«Tutta la verità sull’esposizione al sole»: cosa dice davvero lo studio sulle creme solari e il rischio melanoma

Circola un video e un post in cui la dottoressa Debora Rasio, oncologa di formazione e nutrizionista, presenta i dati di uno studio scientifico su 500.000 persone come prova che le creme solari «aumentano il rischio di tutti i tumori della pelle e soprattutto del melanoma» e che il sole, al contrario, proteggerebbe dalla malattia. Il video ha scatenato un acceso dibattito nella comunità scientifica italiana. La dottoressa stessa invita a leggere lo studio, che linka nel suo post. Lo abbiamo letto e possiamo dire che le conclusioni degli autori dicono l’esatto contrario di quello che il video sostiene.
Per chi ha fretta
- Secondo lo studio, condotto su circa 470.000 persone, chi usa la crema solare «sempre» mostra un rischio relativo più alto di sviluppare tumori della pelle.
- Gli autori dello studio definiscono quel dato una «scoperta paradossale» e lo spiegano: chi usa più crema tende a esporsi di più al sole, non la riapplica abbastanza, oppure ha già ricevuto una diagnosi di tumore cutaneo e ha intensificato l’uso a posteriori.
- Le conclusioni dei ricercatori raccomandano un uso adeguato e frequente della protezione solare e la riduzione dell’esposizione ai raggi UV, ovvero l’opposto di quello che il video sostiene.
- Lo studio non riguarda le creme solari, ma è una ricerca genetica sull’interazione tra varianti del DNA e comportamenti a rischio, dove la crema solare era una variabile di contorno.
- I principali fattori di rischio identificati dallo stesso studio sono le scottature solari nell’infanzia e l’uso di lampade abbronzanti UV.
Cosa afferma il video
Nel reel, Rasio riporta dati numerici specifici tratti da uno studio pubblicato nel 2023 su Cancer Epidemiology, Biomarkers & Prevention, condotto su circa 470.000 partecipanti del database britannico UK Biobank.

Riguardo questi numeri, lo studio registra (pag.5) che chi dichiara di usare la crema solare «sempre» ha un rischio relativo più alto di sviluppare un carcinoma squamocellulare (2,26 volte), un carcinoma basocellulare (2,4 volte), un melanoma in situ (3,58 volte) e un melanoma invasivo (3,92 volte) rispetto a chi non la usa mai. Da questi dati, Rasio trae la conclusione che le creme solari siano «davvero tossiche», che penetrino nel sangue a livelli pericolosi, e che il sole sia «il nostro grande medico», mettendo in guardia dal loro uso e di esporsi al sole liberamente.
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Cosa dice davvero lo studio
Gli autori dello studio, Jeremian et al. del McGill University Health Centre, pubblicato su Cancer Epidemiology, Biomarkers & Prevention nel novembre 2023, definiscono quella stessa correlazione numerica una «scoperta paradossale» e la spiegano esplicitamente nel testo dello studio stesso (fine pag.7 e inizio pag.8). La spiegazione che forniscono è triplice:
- chi usa più crema solare tende a trascorrere più tempo sotto il sole, quindi l’esposizione totale ai raggi UV è più alta, non minore.
- nella vita reale la crema non viene riapplicata con la frequenza necessaria durante la giornata, il che annulla buona parte della protezione.
- molte persone iniziano a usare la crema con maggiore attenzione dopo una diagnosi di tumore cutaneo.
Da questi tre punti, la correlazione statistica può essere invertita, indicando come non sia la crema a causare il cancro, ma il cancro a far aumentare l’uso della crema. Di fatto, le conclusioni dello studio sono le seguenti, riportate testualmente dagli autori: i dati «dimostrano l’importanza di un uso adeguato e frequente della crema solare e della riduzione dell’esposizione ai raggi UV, in particolare negli individui con pelle chiara».

Lo studio non contiene alcuna raccomandazione a ridurre o abbandonare la protezione solare, così come non parla di tossicità delle creme e non afferma che il sole prevenga il melanoma. Di fatto, dichiara l’esatto opposto.
Il paradosso della crema solare: perché quella correlazione non è una causa
Il fenomeno registrato nello studio è noto in letteratura scientifica da tempo e si chiama «paradosso della protezione solare», di cui abbiamo parlato in due precedenti fact-check sempre legati alle creme solari, uno dei quali parlava proprio dello stesso studio citato nel video. Non è una scoperta nuova né un segreto nascosto, i ricercatori e i dermatologi lo discutono apertamente da anni e la spiegazione è metodologica, non tossicologica.
Si parla di confondimento per indicazione, dove le persone con carnagione chiara, storia familiare di melanoma o pregressa diagnosi cutanea usano più protezione solare perché sono già più a rischio. Chi è a rischio più basso usa meno crema. La correlazione statistica cattura questo squilibrio, non un effetto causale della crema.
C’è da dire, inoltre, che lo stesso studio che Rasio cita identifica tra i principali fattori di rischio per il melanoma le scottature solari nell’infanzia e l’uso delle lampade abbronzanti UV (pag.9).

L’obiettivo reale dello studio non riguarda le creme solari
C’è un altro aspetto che il video ignora completamente. Lo studio di Jeremian et al. non è una ricerca sull’efficacia delle creme solari, ma uno studio genetico il cui obiettivo principale è capire come specifiche varianti del DNA interagiscono con i comportamenti a rischio nel determinare la probabilità di sviluppare un tumore della pelle.
I ricercatori hanno analizzato 8.798 varianti genetiche distribuite in 190 geni coinvolti nella riparazione del DNA (pag.3). Il risultato più rilevante riguarda il gene FANCA, dove alcune sue varianti interagiscono in modo significativo con l’uso di lampade abbronzanti e con le scottature solari subite nell’infanzia, aumentando il rischio di melanoma e carcinomi in chi porta quelle combinazioni genetiche (pag.9).
L’obiettivo finale dei ricercatori era costruire strumenti di medicina di precisione, indicando che i test genetici commerciali come 23andMe o AncestryDNA, che analizzano il DNA in isolamento, non bastano a stimare il rischio oncologico. Secondo gli autori, servono anche i dati clinici e comportamentali del paziente, come la storia di esposizione al sole, l’uso di lampade e il fototipo (pag.2). Di fatto, la crema solare era una variabile di contorno, non l’oggetto dell’indagine.
Le reazioni della comunità scientifica italiana
Il video ha innescato immediate contestazioni pubbliche da parte di esperti e comunicatori scientifici. Gianluca Pistore, fondatore del Melanoma Day, ha sottolineato che gli stessi autori definiscono il dato «paradossale» e ne forniscono la spiegazione nel corpo dello studio: «Lo studio utilizzato per dire che la crema provoca il melanoma conclude, letteralmente, invitando a usarla correttamente».
La divulgatrice scientifica Beatrice Mautino ha reso pubblica una segnalazione all’Ordine dei medici di Roma, scrivendo che Rasio ha diffuso «informazioni false» travisando le conclusioni dello studio. Il portale Dottore, ma è vero che?, collegato alla FNOMCeO, ha pubblicato un approfondimento che spiega punto per punto il paradosso e ribadisce le raccomandazioni degli autori.

Anche Paolo Ascierto, oncologo e ricercatore italiano, è intervenuto pubblicamente sul video: «È in circolazione un video su Instagram che fa passare messaggi del tutto distorti, quando non apertamente falsi, su temi delicatissimi che riguardano l’esposizione solare e l’uso delle creme protettive. Dopo aver ricevuto diverse segnalazioni, non posso restare in silenzio di fronte a messaggi del genere». Richiamando le linee guida AIOM, Ascierto ha ribadito che i raggi UV causano danni diretti al DNA e che le scottature, in particolare quelle subite in età infantile, raddoppiano il rischio di melanoma nel corso della vita. Sulla crema solare è netto: «Sostenere che i filtri solari facciano male o che sia meglio abituare la pelle senza protezione è una falsità priva di qualsiasi riscontro scientifico».

Aureliano Stingi, biologo specializzato in oncologia di precisione, contattato da Open, non ha dubbi: «Il legame tra esposizione ai raggi UV senza protezione solare e tumori della pelle è uno dei fenomeni meglio caratterizzati in medicina». Stingi ricorda che le prove disponibili operano su più livelli: «Abbiamo dati molecolari, cioè sappiamo esattamente il meccanismo tramite il quale i raggi UV creano danni sul DNA. Poi abbiamo dati sugli animali, dati epidemiologici e trial clinici dove persone divise in due gruppi usavano o meno la crema». Sul video, il giudizio è netto: «È totale disinformazione, senza alcun appiglio di verità».
Conclusioni
La conclusione che si può trarre dal video è l’opposto di quella degli autori dello studio. Jeremian et al. non dimostrano che le creme solari causino il melanoma: registrano una correlazione paradossale, la spiegano con fattori comportamentali e di selezione del campione, e concludono raccomandando un uso adeguato e frequente della protezione solare. Di fatto, le radiazioni UV sono un cancerogeno accertato e la protezione solare, applicata correttamente e riapplicata durante la giornata, resta uno degli strumenti di prevenzione raccomandati dalla comunità dermatologica internazionale.
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