Garlasco, l’ombra del depistaggio: «Niente Dna di Chiara Poggi sui pedali della bici di Stasi». Il Ris lo sapeva, ma nascose le contro-analisi

«I carabinieri del Ris di Parma agli ordini del generale Luciano Garofano sapevano che il test del Dna sui pedali della bici di Stasi era negativo ma nascosero i risultati che provavano la sua innocenza». È quanto si legge nel comunicato stampa diffuso dalla Procura di Pavia, che oggi per la seconda volta ha disposto la chiusura delle indagini a carico di Andrea Sempio sul delitto di Garlasco, avvenuto il 13 settembre 2007. Sui pedali della bicicletta Umberto Dei di Alberto Stasi non c’è quindi mai stato Dna, sangue, saliva o quell’indefinito «materiale altamente cellulato» di Chiara Poggi, e la prova dell’estraneità dell’ex bocconiano è rimasta sepolta nei file di laboratorio del Ris per 19 anni.
Lo si evince dall’analisi dei “raw data” (i dati grezzi) delle macchine di analisi, da cui è emerso che il giorno dopo il test che portò al fermo di Stasi nel settembre 2007, i militari eseguirono due contro-analisi di verifica risultate entrambe negative, i cui esiti vennero deliberatamente omessi dagli atti trasmessi ai magistrati e ai giudici dei cinque processi. I pm di Pavia guidati da Fabio Napoleone hanno interrogato nei giorni scorsi l’ex generale Garofano e gli ufficiali dell’epoca. Ora per Stasi (condannato a 16 anni e da giugno in affidamento in prova) la strada della revisione si fa spianata.
Cosa dicono i “raw data”
A svelare il retroscena di laboratorio sono stati i file originali e non modificabili estratti dai macchinari scientifici, consegnati dal Ris di Parma alla Procura di Pavia soltanto il 6 novembre 2025. Le perizie convergenti dei consulenti genetici della difesa Stasi (Pasquale Linarello e Ugo Ricci) e di quelli dei pm (Pierangela Grignani e Carlo Previderè) ricostruiscono una sequenza opaca.
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Il 10 settembre 2007 luminol e combur test sulla bici danno esito negativo. Il 17 settembre una prima quantificazione dà risultato zero, ma dopo la purificazione spunta un dato eclatante: 2,78 nanogrammi per microlitro di Dna della vittima, con coincidenza di 16 marcatori su 16. A registrare quel valore non è però il responsabile delle operazioni sui pedali, il capitano Alberto Marino, ma l’utente “port”, identificato in Giorgio Portera (all’epoca al Ris e oggi noto volto tv). Un’anomalia sovrapponibile a quella emersa sul “reperto 29” (il cucchiaino della colazione di Chiara), dove l’attribuzione del profilo derivò da «un’assegnazione manuale e arbitraria delle chiamate alleliche». Il 20 settembre 2007, tuttavia, il capitano Marino ri-processa il campione con due distinte corse elettroforetiche: entrambe danno esito zero. Quelle contro-analisi negative, che avrebbero scagionato Stasi prima ancora del fermo del 24 settembre, non verranno mai allegate al fascicolo.
L’inchiesta per depistaggio
Perché quel doppio azzeramento fu nascosto alla pm Rosa Muscio, ai giudici e alle difese, che pure avevano richiesto invano quei dati grezzi a partire dal 2017? È il quesito centrale su cui lavorano i pm Civardi, De Stefano e Rizza. Nei giorni scorsi sono stati interrogati a verbale l’attuale tenente colonnello Alberto Marino, Giorgio Portera e l’ex generale Luciano Garofano, comandante del Ris dell’epoca. Sebbene Garofano non fosse delegato direttamente alle analisi, fu sua la firma sulla relazione preliminare del 24 settembre 2007 che cambiò la storia del caso e portò Stasi in carcere. Gli inquirenti vogliono ora accertare «chi tacque, chi sapeva, chi decise» e le eventuali responsabilità penali per l’insabbiamento dei dati.
La mossa per la revisione e lo scenario di un delitto senza colpevoli
L’azzeramento della “prova regina” fa crollare uno dei pilastri della condanna di Alberto Stasi e della controversa teoria dello scambio dei pedali formulata nell’Appello bis. I legali dell’ex bocconiano, Giada Bocellari e Antonio De Rensis, stanno perfezionando l’istanza di revisione da inviare alla Corte d’Appello di Brescia, ma l’iniziativa potrebbe essere persino anticipata da una richiesta autonoma della procuratrice generale di Milano, Francesca Nanni. E dopo questa svolta clamorosa sembra ormai inevitabile.

