Ultime notizie Caldo recordSigfrido RanucciUcraina
ATTUALITÀGermaniaImmigrazioneONGRavenna

La Humanity e il lungo viaggio fino a Ravenna: «I libici hanno bloccato un gommone con la forza sotto i nostri occhi»

19 Agosto 2026 - 17:07 Roberta Brodini
Humanity 1 salvataggio in mare
Humanity 1 salvataggio in mare
73 persone «deboli, esauste e disidratate», alcune al 12esimo tentativo di attraversamento del Mediterraneo, dopo la fuga dalla Libia. La testimonianza a Open di Lukas Kaldenhoff
Google Preferred Site

È degli ultimi giorni la cronaca del salvataggio, nelle acque del Mediterraneo, di un’imbarcazione con a bordo 65 migranti partiti dalla Libia, giunti dopo sei giorni di viaggio, il 18 agosto, al porto di Marina di Ravenna. A quel primo intervento del 12 agosto, ne era seguito anche un secondo, con altre 8 persone messe in salvo il giorno successivo, portando a 73 il totale dei naufraghi soccorsi. A coordinare entrambe le operazioni è stata SOS Humanity, ong tedesca che opera la nave di ricerca e soccorso Humanity 1, nata a Berlino nel 2015 come SOS Méditerranée Germany e divenuta indipendente nel 2022 con l’attuale denominazione.

Un’operazione, quella del salvataggio, portata a compimento con successo, seguita però da un lungo viaggio a causa della scelta del Viminale di assegnarle un “porto sicuro” a quasi 1600 km di distanza, come racconta a Open Lukas Kaldenhoff, coordinatore della comunicazione a bordo della nave.

© Antonia Bretschkow/SOS Humanity

Il racconto dell’arrivo al porto di Marina di Ravenna

La nave di Humanity 1 ha fatto il suo arrivo intorno alle 10 del mattino di ieri, 18 agosto, sulla banchina della Fabbrica Vecchia, a Marina di Ravenna. A bordo, 73 persone, tra cui 17 minori, 14 dei quali non accompagnati, e una donna in gravidanza. La fine di un’epopea che ha visto la nave di soccorso impegnata in sei giorni di navigazione, prima di poter raggiungere il lontano porto di Ravenna, assegnato dal Viminale, posto a circa 1600 km dal luogo del primo salvataggio.

Lukas Kaldenhoff, coordinatore a bordo della Humanity 1, racconta a Open uno sbarco «avvenuto in modo rispettoso, ma lento»: «A causa del nuovo Patto Ue – prosegue Kaldenhoff –, i controlli sanitari effettuati dalle autorità a bordo della nostra nave sono più approfonditi, pertanto gli sbarchi risultano notevolmente più lenti rispetto a prima e richiedono più tempo». Un’operazione che comunque, fatto salvo per le tempistiche, è stata portata a termine con successo: «Siamo comunque sollevati dal fatto che tutti i 73 sopravvissuti siano finalmente potuti sbarcare in un luogo sicuro e che, si spera, abbiano la possibilità di continuare la propria vita in condizioni dignitose e pacifiche».

La polemica per il porto assegnato

A far però discutere era stata la scelta compiuta dal Viminale che, a fronte del salvataggio dei primi 65 migranti, aveva deciso di indirizzare l’imbarcazione verso un porto di destinazione a quasi 1600 km di distanza dal luogo del salvataggio. «Per quanto riguarda l’assegnazione di un porto lontano come quello di Ravenna – a 6 giorni di navigazione dal luogo del salvataggio – si tratta chiaramente di una scelta disumana, poiché comporta ulteriori sofferenze per i sopravvissuti a bordo», continua Lukas Kaldenhoff.

Per quanto attrezzate, infatti, le navi SAR (Search and Rescue) non possono garantire ai naufraghi condizioni di vita dignitose per lunghi periodi, a causa del caldo prolungato sofferto a bordo che può portare al deterioramento delle loro condizioni di salute fisica e mentale, già vulnerabili: «Molti di loro hanno vissuto esperienze traumatiche. Tutti hanno bisogno di assistenza».

Secondo Kaldenhoff, la scelta di ricorrere all’assegnazione di cosiddetti “porti lontani” solleverebbe inoltre una questione legata ai principi del diritto marittimo: «Gli Stati costieri hanno il dovere di sbarcare i sopravvissuti in un luogo sicuro il prima possibile». Per poi denunciare: «Ricordiamo anche che i negoziati sulla politica migratoria dell’UE e i dibattiti politici non devono avvenire a scapito delle persone in pericolo in mare».

Le condizioni dei migranti: «Deboli, esausti e disidratati»

«Li abbiamo trovati appena in tempo»: esordisce Kaldenhoff, mentre racconta i momenti concitati dei due salvataggi, portati a termine il 12 e 13 agosto. «Ogni ora in più trascorsa in quelle condizioni avrebbe potuto causare gravi problemi di salute», continua, specificando: «In entrambi i soccorsi che abbiamo effettuato, le persone erano rimaste in mare per tre giorni su imbarcazioni non idonee alla navigazione e sovraffollate, senza né acqua potabile né cibo, esposte a un caldo torrido che raggiungeva i 40 gradi senza alcuna possibilità di ripararsi dal sole».

Condizioni che hanno imposto all’equipaggio di prendersi cura di persone allo stremo delle forze: «Alcuni dei sopravvissuti avevano già trascorso tre giorni in mare, esposti al sole e al caldo, esausti, deboli e disidratati quando li abbiamo soccorsi. Molti hanno subito anni di detenzione e trattamenti disumani in Libia e durante la fuga dai loro paesi d’origine dilaniati dai conflitti, come il Sudan e la Somalia».

La fuga dalla Libia: fino a 12 tentativi di attraversare il Mediterraneo

Difficile anche per gli operatori coinvolti riportare le testimonianze raccolte nel corso dei sei lunghi e difficili giorni in mare: «Ciò che colpisce di più tra le testimonianze che abbiamo raccolto è il fatto che alcuni di loro, tra cui donne e bambini, abbiano tentato di attraversare il Mar Mediterraneo fino a 12 volte, per essere poi riportati illegalmente e con la forza, ogni volta, verso l’orrore da cui stavano fuggendo!».

Una condizione che, ribadiscono da SOS Humanity, impone ancora una volta di aprire gli occhi sulla «situazione disumana» che vede protagonisti i migranti di passaggio dalla Libia: «Questa dovrebbe essere la considerazione fondamentale che gli Stati dovrebbero tenere presente riguardo a queste persone: la protezione e il rispetto del diritto internazionale», sottolinea Kaldenhoff.

La denuncia di interferenza da parte della Guardia Costiera libica

Ma la vera minaccia al successo della missione non veniva certo dalle sole condizioni dei naufraghi o dalle condizioni in mare: «Abbiamo dovuto assistere ad una violentissima intercettazione da parte della cosiddetta Guardia Costiera libica in acque internazionali, per la precisione da parte di una motovedetta donata alle milizie libiche dal programma di gestione delle frontiere SIBMMIL, finanziato dall’UE», denuncia Kaldenhoff. Manovre definite «incredibilmente pericolose», quelle eseguite della motovedetta libica, che avrebbe speronato più volte un’imbarcazione in pericolo: un gommone con diverse persone a bordo.

«Questo incidente rivela ancora una volta la vera natura dei partner europei in Libia: sconsiderati, disumani e in violazione di ogni legge applicabile», prosegue il coordinatore. Un intervento, quello libico, che ha impedito il soccorso «in conformità con il diritto marittimo» che Humanity 1 era pronta ad attuare: «Non siamo stati in grado di intervenire a causa del comportamento molto aggressivo delle milizie libiche armate». Momenti concitati e di forte preoccupazione, nei quali il personale di soccorso sarebbe stato costretto ad assistere mentre le persone a bordo del gommone venivano «riportate illegalmente in Libia, dove ora rischiano ulteriori violenze, detenzioni arbitrarie e abusi. È stato un momento davvero straziante e doloroso».

Foto copertina: © Antonia Bretschkow/SOS Humanity