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Truffe sanitarie online: dalle bufale agli integratori, ecco lo schema e come difendersi

31 Luglio 2026 - 11:39 David Puente
Paura, autorità, escalation, prodotto. Il prebunking per smontare lo schema delle truffe sanitarie prima di caderci
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Medici che diffondono notizie false su vaccini, cure oncologiche o alimentazione, costruiscono una platea di seguaci spaventati e poi vendono integratori, rimedi omeopatici o consulenze private. Non è un fenomeno marginale, ma uno schema documentato, replicabile e redditizio, che sfrutta la paura delle persone di fronte alla malattia e la fiducia che il titolo di medico ancora garantisce, anche quando quel titolo è stato revocato.

Conoscere le fasi di questo meccanismo è il modo più efficace per non caderci e per proteggere chi ci è vicino. Di fatto, le vittime più esposte sono spesso persone anziane, genitori preoccupati per i figli, pazienti oncologici alla ricerca di speranza, persone che rischiano di essere ingannate proprio nel momento in cui sono più vulnerabili.

Lo schema si articola sempre in quattro fasi: la falsa notizia che semina paura, l’autorità professionale usata come scudo, l’escalation progressiva dei contenuti, e infine il prodotto da comprare.

La paura come materia prima

La disinformazione sanitaria non crea il vuoto, ma lo occupa e funziona meglio nei territori dove esiste già sfiducia, dove le domande restano senza risposta, dove la scienza ufficiale comunica male o non comunica affatto. Il cancro è il terreno più fertile, perché è una malattia che spaventa ancora enormemente, perché i trattamenti hanno effetti collaterali pesanti, e perché la ricerca avanza ma non sempre abbastanza in fretta. Stessa cosa per i vaccini, per la nutrizione e per l’invecchiamento.

L’ISS ha misurato questo fenomeno direttamente. Il convegno “Fake news, paure e fiducia”, organizzato dall’Istituto Superiore di Sanità il 5 giugno 2026, ha presentato i risultati di un sondaggio con oltre 4.000 partecipanti, dove emergono dubbi ancora molto diffusi su zuccheri, carboidrati, glutine, integratori, prodotti light e diete di tendenza. Si tratta di un bisogno informativo percepito che spesso viene intercettato prima dalla disinformazione che da una fonte corretta e soprattutto scientifica.

La paura, poi, ha una caratteristica che la rende particolarmente utile a chi vuole sfruttarla. Infatti, normalmente non si ragiona adeguatamente quando si ha paura, ma si cerca una rassicurazione, un supporto, una soluzione. Chi offre una spiegazione semplice, un nemico identificabile (“le case farmaceutiche”, “il sistema”, “i medici che non vogliono che tu sappia”) e una soluzione a portata di clic che vince quasi sempre sul comunicatore scientifico che spiega le incertezze e le complessità.

Il titolo come scudo, dove l’autorità professionale diventa un’arma

Il principio di autorità è il cardine dell’intero meccanismo. Un medico, anche radiato dall’Ordine, anche con una specializzazione non pertinente rispetto all’argomento di cui parla, o persino un premio Nobel (come nel caso di Luc Montagnier), offre una copertura che nessun blogger può dare. La divisa bianca, anche solo metaforica, abbassa le difese cognitive del pubblico e la verifica delle credenziali effettive (stato di iscrizione all’Ordine, pertinenza della specializzazione, curriculum reale) non viene quasi mai fatta da chi legge o da chi condivide.

Il caso italiano più documentato è quello di Tullio Simoncini, un medico che aveva costruito una terapia anticancro basata sull’idea che i tumori fossero funghi curabili con il bicarbonato di sodio. Radiato dall’Ordine nel 2003, condannato definitivamente dal Tribunale di Roma per frode e omicidio colposo, Simoncini continuava a prescrivere le sue cure ai malati di tumore anche dopo la radiazione, attraverso videochiamate su WhatsApp e Skype. È morto nel 2024, ma il “metodo Simoncini” circola ancora online.

Il caso di Andrew Wakefield è ancora più emblematico perché ha avuto conseguenze su scala globale. Wakefield era il medico che nel 1998 pubblicò su The Lancet lo studio, poi ritrattato e smontato pezzo per pezzo, che collegava falsamente il vaccino MPR all’autismo. Radiato dal registro medico britannico nel 2010 per frode, non ha mai smesso di diffondere le sue tesi. Nel 2016 era a Roma per promuovere il suo film “Vaxxed“, nel pieno del movimento antivaccinista italiano.

Questi non sono casi isolati. Secondo i dati della FNOMCeO, la Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici, sono circa 200 i medici radiati che continuano a esercitare in attesa del giudizio della CCEPS, la Commissione Centrale per gli Esercenti le Professioni Sanitarie. Il ricorso alla commissione sospende automaticamente l’efficacia della sanzione, e ciò significa che un medico radiato dall’Ordine può continuare a operare, legalmente, finché il suo ricorso è pendente.

L’escalation che costruisce la fiducia e come viene usata

Lo schema non si basa su un singolo contenuto falso. Si costruisce nel tempo, per gradi. La prima affermazione è quasi sempre plausibile, dove vale un dubbio legittimo sulla ricerca farmaceutica, una domanda ragionevole sugli effetti collaterali di un farmaco, una critica documentabile al sistema sanitario. Il follower che si avvicina non lo fa credendo già a tutto, ma lo fa perché qualcosa di quello che sente gli sembra sensato.

Una volta stabilita la fiducia, l’escalation è progressiva, le affermazioni diventano via via più estreme, ma il pubblico le accoglie con lo stesso filtro già consolidato. Chi è già dentro la bolla ha investito credenza e identità in quel personaggio e mettere in discussione una sua affermazione significa mettere in discussione tutto il percorso fatto. Ecco perché i meccanismi della dissonanza cognitiva lavorano a favore del disinformatore, non del lettore critico.

Questo pattern è stato documentato nella letteratura scientifica. Una review pubblicata su Health Promotion International nel 2025 descrive come alcuni influencer del wellness abbiano costruito comunità alternative sui social, usando teorie del complotto, inclusa la disinformazione antivaccinista, come strumento di coesione di gruppo e poi come canale di vendita. Il contenuto cospirazionista e il prodotto in vendita non sono due cose separate, perché il primo crea il bisogno emotivo mentre il secondo offre la soluzione.

Le piattaforme hanno amplificato questo meccanismo in modo esponenziale. Telegram in particolare ha offerto un canale difficilmente moderabile, dove la pipeline funziona senza interruzioni: la falsa notizia arriva dal canale pubblico, il prodotto viene venduto tramite link o contatti privati. Anche TikTok e Meta sono un vettore potente, soprattutto per i contenuti nutrizionali. L’uso dell’AI ha peggiorato la situazione, generando persino influencer artificiali con affiliazioni Amazon.

Il prodotto finale: la disinformazione come funnel di vendita

La notizia falsa non è il prodotto, ma il funnel. La paura crea il bisogno, la sfiducia nella medicina ufficiale chiude le uscite alternative, e il personaggio si posiziona come unica soluzione credibile. Il mercato di sbocco è quasi sempre lo stesso, ovvero integratori alimentari, rimedi omeopatici, prodotti “detox”, consulenze private. I margini di guadagno possono essere alti, mentre la regolamentazione è bassa, e nessuna prova di efficacia clinica viene richiesta per la vendita.

I dati sui comportamenti del pubblico più giovane sono particolarmente significativi. Un sondaggio del 2024 su millennials e Gen Z su TikTok ha rilevato che oltre la metà è influenzata da trend nutrizionali sulla piattaforma, dei quali il 67% li prova almeno una volta alla settimana. Solo il 2,1% dei contenuti nutrizionali analizzati risultava basato su linee guida di sanità pubblica. Un ulteriore studio su 2.000 adulti americani ha rilevato che quasi 1 su 5 si fida degli health influencer più che del proprio medico di base.

Non è un problema di stupidità collettiva, ma un problema di architettura dell’informazione. Chi produce contenuto falso a fini commerciali ha tutti gli incentivi economici per farlo bene, investendo tempo, costruendo una narrativa coerente, usando il linguaggio della scienza senza rispettarne il metodo. Chi fa comunicazione scientifica corretta (e fact-checking) spesso non ha gli stessi incentivi, né le stesse risorse, né la stessa velocità.

Le regole ci sono, ma non bastano

Il quadro normativo si è mosso, negli ultimi anni, nella direzione giusta. La delibera AGCOM n. 197/25/CONS, approvata il 23 luglio 2025, equipara gli influencer rilevanti ai fornitori di servizi media audiovisivi, introducendo l’obbligo esplicito di contrasto alla disinformazione e sanzioni fino a 600.000 euro per le violazioni più gravi. Gli influencer con almeno 500.000 follower su una singola piattaforma, o con almeno un milione di visualizzazioni mensili, sono soggetti al Codice di condotta. Il principio è chiaro, portando chi ha una platea da broadcaster ad avere responsabilità da broadcaster.

Il problema è che lo strumento non è stato disegnato per intercettare questo schema specifico. Un medico con 300.000 follower che vende integratori tramite link affiliati è probabilmente sotto la soglia AGCOM. Il controllo delle credenziali professionali resta di competenza degli Ordini e il sistema disciplinare ordinistico, come abbiamo visto, è paralizzato da quasi centinaia di ricorsi pendenti davanti alla CCEPS, con circa 200 professionisti radiati che continuano a esercitare in attesa del giudizio.

Il quadro si è ulteriormente complicato con una mossa politica di luglio 2026. Il 14 luglio la Commissione Affari sociali della Camera ha approvato un emendamento di Fratelli d’Italia, a prima firma della deputata Alice Buonguerrieri, che apre alla reiscrizione all’Albo dei medici radiati per “fatti non dolosi connessi alla pandemia”, inclusa la diffusione di teorie antiscientifiche sui vaccini. La FNOMCeO ha definito la norma “un’ingerenza ingiustificata” nell’autonomia degli Ordini. Il ddl è poi uscito dall’ordine del giorno il 21 luglio per divisioni interne alla maggioranza, ma il segnale politico è già nell’aria e colpisce la credibilità istituzionale del sistema disciplinare.

Perché funziona e perché è difficile smontarlo

Una cosa è chiara, ovvero che il problema non è mai la credulità delle persone, ma la struttura del meccanismo. Chi cade in questi schemi non lo fa perché è ingenuo, lo fa perché è spaventato, perché il contenuto che riceve è costruito professionalmente per sembrare credibile, e perché spesso arriva da qualcuno di cui si fidava già per altri motivi.

La disinformazione sanitaria che porta alla vendita di prodotti non verificati è pericolosa in due modi. Il primo è diretto: chi rinuncia a una terapia oncologica per affidarsi al bicarbonato di sodio o a un integratore non testato paga un prezzo altissimo, e a volte lo paga con la vita.

Il secondo è indiretto: erode la fiducia nel sistema sanitario nel suo complesso, rende più difficile il lavoro dei medici che operano correttamente, e abbassa la soglia di accettazione per la prossima bufala.

Di fatto, il punto non è che mancano le regole. Le regole ci sono, e negli ultimi anni sono migliorate. Il punto è che questo schema è più veloce di qualsiasi sistema di controllo. Nasce in un canale, si sposta su un altro, usa un nome diverso, un prodotto diverso, ma la struttura è sempre la stessa. Riconoscerla è il primo passo per non caderci e non è vero solo perché lo dice qualcuno con un camice.

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