Francesca Albanese a Open: «Un cambio di governo in Israele non cambierà niente, negli Usa sì. L’eredità del Paese sarà sempre il genocidio a Gaza» – Il video
Dalla mobilitazione per Gaza al ruolo delle Nazioni Unite, dalla soluzione dei due Stati al rapporto tra Israele e Stati Uniti. La relatrice Onu per i territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, intervistata da Enrico Mentana sul palco del Festival di Open, ripercorre le ragioni del suo impegno sulla questione palestinese e rilancia la necessità di applicare il diritto internazionale, che non «deve valere fino a un certo punto», senza doppi standard. Rispondendo alla prima domanda, Albanese racconta il momento in cui si è resa conto di essere diventata un punto di riferimento per la causa palestinese. «Ricordo la prima standing ovation in una sala gremita di giovani, all’università di Parigi. Non capii», racconta. Erano i primi mesi dopo il 7 ottobre 2023 e la relatrice Onu aveva già pubblicato diversi rapporti sulla situazione palestinese. «Dal mio punto di vista non stavo facendo nulla di diverso».
«Il cessate il fuoco ha messo un bavaglio alla società civile»
C’è il rischio di una perdita di centralità della questione di palestinese in quanto tale? «Dipende», risponde Albanese. «Il cosiddetto cessate il fuoco – prosegue – è stato imposto come bavaglio per la società civile internazionale». Secondo la sua analisi, la pressione esercitata dalle piazze avrebbe messo in difficoltà alcuni alleati dell’amministrazione Trump. Il cessate il fuoco, quindi, sarebbe diventato anche un modo per interrompere quella mobilitazione: «I governi hanno detto: non c’è più bisogno che scendiate in piazza, ora c’è il cessate il fuoco». A suo giudizio, negli anni ci sarebbe stata una forte repressione del consenso popolare sulla questione palestinese. «La politica ha voluto mettere una sorta di pietra su quel consenso». La conseguenza sarebbe una riduzione della visibilità pubblica della questione, ma non della sua rilevanza sociale. «Certo, è scesa la mediaticità, ma la popolazione continua a sentire un profondo dolore».
Il futuro di Israele e il nodo dell’occupazione
Albanese dedica una parte significativa del suo ragionamento alla questione dell’occupazione. «Una società, come quella israeliana, di quel tipo non può sopravvivere a se stessa», sostiene, riferendosi a quello che descrive come un ampio consenso a politiche di espulsione dei palestinesi. Secondo la relatrice, ciò che accomunerebbe una parte significativa dell’opinione pubblica israeliana è l’idea che «i palestinesi se ne devono andare dalla Palestina storica». Ma Albanese individua anche all’interno della società israeliana possibili interlocutori per un futuro percorso politico. «Ci sono gli israeliani che lottano contro il genocidio e l’occupazione permanente ed è con loro che si deve parlare». È da questi settori della società israeliana, secondo Albanese, che dovrebbe partire un confronto sulla struttura politica e sociale del Paese.
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«Due Stati, due popoli oggi è una decisione sadica»
Alla domanda su quale possa essere una soluzione politica al conflitto, Albanese non indica una specifica forma di Stato. «La soluzione politica, quale forma di Stato o di governo, non so quale sia». Ritiene però ormai insufficiente riproporre automaticamente la formula dei due Stati. «Oggi come oggi due Stati, due popoli, è una decisione sadica». La ragione è soprattutto territoriale. «Le colonie si sono triplicate dall’inizio del processo di pace». Da qui una domanda che considera centrale: «Andava già fatto 35 anni fa, quando si parlava di due Stati, ma adesso come si smantellano 300 colonie?». Secondo Albanese, «le fondamenta di uno Stato non sono mai state gettate». Per questo, sostiene, sarebbe necessario dialogare con gli israeliani disposti a mettere in discussione le strutture discriminatorie di Israele. «Bisogna partire da quegli israeliani che vogliono veramente la fine dell’apartheid», dichiara.
Il diritto internazionale e le responsabilità dell’Italia
Il filo conduttore dell’intervento di Albanese rimane il diritto internazionale, che secondo la relatrice dovrebbe tradursi in conseguenze concrete per gli Stati. «Lo Stato italiano ha l’obbligo di sospendere la fornitura di armi e gli accordi commerciali a uno Stato che potrebbe commettere crimini di guerra», sostiene, richiamando la Corte internazionale di giustizia. Una pressione che dovrebbe arrivare anche dalla società civile: «I cittadini devono chiederlo e pretenderlo dai partiti». Non solo gli Stati, ma anche le imprese dovrebbero assumere responsabilità – sostiene Albanese – pur riconoscendo il peso dell’influenza statunitense. Ed è proprio Washington, nella sua analisi, a rappresentare uno dei possibili snodi della situazione. «Un cambio di governo negli Usa può cambiare le cose, non un cambio di governo in Israele. Gli Usa mi danno speranza perché se cambiano loro possono cambiare tutti».
Il 7 ottobre: «La violenza non giustifica la violenza»
Nel suo ragionamento, Albanese distingue tra l’attacco del 7 ottobre e la successiva guerra a Gaza. «Il 7 ottobre c’è stata una carneficina e questa cosa non si può cancellare. La violenza non giustifica la violenza». Allo stesso tempo, sostiene il diritto dei palestinesi alla resistenza, distinguendolo dalla legittimità degli attacchi contro i civili. «Il popolo palestinese ha diritto di resistere nei confronti dell’oppressore. Se il 7 ottobre fossero stati colpiti solo obiettivi militari, le perdite sarebbero state drammatiche ma non dei crimini di guerra». «L’8 ottobre la prima cosa che dissi – prosegue -: è il momento di unirsi con passione e spirito di speranza». E già nelle prime settimane dopo il 7 ottobre, precisa, aveva lanciato l’allarme sul rischio di una distruzione di Gaza e dello sfollamento della popolazione. Nel suo ragionamento storico c’è anche il tema della memoria dell’Olocausto. «È vero che c’è stato l’Olocausto, ma è stato pagato dai palestinesi e ancora adesso non si riesce a riconoscere tutto questo».
«Quella terra deve poter essere casa per tutti»
La relatrice Onu fa poi riferimento al numero delle vittime palestinesi, in particolare dei bambini, e alle conseguenze che questo potrebbe avere sulla memoria futura dello Stato israeliano. «Questa è una società al tracollo perché hanno ammazzato 20 mila bambini, una cifra talmente soffocante. L’abbiamo razionalizzata, però rimane questo». «L’eredità di Israele sarà questa», aggiunge. La visione che Albanese propone per il futuro della regione è quella di una terra condivisa. «Ci deve essere un modo affinché quella terra possa essere casa per ebrei, musulmani, cristiani e per tutti quelli senza un Dio, come me, che quella terra la chiamano casa». La lotta all’antisemitismo, precisa, rimane per lei imprescindibile. «L’antisemitismo è un male da estirpare, la prima forma di razzismo fortissimo che si è manifestata nel nostro Continente». E conclude con una visione nella quale la sicurezza degli ebrei non dipenda dall’esistenza di uno Stato esclusivamente ebraico: «Io penso a un mondo dove gli ebrei si debbano sentire a casa ovunque e non in una terra promessa».
Ucraina, Gaza e il «doppio standard» del diritto internazionale
Spazio nel dibattito anche all’invasione dell’Ucraina. «Quando c’è stata l’invasione russa in Ucraina avete applicato il diritto internazionale proprio seguendo i manuali di come si risponde a un’aggressione dalla A alla Z». Secondo Albanese, dopo l’invasione russa dell’Ucraina è stato attivato un sistema di sanzioni e di misure internazionali che, a suo giudizio, non sarebbe stato applicato con la stessa intensità nei confronti di Israele. «Io ho detto: com’è possibile che, in un caso che è molto simile – non sono uguali, ma è comunque un’aggressione di Israele alla Palestina – non si faccia lo stesso?». Dopo aver sottolineato quelli che considera alcuni punti di contatto tra l’invasione dell’Ucraina e la questione israelo-palestinese, Albanese conclude con un riferimento personale e un appello, condiviso, alla revoca delle sanzioni statunitensi: «Anche mia figlia, 13 anni, sta facendo causa a Trump».

