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Meta e TikTok nel mirino delle famiglie italiane, al via la class action a Milano: «I social creano dipendenza patologica»

27 Agosto 2026 - 22:31 Olga Colombano
Dopo il patteggiamento negli Stati Uniti, anche in Italia una decina di famiglie accusa i social di favorire la dipendenza tra i più giovani e acuire i disturbi mentali
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Se negli Stati Uniti Meta se l’è cavata con un patteggiamento da poco meno di 17 miliardi e qualche modifica alle sue piattaforme, per l’azienda di Mark Zuckenberg i guai giudiziari non sono finiti. Un nuovo procedimento è stato avviato a Milano, da una decina di famiglie, sul modo in cui i social coinvolgono i minori. La prima udienza si è tenuta il 14 maggio, mentre la prossima è fissata per il 19 novembre davanti al giudice Nicola Fascilla. Dopo quella data dovrebbe arrivare la decisione.

Le accuse contro Meta e TikTok

Secondo i legali delle famiglie, ci sarebbero «prove documentali incontrovertibili» per dimostrare che i social di Meta e TikTok «generano e aggravano malattie della mente e di ordine comportamentale», soprattutto tra i più giovani. Un po’ come la causa che si è appena chiusa negli States, le famiglie sostengono che le aziende conoscano gli effetti della dipendenza e la ricerchino deliberatamente, perché sarebbe al centro del loro modello di business. I legali contestano quindi la mancata introduzione di sistemi per la verifica dell’età e la mancanza di informazioni adeguate per gli utenti sui possibili rischi. Secondo una stima, riportata nel ricorso, sarebbero circa 3,5 milioni i bambini italiani tra i 7 e i 14 anni attivi su Meta e TikTok.

«Non si può scaricare la responsabilità sui genitori»

Nel documento viene contestata anche quella che i legali definiscono una strategia «inaccettabile» delle piattaforme, ovvero quella di attribuire ai genitori la responsabilità della mancata supervisione dei figli. Per descrivere questa posizione viene argomentato che sarebbe come «se l’avvelenatore di un pozzo si difendesse dicendo che i genitori avevano l’obbligo di impedire ai bambini di abbeverarsi». La differenza rispetto al procedimento statunitense riguarda però anche le richieste avanzate dai legali. Se negli Usa l’obiettivo era costringere Meta a modificare le proprie piattaforme, con restrizioni specifiche per gli adolescenti, in Italia le famiglie sostengono di non voler cambiare le leggi. «Non stiamo chiedendo al Tribunale di riscrivere la normativa», sostengono i legali, ma di applicare quella già esistente.

I documenti e le testimonianze

A sostegno delle accuse sono stati depositati numerosi documenti, tra cui materiale che, secondo i legali, raccoglierebbe «le verità interne delle aziende emergenti dalla discovery». Tra questi vengono citate ricerche condotte da Meta e testimonianze di ex dipendenti. Alla prima udienza era presente anche Irene Roggero, madre di una bambina di 12 anni morta suicida nel febbraio 2024. La donna ha raccontato la propria esperienza e il timore che l’utilizzo dei social e degli algoritmi abbia contribuito ad aggravare una situazione già difficile. «In sei mesi è stata come una malattia fulminante e noi eravamo senza armi», ha spiegato Roggero.

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