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Mogol: «Vorrei riappacificarmi con la moglie di Battisti. La rottura con lui? Una questione di soldi»

23 Luglio 2026 - 18:43 Gabriele Fazio
Mogol ha anche ammesso: «Lucio me lo sogno continuamente. La scena è immutabile: io muoio, vado in Paradiso e lui suona la chitarra su uno sgabello, per porgermi il benvenuto»
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«Vorrei riappacificarmi con la moglie di Battisti, dopo le liti e gli scontri in tribunali. Le tendo la mano. Nel nome di Lucio», Mogol lancia attraverso le pagine di Oggi, in edicola domani, un riavvicinamento alla famiglia Battisti dopo l’estenuante e lunga querelle giudiziaria che li ha visti da parti opposte della barricata. «Fu per i soldi. Volevo una ripartizione più equa dei nostri profitti. Lui si oppose» questa la spiegazione di Giulio Rapetti, tra poche settimane 90enne, uno dei più proficui autori della storia del pop italiano. Una questione di soldi, appunto, con lo stesso Battisti prima, con la moglie e il figlio dal 1998, quando Battisti ci lasciò, dopo anni passati nel severo ritiro che aveva scelto. Un ritiro fisico, come sappiamo, dallo showbiz, che in qualche modo ha provocato anche un’assenza dell’opera di Battisti dalla sua morte in poi, dato che Grazia Letizia Veronese e Luca Filippo Battisti hanno preso forse un po’ troppo alla lettera la richiesta del grande Lucio di non autorizzare l’utilizzo della sua musica per film e pubblicità.

Battisti naturalmente non poteva sapere che di lì a pochi anni la discografia sarebbe stata rivoltata come un calzino, così la sua famiglia, tra le tante cose, negò anche i diritti per la distribuzione dell’opera di Battisti sulle piattaforme. Questa scelta così radicale e mantenuta con tale rigidità ha fatto sì che nemmeno Mogol, autore dei testi, potesse approfittare di qualche ghiotta occasione commerciale. Un fatto, decretato da un tribunale, che infatti riconobbe a Rapetti un risarcimento di 2,6 milioni di euro.

Non fu solo una questione di soldi

La rottura tra Mogol e Battisti in realtà non fu solo una questione di soldi, il cantante aveva voglia di andare oltre i paradigmi della canzonetta all’italiana, sempliciotti seppur fruttuosi; aveva voglia di sperimentare, di azzardare, di spingersi oltre, così la rottura con Mogol, così il lavoro con Pasquale Panella, così la realizzazione di sei opere straordinarie, tra queste Don Giovanni (1986), L’apparenza (1988) e Hegel (1994), l’ultimo album in studio della sua carriera. Opere che non contengono forse grandi hit degne di quelle che hanno reso il Battisti in coppia con Mogol la colonna portante per tutto il pop che da quel punto in avanti verrà composto nel nostro Paese, ma che esprimono ancor meglio l’indomito intellettualismo di Battisti, per questo per molti si tratta della fase più ispirata della sua carriera. Dischi per i quali nessuno ha combattuto in tribunale affinché venissero distribuiti sulle piattaforme, infatti ancora oggi gli abbonati a Spotify non li possono ascoltare.

La questione dei diritti d’autore delle canzoni di Battisti-Mogol

Nel 1969 viene fondata la società Acqua Azzurra Srl con lo scopo di gestire i diritti dei dodici album prodotti dalla premiata ditta Battisti-Mogol. Le quote sono così divise: 56% a Lucio Battisti, cui nel 1998, alla morte, subentrerà la moglie Grazia Letizia Veronese con il figlio Luca; il 9% a Mogol e il restante 35% alla Ricordi, oggi Universal, appartenente al gruppo francese Vivendi di Vincent Bolloré.

La società, dal ritiro delle scene di Battisti in poi, raccoglie circa 800mila euro l’anno, che sembrano tanti ma non lo sono affatto se si considera la gran quantità di hit composte dai due. I continui no provenienti dalla famiglia non permettono di incassare quanto si potrebbe tranquillamente fare, questo fondamentalmente il nodo mai sciolto, ancora oggi, della questione. Nel 2012 Mogol, stanco della situazione, fa causa alla signora Battisti, e nel 2016 Acqua Azzurra è condannata per inadempienza a risarcire Mogol per 2,6 milioni di euro. L’anno dopo, come spiega il Corriere, la situazione degenera: «La società è finita in liquidazione pur essendo tutt’altro che in dissesto. Nel 2016, infatti, al momento della proroga della durata (le società hanno una scadenza) occorreva il voto di una maggioranza qualificata dei soci, non bastava il 56% fin lì egemone degli eredi Battisti. Universal ha colto la palla al balzo facendo mancare il suo voto decisivo: occasione unica per scalzare la vedova Battisti, rimescolare le carte e candidarsi all’acquisto dell’ambitissimo pacchetto Battisti-Mogol che una perizia avrebbe valutato 14 milioni di euro. Così Acqua Azzurra è stata affidata a due liquidatori indicati dagli azionisti. Ma la guerra è continuata anche negli indirizzi di gestione da attribuire ai liquidatori o bocciando il bilancio 2017 da loro portato in assemblea. Una polveriera. I due malcapitati professionisti, stoppati sulla via che portava a un’asta del catalogo (operazione osteggiata dagli eredi) e impossibilitati a portare avanti la liquidazione, si sono dimessi e hanno lanciato una sorta di sos al Tribunale delle imprese».

Una situazione tesa dove tutti in pratica fanno causa a tutti, perfino alla loro stessa società, come Luca Battisti che cita Acqua Azzurra anche lui per inadempienza, quindi ciò che si prospetta è la chiusura e il ritorno del patrimonio artistico nelle mani degli autori. Nell’agosto del 2018 il faldone finisce nelle mani del tribunale di Milano, che affida la società a Gaetano Maria Giovanni Presti, avvocato e docente all’Università Cattolica, dettando alcune linee guida: Presti ha dunque «Tutti i poteri di legge – scrivono i giudici – volti alla miglior liquidazione della società, nessuno escluso, che eserciterà nella sua piena discrezionalità e responsabilità senza necessità di autorizzazione alcuna dei soci, compresa la possibilità di concedere licenze di sfruttamento economico delle opere anche online». Per orientarci, è quello il momento in cui Battisti sbarca su Spotify, prima c’era solo un ragazzo che, approfittando del vuoto, pubblicava cover che, seppur non realizzate chissà quanto bene, mantenevano un buon livello di stream. Ma non è finita qui, il valzer di querele prosegue con la Sony, che detiene i diritti fonografici del repertorio di Battisti-Mogol, che nel 2023, sempre per inadempienza, chiede alla famiglia Battisti 8,5 milioni di euro, risarcimento che il tribunale nega.

Utilizzo o sfruttamento?

Battisti prima di morire aveva chiaramente manifestato alla propria famiglia l’intenzione di non “commercializzare” la sua musica, ma a quei tempi, per intenderci, Daniel Ek, fondatore di Spotify, aveva appena 12 anni. Chiaro che Mogol negli anni ha lottato per incassare il massimo possibile dal suo lavoro con Battisti, cosa del tutto legittima, ed è altrettanto chiaro che la famiglia Battisti non ha considerato la rivoluzione che da lì a poco avrebbe coinvolto l’intera industria discografica per cui concedere il proprio brano per uno spot o un film o un programma televisivo, argomento assai serio fino agli anni ’90, era l’ultimo dei problemi, specie per una categoria che nel decennio successivo avrebbe rischiato di finire a gambe all’aria a causa della pirateria. Ma il danno più grave forse i Battisti hanno rischiato di farlo ai giovani, a quelli che, senza alcuna colpa, sono cresciuti con le piattaforme nel telefono invece che il walkman nelle tasche, e che per tanti anni non hanno potuto studiare uno degli artisti più importanti della storia del nostro pop.

Il sogno di Mogol

La questione probabilmente si risolverà solo quando – e se – il sogno che Mogol ha raccontato a Oggi si realizzerà: «Lucio me lo sogno continuamente. La scena è immutabile: io muoio, vado in Paradiso e lui suona la chitarra su uno sgabello, per porgermi il benvenuto».

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