Lo storico James Hankins: «Le università Usa insegnano ai giovani a odiare l’Occidente. Ma Trump sta sbagliando tutto con Harvard»

«Stamattina passeggiavo nel campus e ho visto un cartello con il nome di Brunelleschi. Sotto qualcuno aveva scritto con il pennarello Black Lives Matter. Ho pensato: almeno non l’hanno ancora cancellato. A quanto pare Brunelleschi non è considerato un suprematista bianco». James Hankins, uno dei massimi esperti di Rinascimento al mondo, sorride circondato da libri e pile di giornali nella stanza che conserva, ancora per qualche settimana, al secondo piano del Dipartimento di Storia di Harvard. È tornato a Cambridge un anno e mezzo dopo l’articolo con cui annunciò pubblicamente la decisione di lasciare, dopo 40 anni, il prestigioso ateneo a causa del “globalismo imperante” e della “rinuncia al canone occidentale”.
Oggi Hankins, 71 anni, insegna alla Hamilton School dell’Università della Florida, un nuovo centro dedicato allo studio della civiltà occidentale. Mentre Donald Trump prosegue la sua offensiva contro Harvard e le altre università d’élite, accusate di essere roccaforti dell’ideologia progressista e radicale, il professore sostiene che la strategia della Casa Bianca non aiuti a riformare l’istruzione superiore. Al contrario, ha trasformato “un confronto sulla missione dell’accademia in una guerra ideologica”.
Lei è arrivato ad Harvard nel 1985.
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«All’epoca era ancora un ateneo molto conservatore se paragonato agli altri della Ivy League, soprattutto perché il corpo docente era anziano. I professori giovani erano una rarità. Ci si aspettava che gli accademici costruissero altrove la propria reputazione, e soltanto allora Harvard avrebbe potuto chiamarli. La filosofia era semplice: Harvard doveva reclutare soltanto i migliori. Quando ottenni la cattedra, nel 1992, fui il primo in più di vent’anni a essere promosso internamente. Mi dissero che il precedente risaliva al 1969. Ero enormemente orgoglioso di me stesso, pensavo che quella promozione significasse che ero eccezionale. In seguito capii che non era così. Harvard aveva troppi posti vacanti e doveva per forza promuovere i docenti più giovani. Era l’inizio di una nuova filosofia delle assunzioni: prima il criterio era promuovere il miglior 20 per cento dei docenti junior, poi si arrivò al 50 per cento. Oggi è saltato tutto».
Eppure già negli anni Sessanta e Settanta Harvard aveva dimostrato di avere anche una grossa componente liberal e progressista, con studenti e docenti che si battevano contro la guerra e per i diritti civili.
«Nel corso degli anni ci sono sempre stati gruppi di attivisti che cercavano di utilizzare il prestigio di Harvard per promuovere cause politiche. Alcune battaglie incontravano la mia simpatia: l’attivismo per i diritti degli omosessuali o contro la guerra in Vietnam, per esempio. Tuttavia ai vertici dell’università c’era una dirigenza molto determinata, la cui priorità era una: Harvard doveva rimanere la migliore università del mondo. L’eccellenza accademica veniva sempre prima di tutto».
E poi?
«Negli anni Novanta cominciarono a formarsi dei caucus politici, organizzati soprattutto intorno ai diritti delle donne. Quelle discussioni si svolgevano al di fuori delle riunioni formali di facoltà. Un gruppo di donne, e alcuni uomini, si incontravano in anticipo per concordare scopi e strategie. L’obiettivo finale era raggiungere la piena parità. Fu una campagna fortemente ideologica, culminata nel 2005, l’anno in cui le femministe riuscirono a liberarsi di Larry Summers».
L’allora presidente di Harvard aveva dichiarato che il numero inferiore di donne ai vertici della carriera accademica fosse legato a “differenze di abilità innate”. Un’affermazione molto grave, non crede?
«Citò un’ipotesi, e avrebbe potuto dire proprio questo: “Stavo formulando un’ipotesi, non stavo esprimendo le mie convinzioni personali. Perché dovrei dimettermi?”. Invece scelse di non difendersi. E questo secondo me è stato l’inizio della fine».
Si spieghi.
«La storica Drew Faust divenne presidente, prima donna nella storia di Harvard. E così, molti attivisti ebbero la sensazione di aver vinto. A mio giudizio, quello fu il momento in cui un movimento politico assunse di fatto il controllo dell’università. Harvard divenne quindi un modello per molte altre istituzioni in cui movimenti analoghi aspiravano a trasformare la vita universitaria».
Cosa prova a stare qui dopo le dimissioni?
«Nessuno si è mostrato ostile nei miei confronti. Molti dei docenti attuali sono stati assunti o promossi quando facevo parte delle commissioni che li valutavano. Naturalmente, tanti colleghi a cui ero legato sono ormai andati in pensione o sono morti. Questo mi rende più facile andare via».
La sua decisione di lasciare Harvard è arrivata proprio mentre l’amministrazione Trump dichiarava guerra all’ateneo. Cosa pensa dell’iniziativa del presidente?
«Credo che Harvard avesse cominciato a correggere la rotta con Alan Garber, il nuovo presidente. Non lo definirei un conservatore, ma è certamente un uomo delle istituzioni. Ritiene che l’università debba concentrarsi sulla propria missione accademica, invece di lasciarsi coinvolgere dalla politica.. E mi sembrava che avesse già cominciato ad adottare misure in questo senso. Ma poi Trump ha lanciato la sua offensiva. L’amministrazione credeva di poter spaventare Harvard per costringerla a cambiare. Invece la strategia si è ritorta contro di loro…Trump ha utilizzato uno strumento molto grossolano, come è nel suo stile. Crede che se si colpiscono le persone abbastanza duramente, prima o poi cambieranno. A volte funziona, in questo caso non credo abbia funzionato».
Perché?
«Perché oggi molte persone di sinistra considerano qualsiasi concessione a Trump un tradimento. Quando Garber ha deciso di opporsi all’amministrazione, rifiutando qualsiasi tipo di accordo, ha ricevuto un sostegno enorme sia all’interno, sia all’esterno di Harvard. Ma paradossalmente per lui è diventato molto più difficile realizzare riforme che, in circostanze diverse, sarebbero state poco controverse. Prendiamo l’enorme burocrazia del Title IX».
Si riferisce all’ampliamento – voluto da Obama – della legge del 1972 che vieta discriminazioni basate sul sesso nelle università che ricevono fondi federali.
«Quando nel 2011 l’amministrazione Obama inviò le nuove linee guida agli atenei, Harvard dovette assumere molto personale per stare dietro alla verifica di tutte le nuove segnalazioni. Penso sia del tutto legittimo domandarsi se quei posti di lavoro siano davvero necessari. Tuttavia, poiché Trump ha inserito il Title IX e le politiche per promuovere la diversità nella propria battaglia politica, ridimensionare oggi quell’apparato burocratico rischia di apparire come una resa nei suoi confronti».
Cos’altro rimprovera ad Harvard?
«Di aver rinunciato ai suoi valori per ragioni economiche. Per molti anni i principali sostenitori dell’università sono stati gli ex studenti finiti poi a Wall Street. Molti di loro appartenevano ai final club ed erano straordinariamente impegnati nel sostenere Harvard».
Stiamo parlando di circoli sociali privati per soli uomini, prevalentemente bianchi, e non riconosciuti ufficialmente da Harvard.
«E per questo molti li consideravano bastioni di una cultura conservatrice da sconfiggere. Un obiettivo in parte raggiunto quando i finanziamenti pubblici sono diventati molto più consistenti, soprattutto per la Medical School e la School of Public Health. Oggi circa il 20 per cento dei finanziamenti di Harvard proviene da fonti governative. Quando l’amministrazione Trump ha sospeso i fondi, la School of Public Health è stata colpita in modo particolarmente duro, perché una quota molto elevata del suo bilancio dipende dai finanziamenti federali. Ma il cambiamento più importante è avvenuto tra il 2005 e il 2010 quando, con la crisi economica, Harvard ha cominciato a cercare attivamente grandi donazioni provenienti dall’estero, soprattutto dalla Cina e dall’India. Alcuni di quei donatori avevano interessi politici. Quando iniziò ad affluire il denaro straniero, i rapporti con gli ex alunni divennero meno importanti. L’università poteva ignorarli perché un unico miliardario cinese o indiano poteva donare somme molto maggiori. Questo spostamento ha modificato gli equilibri di potere».
Come?
«Il denaro straniero ha garantito all’amministrazione universitaria una maggiore indipendenza finanziaria rispetto alla tradizionale base di alumni. Questo, a sua volta, ha reso più facile perseguire politiche più radicali senza doversi preoccupare dei donatori conservatori. E così l’università è diventata sempre di più un luogo dove non c’erano idee diverse e dove si faceva esplicitamente politica».
Lei sostiene che l’abbandono dello studio della civiltà occidentale abbia avuto un effetto terribile sulle nuove generazioni in America. In Italia il canone occidentale è ancora centrale nell’istruzione eppure il Paese affronta molte delle stesse tensioni sociali che osserviamo negli Stati Uniti.
«La mia impressione è che i giovani italiani siano ancora notevolmente più civilizzati dei giovani americani: crescono circondati dalla storia, sanno da dove vengono. Non sperimentano lo stesso senso di completo distacco dal passato. Negli Stati Uniti le persone conoscono poco la propria storia e, più in generale, la storia occidentale. Questo le rende molto più vulnerabili ai cattivi maestri che raccontano loro che la civiltà occidentale non è altro che schiavitù, supremazia bianca e oppressione».
Dopo decenni di oblio, oggi molti corsi di storia americana dedicano spazio al ruolo della schiavitù e del suprematismo bianco.
«Esattamente. E credo che i giovani stiano cominciando a ribellarsi a questa narrazione univoca. Il problema è che non reagiscono riscoprendo la storia che non è mai stata insegnata loro. Molti si rivolgono alle teorie del complotto e ad altre spiegazioni semplicistiche. Il tipo di barbarie culturale che stiamo sperimentando oggi negli Stati Uniti è molto più grave. C’è una grandissima intolleranza tra persone che ufficialmente affermano di attribuire molto valore alla tolleranza. Gran parte di questo deriva dal fatto che non abbiamo più modelli condivisi di comportamento. Quando la storia occidentale veniva insegnata in modo tradizionale, gli studenti incontravano eroi e malvagi. Alcune figure storiche venivano elogiate, altre criticate. La storia appartiene originariamente alla tradizione retorica. Il suo scopo non era soltanto trasmettere fatti, ma anche coltivare la capacità di giudizio. Inoltre forniva alla società un quadro culturale condiviso. Negli ultimi quarant’anni, invece, abbiamo celebrato il multiculturalismo. Abbiamo incoraggiato le persone a valorizzare ciò che le rende differenti, anziché chiedere loro di entrare a far parte di una cultura comune. Il multiculturalismo, a partire dagli anni Novanta, ha spinto tanti americani a disprezzare l’America, e a valorizzare altre identità. Non penso che l’assimilazione debba essere assoluta o immediata ma credo che ogni società abbia bisogno di un certo grado di assimilazione culturale».
Se accettiamo che la civiltà occidentale si sia indebolita, quale è la responsabilità dei suoi presunti custodi? Oggi, quando si parla di difendere la civiltà occidentale, i nomi che ricorrono spesso sono quelli di Donald Trump, Vladimir Putin o Peter Thiel…
«Per cominciare, non credo che Donald Trump sappia molto della civiltà occidentale. Putin ne possiede una propria interpretazione, radicata nella storia russa e nel cristianesimo ortodosso. Quando arrivai a Harvard la maggior parte dei professori aveva combattuto nella Seconda guerra mondiale o nella guerra di Corea: avevano difeso il proprio Paese. Non passavano il tempo a domandarsi cosa fosse la civiltà occidentale, l’avevano vissuta, avevano combattuto per essa. Poi arrivò la generazione del Vietnam e molti accademici divennero molto più critici nei confronti dell’America a causa dell’opposizione alla guerra. Ma non credo che siano gli unici responsabili del declino. La globalizzazione ha avuto un ruolo altrettanto importante. Il presidente Derek Bok aveva una visione di Harvard come università globale. C’erano progetti per aprire una facoltà di legge in India, centri di ricerca in Cina. Non era l’unico, ogni grande università americana perseguiva la stessa strategia. E le grandi imprese le sostenevano con entusiasmo. Molti dirigenti aziendali arrivarono a considerare il nazionalismo americano qualcosa di imbarazzante. C’erano quindi due forze molto potenti che si muovevano nella stessa direzione. Da una parte, la cultura intellettuale successiva al Vietnam. Dall’altra, il capitalismo globale: nessuna delle due era particolarmente interessata a coltivare una forma sana di patriottismo. Credo che quel processo si sia semplicemente spinto troppo oltre».
Cosa c’è di sbagliato nel denunciare colpe e responsabilità dell’Occidente?
«Credo che le persone debbano essere orgogliose sia del proprio Paese, sia della propria civiltà. Questo non significa rinunciare alla critica, ma questa non può diventare l’intera storia. Oggi si parla spesso di una “civiltà globale”. Esistono mercati globali, aziende globali, marchi globali. Ma non esiste una civiltà globale. Le civiltà sono radicate nella storia, nella cultura e nella memoria condivisa. Queste cose non possono essere semplicemente globalizzate».

