Delitto di via Poma, Paola Cesaroni: «Quando trovammo Simonetta c’era qualcuno nascosto»

«Quando entrammo in quell’ufficio c’era già qualcuno. L’assassino o qualcuno che doveva ripulire». A 36 anni dall’omicidio di Simonetta Cesaroni, la sorella Paola torna sul delitto di via Poma. Lo fa in un’intervista a Repubblica, alla vigilia dell’uscita di In nome della verità. Le indagini ancora aperte del delitto di via Poma, il libro scritto insieme al giornalista Igor Patruno e pubblicato da Piemme.
Il 7 agosto 1990 Simonetta Cesaroni, 20 anni, viene trovata morta negli uffici dell’Aiag, l’Associazione italiana alberghi per la gioventù, in via Carlo Poma 2 a Roma, dove stava lavorando alla contabilità. Il corpo viene scoperto poco prima di mezzanotte dalla sorella Paola, dal suo fidanzato e dal datore di lavoro Salvatore Volponi. La ragazza fu colpita 29 volte con un’arma mai ritrovata.
In oltre tre decenni le indagini hanno seguito piste diverse, ma nessuno è mai stato condannato in via definitiva per l’omicidio.
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Le tracce di sangue e l’ipotesi di qualcuno nascosto nell’ufficio
È proprio alle ore successive al ritrovamento del corpo che Paola Cesaroni torna oggi. Fa riferimento a tre strisce di sangue che, secondo il suo racconto, il compagno Antonello avrebbe visto dietro la porta dell’ufficio. Tracce che, sostiene Cesaroni, non comparirebbero nelle fotografie scattate successivamente dalla Scientifica. Da qui nasce l’ipotesi che qualcuno possa essere rimasto nascosto nei locali anche mentre la famiglia cercava Simonetta. «È un pensiero che ancora mi dà i brividi. L’ufficio era grande. Poteva nascondersi e, quando siamo scesi, finire di cancellare le tracce», racconta.
Le chiavi e lo sconosciuto nell’atrio
Nell’intervista Paola Cesaroni ricorda anche il comportamento di Giuseppa De Luca, moglie del portiere Pietrino Vanacore, nelle ore in cui la famiglia cercava di entrare negli uffici. Secondo il suo racconto, la donna avrebbe inizialmente negato di avere le chiavi dell’appartamento. Quando arrivò la polizia De Luca avrebbe tenuto le chiavi dietro la schiena mentre un agente cercava di farsele consegnare. «Fui io a indicarla: “Ce le ha lei”. Un comportamento che ancora oggi non riesco a spiegarmi».
C’è poi la figura di un giovane sconosciuto con gli occhiali e i capelli scuri che, dopo il ritrovamento del corpo, si sarebbe avvicinato a Paola nell’atrio del palazzo. Cesaroni pensò inizialmente che fosse un assistente sociale. Successivamente, in Questura, le dissero che non apparteneva alle forze dell’ordine. Prima di allontanarsi, secondo il suo racconto, l’uomo le avrebbe detto: «Il peggio deve ancora venire». La sua identità non è mai stata accertata.
Le nuove indagini sul delitto di via Poma
Il caso è tornato al centro di nuovi accertamenti. Nel dicembre 2024 la gip di Roma ha respinto una richiesta di archiviazione e disposto ulteriori verifiche, tra cui nuove analisi sulle tracce biologiche, l’esame del materiale fotografico e l’ascolto di persone mai sentite o da risentire. Uno dei fronti principali riguarda il Dna recuperato dai reperti conservati. Gli investigatori stanno confrontando le tracce con i profili genetici di persone che all’epoca gravitavano attorno al palazzo di via Poma.
Paola Cesaroni continua a confidare nelle indagini: «Vedo l’impegno del procuratore Lo Voi e del pm Lia. Restano 70 persone di cui abbiamo chiesto il Dna, da confrontare con quanto ritrovato oggi. Dopo 36 anni, sono ancora fiduciosa».
Gli interrogativi ancora senza risposta
Nel corso degli anni le indagini hanno coinvolto diversi nomi. Tra i primi sospettati ci fu il portiere Pietrino Vanacore, poi scagionato. Molti anni dopo a processo finì anche Raniero Busco, l’ex fidanzato di Simonetta: condannato a 24 anni in primo grado nel 2011, fu assolto in appello nel 2012. Nel 2014 la Cassazione rese definitiva l’assoluzione.
Restano ancora irrisolti alcuni dei nodi centrali del caso: chi raggiunse Simonetta negli uffici, come riuscì a entrare e ad allontanarsi senza essere notato, la scomparsa dell’arma e delle chiavi e la possibilità che qualcuno sia intervenuto sulla scena prima dell’arrivo della polizia. È su questi punti che torna In nome della verità. A 36 anni dal delitto, Paola Cesaroni continua a chiedere che si riparta proprio da ciò che accadde dentro il palazzo di via Poma nelle ore tra l’omicidio della sorella e il ritrovamento del corpo.

