margherita Diglio, italo-venezuelana di origini avellinesi e casertane, racconta invece la storia dell’amica Marta Giorgini, che non riesce a rintracciare il marito Alberto e il figlio Vito, insieme alla fidanzata Anna, sepolti sotto il residence Nautilus di avenida La Playa: «La figlia di Marta, Cristina, giovedì sentiva ancora le loro voci sotto le macerie, ha provato a scavare da sola e ha trovato i loro cellulari, ma i soccorsi non sono ancora arrivati. Già oggi le voci non si sentivano più». Nessuna notizia neppure della dottoressa Elisa Sciammanna, della Lega contro il Cancro venezuelana, che si trovava nel suo appartamento all’Edificio Oasis Beach di Playa Grande, vicino Maiquetia.
I racconti degli italiani sopravvissuti al terremoto in Venezuela
«Sono stati attimi di terrore puro, ho subito provato ad aiutare mia mamma di 92 anni a uscire di casa, ma gli scossoni mi hanno sbattuto a terra», racconta a La Stampa Elena Mondino. L’anziana madre, di origini piemontesi, è arrivata in Venezuela nel 1958 dopo quindici giorni di viaggio in nave, e ora dorme sul sofà a piano terra in attesa della prossima fuga. Alejandro Galli, volontario di una fondazione, è invece partito da Valencia per raggiungere Catia La Mar, nello Stato di La Guaira, la «ground zero» della tragedia: «Qui è un inferno, sembra una zona di guerra. Abbiamo aiutato le persone a scavare tra le macerie a mani nude, il governo non sta facendo nulla». Cristina Gil Castaldo, 46 anni, che vive a 25 chilometri da Caracas, non dorme da due notti: «Sento la terra tremare ogni cinque minuti, ma so che è soltanto un effetto psicologico». E Rita Giambalvo de Lombardo, 82 anni, arrivata in Venezuela nel 1955, da Los Teques racconta: «Quando è arrivata la prima scossa ci siamo stretti per mano e abbiamo pregato, non potevamo fare altro».
Come procedono i soccorsi: 17 Paesi mobilitati, 50mila dispersi
Il bilancio complessivo continua a salire di ora in ora. Il presidente dell’Assemblea nazionale Jorge Rodríguez ha parlato di almeno 920 vittime e 3.360 feriti, mentre il capo degli Affari umanitari dell’Onu Tom Fletcher stima oltre 50mila dispersi. I soccorritori provano a raggiungere 172 superstiti individuati sotto gli edifici crollati, ma le oltre trecento scosse di assestamento li costringono spesso a fermarsi. Almeno 17 Paesi hanno inviato 1.600 soccorritori specializzati, unità cinofile e droni, e dagli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato l’arrivo di personale americano. L’Italia ha mandato un aereo con 97 persone, tra cui 40 vigili del fuoco e 36 operatori della Protezione civile provenienti da sei regioni, accolti con gratitudine dall’ambasciatrice venezuelana a Roma Maria Elena Uzzo, che li ha definiti «un modello per i soccorsi in questo genere di catastrofi». Le speranze però si fanno sempre più esili: «Ci sono poche possibilità di trovare persone vive sotto le macerie», ha ammesso al Corriere della Sera Nadiomar Polanco, capo della squadra di soccorso cilena. «È una corsa contro il tempo», riassume l’ambasciatore italiano a Caracas Giovanni Umberto De Vito.

