«Ci sono più testamenti per gli animali che per le persone». In Italia 8 miliardi di lasciti senza eredi. Come funziona la ricerca del parente più prossimo

Immaginate di ricevere una telefonata o una lettera da uno sconosciuto. Vi dice che un prozio di cui ignoravate l’esistenza è morto, e che vi spetta una quota della sua eredità: un appartamento in centro, un conto corrente a cinque cifre, o magari un terreno. Detto così, chiunque potrebbe pensare che si tratti della classica truffa che ti svuota il conto. Invece, può succedere e in futuro potrà essere anche più frequente di quanto si pensi. Perché il mercato dei genealogisti successori, dei veri e propri “cacciatori di eredi”, è in forte espansione: basti pensare che in Italia ci sono oggi circa 8 miliardi di euro in lasciti senza eredi. E le proiezioni per i prossimi anni non promettono miglioramenti. Secondo le stime dell’Evaluation Lab della Fondazione Giordano Dell’Amore per Fondazione Cariplo, i patrimoni senza un successore diretto saliranno a 20,8 miliardi di euro nel 2030, per arrivare a 88,1 miliardi nel 2040. Un tesoro immenso che rischia di finire dritto nelle casse dello Stato se nessuno lo reclama entro dieci anni. Ed è qui che entrano in gioco il lavoro di professionisti che rintracciano gli eredi legittimi di un patrimonio.
«Agiamo sempre su mandato, o del notaio o a volte dei tribunali, che gestiscono le eredità giacenti», spiega a Open Cosimo D’Amuri, responsabile torinese di Add Associés, colosso francese del settore. «Il nostro computo è quello di ricostruire l’albero genealogico del defunto, per ritrovare i parenti che hanno il primo grado utile per poter ereditare. In Italia si va fino al sesto grado, quindi sono cugini un po’ alla lontana».
A chi vanno i beni se nessuno li reclama
Ricostruire i legami di parentela non è semplice e spesso significa passare mesi a scartabellare tra archivi parrocchiali, registri dell’anagrafe, cimiteri e vecchi faldoni comunali. «Alcune pratiche, anche a seconda delle aree geografiche impiegano anche un anno, un anno e mezzo per essere completate. Per noi vuol dire completare tutta la genealogica e firmare gli accordi con gli eredi ritrovati», continua D’Amuri.
«Se non si dovesse trovare nessuno i soldi vanno allo Stato, anche se a noi non è mai successo perché alla fine qualcuno lo trovi sempre». In Italia questo scenario di eredità vacante è regolato dall’articolo 586 del Codice Civile: se entro 10 anni nessuno reclama i beni, lo Stato subentra automaticamente come erede di ultima istanza senza possibilità di rinuncia (per evitare l’abbandono dei patrimoni), ma rispondendo dei debiti del defunto solo nei limiti del valore dei beni effettivamente incamerati.
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Nessun anticipo e compensi a percentuale: come funziona il servizio
Ma chi paga il lavoro di questi “investigatori” se il notaio o il tribunale non sborsano un euro? Il modello di business si basa interamente sul successo della ricerca: l’erede non deve anticipare nulla, e la società trattiene una quota solo a cose fatte. «La nostra remunerazione non grava sul notaio o sul tribunale, è un servizio gratuito per chi ci incarica, ma grava sull’erede ritrovato, che ci dà una percentuale di ciò che gli spetta», specifica D’Amuri. «Spetta a noi contattare gli eredi al termine della pratica e, una volta ritrovati, firmiamo l’accordo. Poi c’è una fase successiva con il tribunale o il notaio per recuperare l’attivo, saldare l’eventuale passivo presente e distribuire l’attivo rimanente tra tutti gli eredi, se hanno deciso di aderire».
La quota trattenuta dagli studi varia in base all’attivo e al grado di parentela del successore. Ovviamente, l’indagine deve risultare sostenibile per l’agenzia: per far partire la complessa macchina delle ricerche, serve che l’asse ereditario abbia un valore minimo di partenza. «Innanzitutto deve convenire, perché le ricerche hanno un costo e soprattutto quando si va a contattare un erede è sempre meglio avere qualcosa da dividere, da consegnare. Non c’è proprio una soglia, dipende un po’ dai contesti. Diciamo che cerchiamo di avere almeno un immobile come parte dell’attivo o comunque una cifra attorno ai 40-50mila euro».
Meno figli e più lasciti agli animali
L’esplosione dei miliardi senza padrone è lo specchio delle trasformazioni demografiche e sociali dell’Italia contemporanea: sempre meno figli, famiglie più piccole e molto frammentate geograficamente. Ma tra le cause c’è anche un altro fattore, decisamente più insolito. «Le famiglie sono più piccole, si cambia Paese molto più facilmente rispetto a una volta e quindi anche i rapporti familiari sono meno stretti – spiega D’Amuri a Open -. Ultimamente sono molto di più i testamenti in favore di animali da compagnia che non di persone».
«Pensano tutti a una truffa»
L’ostacolo più grande per un genealogista non è scovare un cugino di sesto grado dall’altra parte del mondo, ma convincerlo della bontà dell’operazione. In un’epoca dominata da messaggi di phishing e truffe svuota-conto, la reazione iniziale di chi viene contattato è quasi sempre di diffidenza. «Al primo contatto quasi tutti pensano a una truffa. Come facciamo a convincerli del contrario? Intanto siamo seguiti da uno studio legale, che può rassicurare gli eredi che contattiamo, e poi solitamente se riusciamo, se è possibile, cerchiamo di avere un contatto telefonico prima in modo da anticipare all’erede che riceverà una comunicazione, in modo tale che la lettera non arrivi così a casa all’improvviso. Poi anche solo il fatto di dare qualche informazione sulla famiglia, far comprendere che c’è stato un lavoro dietro rassicura un po’ le persone. Questa è la parte un po’ più umana, ecco».
La trasparenza sui costi
A fare la differenza, spiega ancora D’Amuri, è proprio la trasparenza sui costi. Una dinamica commerciale che ribalta la struttura dei classici raggiri finanziari: «Il fatto che sui contratti c’è scritto che l’erede non deve anticipare nulla ma che anticipiamo noi tutte le eventuali spese è una cosa importante, perché di solito le truffe avvengono al contrario: inviateci una somma di denaro e poi noi vi inviamo le eredità. In questo caso invece non c’è nulla da pagare».
I casi più assurdi
Nella carriera di un genealogista successorio capitano anche episodi assurdi, spesso dovuti alla diffidenza e alla chiusura di eredi ritrovati, che in molti casi sono anziani. «Un anno fa un collega, in provincia di Vercelli, si era presentato a casa di un’erede piuttosto anziana, che non ha voluto aprirgli la porta ma gli ha chiesto di tornare verso le 4 del pomeriggio, che ci sarebbe stato il figlio o il genero. Poi però quando è ritornato, ad attenderlo c’era la pattuglia dei carabinieri».
In altri casi, invece, lo scoglio è di natura puramente emotiva. Vecchi rancori passati o distanze familiari incolmabili spingono alcuni successori a rifiutare i soldi: «Sì, capita perché magari i legami di parentela sono lontani o la famiglia si è allontanata, spesso le persone dicono di non essere interessate e quindi firmano la rinuncia. Ma nella maggior parte dei casi, una volta spiegato il contesto del nostro intervento, le persone ritrovate aderiscono al contratto. Poi magari capita che ci siano motivi familiari che portano le persone a non voler accettare».
Il confronto con la Francia e il futuro della professione
Mentre in Italia quella del genealogista successorio è una figura che sta emergendo solo negli ultimi anni, all’estero, soprattutto in Francia, il settore ha radici storiche profonde e tutele legali ben definite, soprattutto per via di una diversa ripartizione delle responsabilità civili dei pubblici ufficiali. «In Francia questa professione c’è da inizio ‘900 perché c’è una responsabilità diversa del notaio, quindi il genealogista lavora affianco al notaio per manlevare dalla responsabilità sulla devoluzione successoria. Quindi c’è una organizzazione diversa del lavoro, c’è un sindacato dei genealogisti, c’è una tessera per accedere agli archivi. In Italia non ancora, è una lavoro poco conosciuto ma in crescita».

