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Johnson & Johnson e il caso del talco cancerogeno: cosa dice davvero la scienza sul rischio di tumore

31 Luglio 2026 - 11:57 Gemma Argento
talco
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Dalla possibile contaminazione con l'amianto ai dubbi sull'uso nella zona genitale: come nasce l'ipotesi di un legame con il tumore ovarico, cosa hanno osservato gli studi epidemiologici e perché le autorità scientifiche invitano a interpretare i risultati con cautela
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Johnson & Johnson, colosso statunitense della salute noto per i farmaci e dispositivi medici sia per prodotti di largo consumo come il celebre borotalco per bambini, torna al centro di una delle più lunghe battaglie legali della sua storia. L’azienda ha annunciato un accordo da 5,5 miliardi di dollari per chiudere decine di migliaia di cause intentate da donne che sostengono di aver sviluppato un tumore ovarico dopo anni di utilizzo dei suoi prodotti a base di talco. L’intesa, che dovrà essere accettata dalla grande maggioranza delle ricorrenti, arriva dopo oltre dieci anni di contenziosi e al momento non rappresenta un’ammissione di responsabilità da parte dell’azienda, che continua a sostenere che il proprio talco sia sicuro e non provochi il cancro. Ma dal punto di vista scientifico qual è la situazione? Il talco è davvero cancerogeno?

Che cos’è il talco e dove si trova

Per capire perché il talco sia finito al centro di una delle più grandi battaglie legali degli ultimi anni bisogna fare un passo indietro. Si tratta di un minerale naturale composto soprattutto da silicato di magnesio, una sostanza presente nelle rocce che, una volta ridotta in polvere, risulta estremamente morbida e capace di assorbire l’umidità. È proprio per queste caratteristiche che da oltre un secolo viene utilizzato nei prodotti per l’igiene e la cosmetica.

Quando si pensa al talco, l’immagine che viene subito in mente è quella del borotalco per bambini. In realtà questo minerale è ancora oggi ampiamente utilizzato anche in molti altri prodotti: si trova in cosmetici come ciprie, fondotinta, blush, ombretti e deodoranti in polvere, dove compare tra gli ingredienti con il nome “Talc”, ma anche come eccipiente in alcuni medicinali, per facilitare la produzione delle compresse.

Perché il talco è finito sotto la lente degli scienziati

Il dibattito sul talco nasce proprio dalla sua origine geologica. Questo minerale viene infatti estratto da rocce che, in alcuni giacimenti, possono trovarsi a stretto contatto con minerali della famiglia dell’amianto. Se durante l’estrazione e la lavorazione non vengono adottati controlli rigorosi, il talco può quindi essere contaminato da fibre di amianto, una sostanza classificata come cancerogena certa per l’uomo dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC).

È proprio da qui che nasce uno dei principali equivoci. Quando si parla di “talco cancerogeno”, infatti, si tende a racchiudere sotto la stessa etichetta due questioni molto diverse. La prima riguarda il talco contaminato da amianto, il cui rischio dipende dalla presenza di una sostanza di cui la cancerogenicità è ormai ampiamente dimostrata. La seconda, molto più dibattuta, riguarda invece il talco privo di amianto: da decenni gli scienziati cercano di capire se un utilizzo prolungato, soprattutto nella zona genitale, possa aumentare il rischio di tumore ovarico. È quest’ultima ipotesi ad aver alimentato gran parte delle cause intentate contro Johnson & Johnson e a rappresentare ancora oggi il principale terreno di confronto tra studi scientifici, autorità sanitarie e tribunali.

Perché si parla di cancro?

Le cause intentate contro Johnson & Johnson si basano soprattutto sull’esperienza di donne che riferiscono di aver utilizzato per molti anni polveri a base di talco nella zona genitale – direttamente sul perineo, sulla biancheria intima o sugli assorbenti – e  di avere successivamente sviluppato un tumore ovarico. L’accusa è che l’azienda non le abbia avvertite di un possibile rischio oncologico e, in alcuni procedimenti, che i prodotti potessero contenere tracce di amianto. Ma anche escludendo la contaminazione, resta una seconda domanda: il talco in sé può contribuire alla formazione di un tumore?

L’ipotesi biologica è che particelle molto fini applicate vicino all’apertura vaginale possano risalire attraverso vagina, utero e tube di Falloppio, raggiungendo la cavità pelvica e i tessuti vicini alle ovaie. Una volta depositate, potrebbero persistere a lungo e innescare una risposta infiammatoria cronica. Gli scienziati spiegano che l’infiammazione, da sola, non equivale a un tumore, L’infiammazione, da sola  può creare nel tempo un ambiente favorevole all’accumulo di danni nelle cellule, comprese alterazioni del DNA, e alla loro crescita incontrollata, due processi che possono contribuire allo sviluppo di un tumore. Questo meccanismo è considerato biologicamente plausibile dagli esperti, ma finora non è stato dimostrato che si verifichi davvero nelle donne che utilizzano abitualmente prodotti a base di talco, né che, anche qualora si verificasse, sia sufficiente ad aumentare il rischio di tumore. Il fatto quindi che questo percorso sia teoricamente possibile non significa che avvenga realmente nelle normali condizioni d’uso dei prodotti a base di talco, né che possa da solo favorire la comparsa di un tumore.

Che cosa mostrano gli studi

Il principale sostegno epidemiologico alle accuse arriva dagli studi cosiddetti “caso-controllo”, nei quali le abitudini di donne con un tumore ovarico vengono confrontate con quelle di donne senza la malattia. Una delle analisi più ampie, pubblicata nel 2013 dall’Ovarian Cancer Association Consortium su 8.525 pazienti e 9.859 controlli, ha rilevato tra chi aveva dichiarato di aver utilizzato polveri nella zona genitale un aumento relativo del rischio del 24% rispetto a chi non le aveva mai usate. Si tratta però di un’associazione statistica, non della dimostrazione che il talco sia stato la causa dei tumori osservati. Si tratta di un risultato che associa l’utilizzo del talco e il tumore ovarico, ma non è in grado di dimostrare un rapporto di causa-effetto. Le due condizioni si presentano più spesso insieme ma non si può arrivare a stabilire che sia stato il talco a provocare il tumore, perché potrebbero aver influito anche altri fattori.

Altre revisioni hanno ottenuto risultati simili. Il National Cancer Institute cita una metanalisi di 16 studi che ha rilevato un aumento relativo del rischio del 33 per cento. Anche in questo caso però non è emerso un chiaro rapporto dose-risposta e per i ricercatori il rischio non cresceva in modo coerente con la frequenza o con la durata dell’utilizzo. Un elemento che normalmente rafforzerebbe l’ipotesi di un rapporto causale.

Nel 2020 un’analisi pubblicata su Jama ha riunito i dati di quattro grandi coorti statunitensi: 252.745 donne, seguite per una mediana di circa undici anni. Tra chi aveva utilizzato polveri nella zona genitale il rischio stimato risultava circa l’8% più alto rispetto alle non utilizzatrici. Tuttavia, la differenza era troppo piccola perché si potesse escludere che fosse dovuta al caso. Gli autori hanno quindi concluso che lo studio non forniva prove di un’associazione tra l’uso del talco e il tumore ovarico, pur riconoscendo di non poter escludere completamente un aumento molto contenuto del rischio.

«Probabilmente cancerogeno»

Il quadro attuale non permette quindi di dire che l’uso del talco provochi il tumore ovarico, ma neppure di liquidare completamente il segnale emerso in una parte della letteratura. Nel 2024 l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro ha classificato il talco come «probabilmente cancerogeno per l’essere umano», nel Gruppo 2A. La valutazione, confermata nella monografia completa pubblicata nel 2025, si fonda su prove limitate nell’uomo per il tumore ovarico, prove sufficienti negli animali da laboratorio e forti evidenze relative ai meccanismi biologici della cancerogenesi.

«Probabilmente cancerogeno», però, secondo gli esperti non significa che sia probabile ammalarsi utilizzando un prodotto contenente talco. La IARC valuta la capacità di una sostanza di provocare il cancro in determinate circostanze, non quantifica il rischio concreto associato a una particolare dose, frequenza o modalità d’impiego. È questa distanza tra un segnale epidemiologico reale ma incerto, una plausibilità biologica e l’assenza di una prova causale definitiva a spiegare perché la questione continui a dividere ricerca scientifica e tribunali.

Bisogna davvero preoccuparsi?

Nonostante il dibattito scientifico e le vicende giudiziarie degli ultimi anni, il talco continua a essere un ingrediente ampiamente utilizzato. È presente in numerosi cosmetici, soprattutto prodotti in polvere come ciprie, fondotinta e ombretti, ma anche in alcune polveri per il corpo e in determinati medicinali, dove viene impiegato come eccipiente per facilitare la produzione delle compresse. Non esiste però una quantità di talco al di sotto della quale il rischio sia considerato nullo o, al contrario, una concentrazione oltre la quale diventi automaticamente pericoloso.

Le evidenze scientifiche disponibili non indicano che il rischio dipenda semplicemente dalla dose presente in un prodotto, ma soprattutto dalle modalità di utilizzo, in particolare dall’applicazione ripetuta per molti anni nella zona genitale e dall’eventuale contaminazione con amianto, oggi soggetta a controlli molto rigorosi. Alla domanda se dobbiamo preoccuparci, e alla luce dei principali risultati, le autorità sanitarie non raccomandano di evitare tutti i prodotti che contengono talco. Per gli esperti resta comunque valido un principio di prudenza: evitare l’inalazione intenzionale delle polveri, soprattutto nei bambini, e utilizzare i prodotti seguendo le indicazioni riportate in etichetta.

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