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Dalle Pagine Gialle ai server: a Moncalieri arriva il data center che consumerà più elettricità di tutte le famiglie piemontesi messe insieme

05 Ottobre 2026 - 20:00 Gianluca Brambilla
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Sulle ceneri dell'ex Ilte nascerà uno dei più grandi data center in Italia. Ma i documenti svelano le criticità: inquinamento acustico e un fabbisogno elettrico da record. I comitati locali: «Serve una moratoria»
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Alle porte di Torino, sulle ceneri di un ex sito industriale, potrebbe sorgere uno dei più grandi poli di data center in Italia. Il nuovo fronte di scontro tra colossi tech e comitati cittadini si apre a Moncalieri, all’interno dell’immenso stabilimento abbandonato dell’ex Ilte (Industria Libraria Tipografica Editrice). Le cifre del progetto sono impressionanti: 270mila metri quadrati di superficie, quattro edifici alti 17 metri da costruire ex novo e un investimento complessivo da 4,5 miliardi di euro. Ma c’è un altro dato che restituisce la reale entità del progetto. A fine 2025, la capacità complessiva di tutti i data center attivi in Italia era di 609 megawatt. Il futuro data center di Moncalieri, con i suoi 384 megawatt, supererebbe da solo metà dell’intera capacità nazionale.

Dalle Pagine Gialle al data center: un progetto da 4,5 miliardi

Il terreno dove dovrebbe sorgere il nuovo polo digitale di Moncalieri ha ospitato per decenni uno dei luoghi simbolo dell’industria tipografica torinese. Si tratta dell’area ex Ilte, dismessa ormai da dieci anni, dove venivano stampati anche gli elenchi telefonici e le Pagine Gialle. Nel 2022 il terreno è stato acquistato per circa 9 milioni di euro dal gruppo Lcp, che inizialmente aveva ipotizzato di trasformarlo in un grande insediamento logistico. Poi la destinazione è cambiata radicalmente: dai magazzini si passa ai server. Lo scorso luglio, la società Moncalieri Logistics – riconducibile sempre al gruppo immobiliare Lcp – ha depositato in Comune il Piano esecutivo convenzionato (Pec) per la realizzazione di un nuovo campus di data center dalla potenza elettrica complessiva di 576 megawatt. Allo stato attuale, si tratta del dato più elevato nel panorama italiano, che potrebbe rendere il futuro impianto di Moncalieri il più grande data center del Paese.

Sul fronte economico, l’operazione viene indicata come un investimento di dimensioni miliardarie, che potrebbe far fruttare al Comune di Moncalieri poco più di 5 milioni di euro: 1,17 in contanti e i restanti 4 milioni in opere realizzate dal proponente. Per quanto riguarda i posti di lavoro, la convenzione con il Comune non prevede alcun impegno scritto, ma l’azienda ipotizza da 320 a 500 nuove posizioni create. E poi c’è la questione legata alla rigenerazione di un’area industriale dismessa da anni e che tornerebbe a essere restituita, in piccola parte, ai cittadini: un parco pubblico, un parcheggio, due campi da gioco e una piccola area attrezzata per i bambini.

Il data center consumerebbe più di tutte le famiglie piemontesi messe insieme

Ma al di là delle ricadute economiche sul territorio, peraltro molto limitate, ci sono una serie di criticità ambientali e infrastrutturali che emergono dai documenti depositati in Comune. Giacomo Pagani, del Collettivo Gramsci, le ha raccolte in un dossier puntuale e dettagliato. «Noi non siamo contro i data center, ma vogliamo uno sviluppo che abbia ritorni concreti e misurabili per i cittadini. Per questo chiediamo una moratoria sulla costruzione del data center di Moncalieri», spiega Pagani a Open. Il primo grande nodo irrisolto è quello energetico. La futura struttura alle porte di Torino richiederebbe una potenza massima di 576 megawatt. Traducendo la potenza in consumi reali, se il campus dovesse girare a pieno carico per l’intero arco dell’anno, consumerebbe fino a 5 terawattora, ossia un quinto dei consumi elettrici di tutto il Piemonte nel 2024 e più della richiesta elettrica di tutte le famiglie della regione messe insieme (4,3 TWh).

A fronte di questo salasso, l’impegno per l’energia verde è poca cosa. I documenti indicano l’installazione sui tetti di 5.360 kWp di pannelli solari, ovvero il minimo sindacale richiesto dalla legge per le nuove costruzioni, che soddisferebbe appena lo 0,1% della fame di energia. Quei 576 megawatt di potenza, poi, necessitano di una connessione alla rete elettrica di dimensioni eccezionali e pongono seri interrogativi sull’effettiva disponibilità di energia, sulle infrastrutture necessarie per alimentarlo e sull’impatto complessivo sul territorio.

Un evento organizzato dal Collettivo Gramsci a Torino per illustrare le criticità del progetto

Il calore disperso in aria e il nodo dell’inquinamento acustico

C’è poi la questione legata al calore. Al suo picco massimo, il campus disperderebbe nell’ambiente 576 megawatt di potenza termica. Una quantità di calore addirittura superiore a quella prodotta dalla centrale Iren di Moncalieri, che però sfrutta quell’energia per scaldare col teleriscaldamento gran parte delle case di Torino. Qui, invece, non è previsto un solo tubo per recuperare l’energia a scopi civici, ignorando gli esempi virtuosi che cominciano a diffondersi un po’ in tutta Europa. Per buttare tutto questo calore nell’atmosfera, si dovranno piazzare 304 macchine refrigeratrici sui tetti del data center. Il risultato? La casa più vicina, situata a 290 metri di distanza, rischierebbe di dover fare i conti con un ronzio notturno di 48,7 decibel, vicinissimo al limite massimo consentito di 50.

La partita del futuro data center di Moncalieri si gioca anche sul tempismo. La Regione Piemonte sta mettendo a punto una nuova legge ad hoc sul modello della Lombardia per regolamentare l’insediamento dei data center imponendo vincoli su consumi, recupero del calore ed efficienza energetica. Il Comune di Moncalieri, però, ha tempo fino a fine ottobre per decidere sul Piano Esecutivo presentato dall’azienda. «Questa è la fase in cui il Comune ha potere decisionale, perché deve firmare la convenzione con l’azienda e può avanzare le sue richieste. È proprio in questo passaggio che l’amministrazione comunale può decidere se vuole il data center oppure no e a che condizioni», spiega Pagani. Allo stato attuale, però, restano ancora parecchie incognite. E i cittadini di Moncalieri, come accade ormai anche in tante altre parti d’Italia, vogliono vederci chiaro: «C’è molta preoccupazione. L’intelligenza artificiale – riconosce Pagani – ha risvolti importantissimi sulla ricerca, ma queste infrastrutture non possono essere costruite danneggiando i cittadini».

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