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Avvelenate con la ricina, il mistero delle cozze finite nella spazzatura: sentito l’addetto ai rifiuti. Slittano gli esami in Germania

27 Ottobre 2026 - 12:45 Antonia Verderosa
Madre e figlia uccise dalla ricina
Gli investigatori cercano di verificare il racconto di Gianni Di Vita sugli avanzi della cena del 23 dicembre. Intanto, gli esperti tedeschi ottengono altri 30 giorni per le analisi: quando potrebbero arrivare i risultati ufficiali
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Le cozze consumate nei giorni prima di Natale, gli avanzi gettati nella spazzatura e un testimone che potrebbe aiutare a ricostruire che fine abbiano fatto. Le indagini sulla morte di Antonella Di Ielsi e della figlia quindicenne Sara Di Vita, avvelenate con la ricina a Pietracatella, in Molise, tornano a concentrarsi sui pasti consumati dalla famiglia prima della tragedia. Questa mattina, martedì 27 ottobre, gli agenti della Squadra Mobile di Campobasso hanno convocato in questura l’addetto alla raccolta dei rifiuti in servizio il 24 dicembre 2025. L’obiettivo è verificare il racconto di Gianni Di Vita, marito e padre delle vittime, che aveva dichiarato di aver buttato proprio quel giorno i resti della cena.

Il mistero delle cozze mangiate prima di Natale

Al centro degli accertamenti ci sono alcune cozze che Antonella Di Ielsi aveva portato a casa dopo un pranzo di lavoro in un ristorante di Campobasso, il 22 dicembre. La donna aveva chiesto di conservare gli avanzi in una vaschetta di plastica, per consumarli successivamente con la famiglia. Secondo la ricostruzione riportata da Repubblica, i mitili sarebbero stati serviti durante la cena del 23 dicembre, alla quale parteciparono Antonella, il marito Gianni e la figlia minore Sara. La primogenita Alice, sopravvissuta all’avvelenamento insieme al padre, quella sera era fuori con gli amici.

I dubbi su quando siano state consumate le cozze

Non è però ancora certo quando le cozze siano state effettivamente consumate. Durante l’interrogatorio del 13 gennaio, Di Vita aveva spiegato agli investigatori di non ricordare con precisione se fossero state mangiate il 22 o il 23 dicembre. «Non posso dire con certezza quando le abbiamo mangiate in casa», aveva dichiarato, precisando però che i residui erano stati gettati nell’umido il 24 dicembre. Nello stesso giorno, secondo il suo racconto, era stata smaltita anche la vaschetta di plastica che conteneva i molluschi.

Perché è stato sentito l’addetto ai rifiuti

La raccolta dei rifiuti sarebbe avvenuta prima delle festività natalizie, diversi giorni prima del sopralluogo effettuato dalla polizia nell’abitazione il 30 dicembre. Di quei resti, dunque, non è rimasta traccia. È anche per questo che gli investigatori hanno deciso di ascoltare l’operatore ecologico che si occupò del servizio quel giorno. Inoltre, nessuna delle persone che avevano mangiato le cozze al ristorante il 22 dicembre si è sentita male. Resta quindi da capire se quei molluschi abbiano avuto un ruolo nell’avvelenamento e, in caso affermativo, quando possano essere entrati in contatto con la sostanza tossica.

Gli esami sulla ricina slittano a dicembre

Intanto, si allungano i tempi degli accertamenti scientifici. Gli esperti del Robert Koch Institut di Berlino hanno chiesto e ottenuto una proroga di 30 giorni per completare le analisi sui reperti e sugli alimenti sequestrati nell’abitazione della famiglia Di Vita. Secondo quanto riferito dall’Ansa, che cita fonti della Procura di Larino, alla fine di novembre potrebbe essere concessa un’ulteriore proroga di un mese. I risultati ufficiali non arriverebbero quindi prima della fine di dicembre. Gli specialisti tedeschi stanno esaminando, tra gli altri materiali, i 131 reperti sequestrati durante il primo sopralluogo nell’abitazione. Secondo le indiscrezioni pubblicate nei giorni scorsi, finora non sarebbero emerse tracce di ricina nei campioni analizzati.

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