Iran, la premio Nobel Narges Mohammadi a Open: «Così le donne rovesceranno il regime» – L’intervista

«La democrazia in Iran non sarà mai possibile finché alle donne verranno negati i loro diritti». A dirlo in un’intervista a Open è Narges Mohammadi. Attivista, giornalista e scrittrice iraniana, premio Nobel per la Pace 2023, e una delle voci più potenti e coraggiose della lotta per i diritti umani in Iran. Proprio per questo, il regime ha cercato più volte di metterla a tacere. È stata arrestata 14 volte, sottoposta a 10 processi e condannata complessivamente a più di 44 anni di carcere e 154 frustate. Ha trascorso 161 giorni in isolamento. Il marito è stato incarcerato, mentre lei è stata separata dai suoi due figli gemelli, picchiata e condannata a trascorrere almeno altri 18 anni in prigione. Eppure, non si è mai arresa.
Oggi si trova temporaneamente fuori dal carcere per sottoporsi a cure mediche. «Il ritorno in cella non è affatto escluso», ci dice dalla sua casa di Teheran. «Ma per me – prosegue – sarebbe estremamente pericoloso, le cure non hanno ancora mostrato un miglioramento significativo». Anche durante la detenzione non ha mai smesso di lottare. Le sue testimonianze sono riuscite a uscire clandestinamente da Evin, anche grazie alle altre detenute. Da questa esperienza nasce il suo nuovo libro, Una donna non si arrende mai, edito da Marsilio.
Il 16 settembre è stato il quarto anniversario della morte di Mahsa Amini e dell’inizio del movimento «Donna, Vita, Libertà». A che punto è la rivoluzione in Iran?
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«Con la rivoluzione Donna, Vita, Libertà, abbiamo assistito a profonde trasformazioni nella società iraniana. Il movimento ha prodotto cambiamenti che altrimenti avrebbero richiesto un periodo di tempo molto più lungo per realizzarsi. Ha scosso strati della società iraniana che fino ad allora sembravano quasi impossibili da cambiare. Inoltre, abbiamo vissuto una trasformazione straordinaria che io chiamo “autorità dei manifestanti“. Di fronte a un regime che li esponeva al rischio di perdere la vita, i mezzi di sussistenza, la libertà, gli studi o il lavoro, i manifestanti hanno sviluppato una tale capacità di mobilitazione da costringere il regime a fare un passo indietro e a far sentire la propria voce in tutto il mondo. Il movimento Donna, Vita, Libertà ha avuto un impatto non solo all’interno dei confini dell’Iran o del Medio Oriente, ma in tutto il mondo. Rappresenta una delle lotte più brillanti tra i movimenti femminili nella storia mondiale».
Oggi si vedono i risultati di quella mobilitazione in Iran?
«Vediamo i suoi risultati concreti proprio adesso, anche se le folle non scendono nelle strade per marciare o scandire slogan. Si può vedere nella vita quotidiana delle persone, nelle strade, nelle piazze e nelle case. La Repubblica Islamica non ha concesso alle donne la libertà di camminare senza velo o di uscire indossando maniche corte. È lo stesso regime che, per un solo capello scoperto, ci arresta, mettendo a rischio i nostri diritti fondamentali. Eppure oggi molte donne camminano per le strade praticando una forma di resistenza attiva, mentre le leggi e le relative sanzioni restano ancora in vigore.
Le donne iraniane hanno ridefinito il significato della resistenza. Questo movimento ha introdotto forme creative e innovative di mobilitazione sociale, con un impatto profondo sulla società iraniana. Nulla di tutto questo può essere ignorato. Ha trasformato la nostra cultura, incrinato le strutture autoritarie ed elevato la dignità e la posizione delle persone all’interno dello squilibrio di potere tra lo Stato e il popolo. E, più recentemente, le proteste dell’8 e 9 gennaio hanno dimostrato che la società iraniana rimane attiva, nonostante abbia affrontato una violenza estrema e una repressione violenta».
Il regime controlla molti aspetti della vita delle donne, dal velo ai capelli, dal trucco al canto. Perché ha così paura della libertà delle donne?
«Il controllo sul corpo di una donna è un simbolo del potere tirannico e dell’oppressione. Pertanto, un sistema che cerca di dominare la società, che mira ad avere il controllo totale su di essa, deve assoggettare, controllare e sottomettere i corpi delle donne alla propria autorità. La società è composta da uomini e donne, e le donne ne rappresentano la metà. Se un governo riesce a sottomettere e controllare metà della popolazione, può facilmente estendere il proprio dominio all’intera società. In questo modo consolida il proprio potere autoritario e rafforza progressivamente il sistema di repressione e di tirannia.
Ad esempio l’hijab obbligatorio, ben più che un tentativo di adempiere a un dovere religioso o, come sosteneva il governo, una misura volta a garantire “la sicurezza delle donne” – indipendentemente persino dal fatto che tale giustificazione avesse o meno un fondamento reale – è fondamentalmente uno strumento politico. In altre parole, serve come strumento per sottomettere e dominare le donne, allo scopo di estendere tale dominio all’intera società, realizzando così un sistema di tirannia e repressione. Per questo motivo, il controllo sul corpo di una donna svolge un ruolo molto chiaro e potente all’interno di questa agenda politica».
I suoi figli e suo marito non sono in Iran e lei dice di aver rinunciato al suo ruolo di madre per continuare la sua battaglia. Se potesse tornare indietro, rifarebbe le stesse scelte?
«In molte società, come la nostra, la maternità è considerata un dovere primario. Di conseguenza, sì, a volte sono stata duramente criticata, anche da alcuni intellettuali, per aver in qualche modo delegato o, dal loro punto di vista, abbandonato i miei doveri materni. Naturalmente non accetto questa caratterizzazione, che considero una sorta di distorsione. In ogni caso, essere una donna in una società di questo tipo è intrinsecamente difficile. Soprattutto quando si diventa madre e moglie: queste responsabilità si accumulano, si sedimentano e contribuiscono a una cultura che intensifica la pressione sulle donne. E io non facevo eccezione.
Tuttavia, ho sempre pensato che essere donna comporti ulteriori responsabilità sociali e che, quando diventiamo madri, questo dovere e questa vocazione assumano un significato ancora più profondo, un peso e un’importanza unici. Per questo ho cercato di non considerare queste critiche come frutto di odio o inimicizia, ma come il riflesso di un sentimento comune e diffuso nella società, sul quale dobbiamo cercare di fare luce. È stato come aggiungere un ulteriore peso sulle mie spalle, oltre a tutti quelli che già portavo. Non so se ci sono riuscita perfettamente, ma ci ho provato e continuo a provarci. E comprendo davvero quanto sia difficile, per una donna e una madre, conciliare l’essere donna, l’essere madre, cercare di rimanere semplicemente un essere umano e, allo stesso tempo, essere un’attivista per i diritti umani».

Dopo il carcere, l’isolamento, la separazione dai suoi figli e la minaccia di ulteriori condanne, c’è ancora qualcosa che la spaventa davvero?
«La realtà è che sto assistendo a qualcosa in questa società che mi terrorizza: la violenza contro il popolo iraniano è aumentata drammaticamente. Gli iraniani stanno affrontando una guerra esterna, la repressione interna, terribili difficoltà economiche e l’oppressione politica. Il quadro che vedo è quello di persone che subiscono violenza da ogni direzione. Sono profondamente preoccupata per il popolo iraniano e per il futuro del mio Paese».
Come sta oggi?
«Il mio ultimo arresto, che è stato il quattordicesimo, è avvenuto il 12 dicembre 2025 a Mashhad, in Iran. Davanti a una moschea e per strada, mi hanno inferto colpi violentissimi alla testa e al corpo. Mi hanno afferrata e tirata per i capelli e mi hanno presa a calci e pugni sul corpo così violentemente che enormi lividi hanno ricoperto tutto il mio corpo. Nonostante le mie condizioni, mi hanno trasferita in una cella di isolamento, dove sono rimasta per due mesi. Nei primi giorni ero completamente stordita e confusa, soffrivo di forti vertigini, nausea e vomito. Mi hanno portata due volte dal carcere in ospedale per sottopormi a una Tac al cervello. Non hanno voluto permettere al medico legale di venire a esaminarmi e redigere un referto sulle mie lesioni, sui lividi presenti sul mio corpo e, soprattutto, sulle ferite alla testa.
Non mi hanno permesso di parlare con mio fratello e mia sorella, non mi hanno concesso alcuna visita e non ho avuto alcuna notizia da parte degli avvocati. Senza la presenza di un legale mi hanno portata in tribunale, dove sono stata condannata a sette anni e mezzo di carcere e a due anni di esilio a Khorosf, una regione remota del Khorasan. Attualmente ho gravi problemi di salute. La verità è che ho subito gravi e diffusi danni fisici. Lesioni che, nonostante l’assunzione di farmaci, la riabilitazione e la fisioterapia, soprattutto per il cuore, i polmoni e il cervello, non hanno ancora mostrato un miglioramento significativo. In altre parole, sono nel pieno del mio percorso di cura».
Dovrà tornare in carcere?
«Il ritorno in cella non è affatto escluso, ma, sinceramente, per me sarebbe estremamente pericoloso perché sono ancora malata e non sono ancora stata curata. Tuttavia, ho scelto di rimanere in Iran, in condizioni in cui la Repubblica Islamica è ancora al potere e la repressione si è intensificata enormemente. Qualsiasi voce di dissenso è destinata ad affrontare una dura repressione da parte del regime».
A un certo punto ha sentito il bisogno di raccontare la sua storia nel memoir Una donna non si arrende mai. Perché ha deciso di scriverlo?
«Fin dall’infanzia, dopo la Rivoluzione islamica del 1979, profondi cambiamenti sociali hanno avuto un impatto su di noi, soprattutto in quanto donne. Le mie esperienze di vita riflettono alcune parti delle più ampie lotte delle donne in una società e ho sempre creduto che queste esperienze personali non potessero essere considerate questioni esclusivamente private. Fanno parte della nostra storia, fanno parte della nostra società politica e della sfera politica del nostro Paese. La storia non dovrebbe essere scritta soltanto da coloro che sono al potere. Dovrebbe essere scritta anche dalle persone, da coloro che hanno cercato di essere agenti del cambiamento e catalizzatori della lotta. Nel mio memoir ho cercato di rappresentare la società, le sue trasformazioni, le sue lotte, le pressioni, i movimenti di resistenza civili, giovanili e femminili. Raccontando gli eventi ai quali ho assistito, che ho contribuito a determinare o che ho vissuto».

Quanto di questo libro appartiene anche alle donne che hanno condiviso il carcere con lei?
«Portare fuori dal carcere clandestinamente le pagine del mio manoscritto è stato, secondo me, il compito più difficile. Comportava gravi rischi per la sicurezza di tutte le persone coinvolte. La realtà è che una parte ampia e fondamentale di questo lavoro è stata svolta dalle mie compagne di cella. Ancora oggi non posso rivelare i loro nomi esatti o i dettagli, perché farlo creerebbe pericolosi problemi di sicurezza per ciascuna di loro. Avevamo formato un gruppo di sostegno all’interno delle mura del carcere che ci aiutava a sopravvivere e, insieme, mi hanno aiutata a far uscire questo libro dal carcere e a farlo pubblicare.
Se non fosse stato per il loro coraggio e la loro solidarietà, questo libro non ci sarebbe. Rimango profondamente grata a tutte loro per il sacrificio che hanno compiuto. Ricordo che nell’ottobre 2019 gli agenti dell’intelligence mi interrogarono in carcere dopo aver scoperto che avevo intervistato Nazanin Zaghari per il mio libro White Torture. Minacciata di trasferimento dal procuratore di Teheran a causa di queste interviste non pubblicate, alla fine fui picchiata e trasferita con la forza nel carcere di Zanjan nel dicembre 2019. Sebbene le mie compagne di cella avessero distrutto i primi quaderni per impedire perquisizioni e ritorsioni, abbiamo perseverato e, dopo il mio ritorno a Evin, abbiamo riscritto e fatto uscire clandestinamente quei racconti».
Nel libro scrive: «La vittoria non è facile, ma è certa». Dopo tutto quello che ha vissuto, cosa le dà questa certezza? E di chi sarà la vittoria?
«L’obiettivo è raggiungere la dignità e l’onore umano, conquistare la libertà e la giustizia, costruire una democrazia e una pace duratura. Sono certa che il popolo iraniano abbia maturato una consapevolezza e accumulato esperienze inestimabili, anche se ottenute a un prezzo estremamente alto e devastante. La verità è che, quando la democrazia nasce da un percorso di consapevolezza, impegno, lotta e resistenza, può mettere radici e contribuire alla prosperità di una società. E sono certa che le donne iraniane abbiano sviluppato una forza, una consapevolezza e una capacità di comprendere la propria condizione tali da non arrendersi finché non avranno conquistato i loro diritti umani. La democrazia non potrà mai realizzarsi pienamente in una società se alle donne di quella stessa società vengono negati i loro diritti umani.
Quando le donne si mobilitano per rivendicare i propri diritti, rifiutano di fare un passo indietro e conquistano spazio nella vita pubblica e, naturalmente, anche nella loro dimensione personale, contribuiscono attivamente a rafforzare le fondamenta della democrazia. A mio avviso, il popolo iraniano merita di raggiungere la democrazia, ne ha la capacità ed è impegnato in questa lotta. So che è un processo che richiede tempo. So che il prezzo da pagare è pesante e so anche che la strada che abbiamo davanti è difficile. Ma sono certa che raggiungeremo quella che considero la vera vittoria: la conquista della dignità e dell’onore umano. Perché lo stesso impegno profuso lungo questo cammino rappresenta già, di per sé, una conquista di dignità e di onore».


