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Il caso della 26enne italiana che rischia l’espulsione dall’Inghilterra per un cavillo della Brexit

14 Agosto 2026 - 15:16 Cecilia Dardana
brexit ragazza italiana rischia espulsione
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Silvia, Office Manager in una startup di Bristol, rischia il rimpatrio per aver compilato da sola i documenti del suo visto lavorativo (come prevedeva la sua mansione). Lo sfogo: «Ho rispettato ogni regola, mi cacciano». Finora ha speso 6mila euro in avvocati
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Un banale cortocircuito burocratico che si trasforma in un vero e proprio incubo. È la storia di Silvia, 26enne italiana che, dopo aver costruito con successo la propria vita nel Regno Unito, ora si ritrova con le valigie in mano, considerata a tutti gli effetti un’immigrata irregolare. La sua colpa? Aver gestito una pratica, la sua, per conto della sua stessa azienda, come peraltro richiedeva la sua mansione. Un paradosso che mette a nudo tutte le falle del farraginoso sistema di visti britannico entrato in vigore nell’era post-Brexit.

Il visto

Dopo essersi laureata a pieni voti all’università Iulm di Milano, nel 2023 si trasferisce a Bristol per frequentare un master. L’ingresso avviene con un visto studentesco, prolungato poi grazie al graduate visa, il permesso che concede ai neolaureati due anni di tempo per inserirsi nel mercato del lavoro britannico. Passaggio che arriva l’anno scorso, quando viene assunta da una startup tecnologica locale. Alla scadenza del visto, all’inizio del 2024, la società decide di sponsorizzarla per permetterle di ottenere il visto lavorativo definitivo. Ed è qui che scatta la trappola.

Il nodo del certificato

Come racconta il Corriere della Sera, Silvia ricopre il ruolo di Office Manager all’interno della startup, mansione che include la gestione delle risorse umane e della burocrazia. Seguendo le sue normali attribuzioni, compila e assegna a se stessa, a nome dell’azienda, il necessario certificato di sponsorizzazione. Un iter apparentemente lineare, finché il ministero dell’Interno britannico non si mette di traverso: la procedura viene bollata come irregolare perché processata dalla stessa beneficiaria, e il documento le viene immediatamente revocato.

I tentativi di riparare e il danno all’azienda

Di fronte al blocco, la startup cerca disperatamente un canale di comunicazione con il governo britannico per sanare quello che è un evidente malinteso amministrativo. Il ministero, però, non fornisce alcuna risposta. Per cercare di sbloccare la situazione, vengono coinvolti i deputati del collegio locale e viene ingaggiato uno studio legale. Silvia, fino a questo momento, ha già dovuto sborsare 5.000 sterline (quasi 6.000 euro) di tasca propria per far fronte alle spese.

Come se non bastasse, a fine luglio le autorità calano la scure anche sulla startup, revocandole direttamente la licenza per concedere sponsorizzazioni lavorative a causa della presunta irregolarità. Un colpo durissimo per un’azienda la cui forza lavoro è composta all’80% da stranieri, che ora rischiano di finire nello stesso buco nero della giovane italiana.

Lo sfogo di Silvia

Oggi la 26enne è tecnicamente un’immigrata irregolare. Anche se non le è ancora stato notificato l’atto formale di via, dovrebbe lasciare la Gran Bretagna il prima possibile. Un limbo snervante che la diretta interessata descrive così: «Sono sola qui – dice – sospesa in un limbo burocratico, cercando di combattere questa battaglia in ogni modo possibile e a costi enormi. Non ho commesso alcun crimine. Non ho cercato di aggirare il sistema. Ho pagato ogni tassa, rispettato ogni regola, risposto a ogni richiesta. Eppure il sistema inglese mi sta espellendo. Questo resta un grandissimo Paese che offre tante possibilità ma poi va in direzione contraria, ostacola invece di agevolare».

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