Legge elettorale, caos sulle preferenze. Ma poi la maggioranza vota no a quelle “libere”. Meloni: «La sinistra non le vuole»
Il subemendamento alla legge elettorale presentato dal centrosinistra al Senato, anticipato ieri da Open, ha riaperto le tensioni all’interno della maggioranza di governo. Ma dopo ore di scontri e riunioni, il centrodestra si compatta. Incluso il partito di Giorgia Meloni che fino all’ultimo ha ventilato la possibilità di votare per le preferenze “libere”, sebbene la proposta venisse da sinistra. E passa la linea del no, tra le urla dell’opposizione.
Cosa è successo in aula
Per capire la vicenda è indispensabile entrare nel tecnicismo. Il subemendamento allo Stabilicum o Melonellum che ha acceso le tensioni è quello presentato grazie alla riapertura dei termini per subemendare da parte di Ignazio La Russa, primo firmatario Dario Parrini. Il testo interveniva sulle preferenze, allargando la linea scelta dalla maggioranza. Se la versione concordata dagli sherpa del centrodestra,riassunta nell’emendamento a prima firma Marco Lisei (FdI), inserisce le preferenze con capilista bloccati, con un meccanismo che quindi peserà solo sui partiti che abbiano più del 10% dei consensi elettorali, quello avanzato dal Pd è ben più ampio.
Cosa dice il subemendamento
Il testo del subemendamento 1.6/1, infatti, recitava: «Ogni elettore dispone di un voto di lista e fino ad un massimo di due voti di preferenza per candidati di sesso diverso compresi nella lista medesima, da esprimere su un’unica scheda recante il contrassegno di ciascuna lista». Dunque nessuna tutela per i capilista, due preferenze e via. In teoria sarebbe stata la linea di Fratelli d’Italia e infatti il partito di Giorgia Meloni alla Camera ha votato un testo del tutto analogo, presentato però da Roberto Vannacci (ma i numeri non sono stati sufficienti).
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L’opposizione, incluso Vannacci, chiedeva quindi a FdI di fare la stessa scelta anche al Senato, e il partito della premier ha fatto capire che non era facile rifiutare. Da ieri, 9 settembre, ad oggi, si sono succedute le riunioni di centrodestra, l’ultima conclusa poco prima che l’aula di Palazzo Madama si riunisse per iniziare a votare, partendo proprio dai subemendamenti. FdI ha fatto a lungo circolare che, accordo di maggioranza o no, per la leader era una scelta di principio.
Secondo alcune fonti vicine al dossier contattate da Open, parlarne a lungo è stato anche un modo per segnalare i rapporti di forza all’interno della coalizione. Alla fine, però, è stata scelta la linea della prudenza, per evitare di far saltare il patto di maggioranza.
La posizione del centrodestra
«Sono fiducioso che FdI terrà fede al patto di maggioranza», aveva detto Massimiliano Romeo, capogruppo della Lega poco prima di entrare in aula. «Io sono da sempre contrario alle preferenze però c’è un accordo in maggioranza sulla proposta avanzata unitariamente». Tutto il resto? «Non si vota», aveva rincarato la dose Claudio Borghi. La linea concordata è stata, in ogni caso, formalmente aperta al dibattito. Elisabetta Casellati alla riapertura dei lavori dell’aula si è rimessa alla volontà dell’aula sul punto.
Ma la linea del capogruppo Lucio Malan ha chiarito il punto: «Noi tra un emendamento del Pd che strumentalmente propone le preferenze e mantenere gli accordi all’interno della maggioranza non abbiamo dubbi. Manteniamo la parola».
La provocazione del centrosinistra

Più voci da sinistra si erano alzate per chiedere a FdI di essere coerente. Renzi, in aula è stato provocatorio: «Rivolgo un appello a Giorgia Meloni: non si faccia impaurire da Salvini e Tajani, anche perché sarebbe l’unico essere vivente che si fa impaurire da Salvini e Tajani».
Al momento della dichiarazione di voto ha persino letto una precedente dichiarazione di Giorgia Meloni: «Se noi siamo rappresentanti del popolo italiano, se noi lo siamo e non ci consideriamo migliori degli italiani, dobbiamo riconoscere agli italiani la possibilità di determinarsi e autodeterminarsi», aveva detto la premier: «Banalmente e lo dico di me stessa e di tutti noi per chi di noi non avesse voti sufficienti per stare in Parlamento, segnalo che non dovrebbe starci perché non lo merita», ha letto Renzi citando Meloni.
Il Pd Francesco Boccia ha aggiunto: «Abbiamo smascherato le contraddizioni della maggioranza, che è nel caos e in confusione, utilizzando il regolamento e di questo ringraziamo il Presidente del Senato che ha svolto il suo compito, consentendo alle opposizioni di subemendare un emendamento approvato con varie forzature», e De Cristofaro di Avs: «Il paese vive una grandissima condizione di crisi sociale, e in questa situazione il voto sulla legge elettorale è stato surreale». Ma gli appelli dell’opposizione hanno fatto poca presa, tanto che in aula la maggioranza non ha neppure registrato defezioni.
La reazione di Meloni
Le #preferenze, nel voto per il Parlamento, mancavano dal 1993, cioè da quasi 35 anni. Oggi tornano perché il centrodestra ha scelto di reintrodurle, su proposta di @FratellidItalia.
— Giorgia Meloni (@GiorgiaMeloni) September 10, 2026
Alla sinistra, che oggi sostiene che non basta, devo ricordare che non è credibile, su questo…
Meloni in serata ha commentato che la sinistra non può fare morali sulle preferenze, che non ha mai voluto: «Alla sinistra, che oggi sostiene che non basta, devo ricordare che non è credibile, su questo tema, chi non le ha mai volute in questi 35 anni e ha votato per bocciarle anche un mese fa. Quindi la differenza non è tra chi vuole più preferenze e chi ne vuole meno. È tra chi le ha rimesse nella legge e chi no».

