La magistrata scrittrice e il libro sul “bravo ragazzo”: «Il cognome del padre è patriarcato»
Paola Di Nicola Travaglini, consigliera della Corte di Cassazione, premio “Women Inspiring Europe” 2014 dell’Eige, ha scritto il libro «Era tanto un bravo ragazzo» (HarperCollins). La giudice ricostruisce i segnali della violenza maschile per smascherare «il bravo ragazzo». E oggi parla a La Stampa della lectio sulla legge sul femminicidio e il Codice rosso aperta a tutti e accreditata come formazione dall’Ordine dei giornalisti.
Il padre e il patriarcato
Travaglini dice che suo pare era «un modello assoluto: mi ha educata alla libertà, all’autonomia economica, ai valori costituzionali. Magistrato stimato, la toga l’ho scelta anche per lui. Ma era nato nel 1933, dentro la cultura patriarcale in cui siamo immersi tutti. Con quattro figlie ha potuto esprimerla solo lì, a capotavola». Lei ha scelto il doppio cognome l’ha scelto: «Un giorno, firmando, mi accorsi di essere solo figlia di un padre. Dall’omissione del femminile nel linguaggio sono arrivata a quella nell’identità. La Consulta ha sancito due volte la natura patriarcale della norma, ma manca una legge».
Il cognome
La magistrata dice ce Gino Cecchettin ha fatto indossare quelle lenti anche a molti uomini: «Sì. Ci ha mostrato la vera natura del femminicidio: un uomo che non accetta la libertà di una ragazza e, quando lei si sottrae al suo controllo, la uccide. Giulia Cecchettin ha salvato moltissime donne mostrando i fattori di rischio. Gino e i suoi figli hanno trasformato il dolore più grande in una ragione di salvezza. Per maschi e femmine». E quindi «il libro è dedicato a Giulia e a Gisèle Pelicot, che ci hanno fatto vedere la normalità del male, la banalità di cui parlava Arendt. Non c’entrano follia, alcol, povertà: nessuno è indenne da questo retroterra culturale».
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La lettera ai padri
Il libro si chiude con una lettera ai padri. In cui chiede «di essere un modello. I figli guardano come il padre tratta la madre, la cura, la casa, la libertà femminile. I padri sono uno specchio: i maschi ci vedono gli uomini che saranno, le figlie lo sguardo maschile su di sé. Non servono padri perfetti, ma padri che ci provino davvero». E le madri devono crescere i figli «con i comportamenti, non con le parole. A mio figlio ho regalato un bambolotto, gli ho insegnato l’uncinetto e ad accettare i no delle ragazze. In casa non hanno mai sentito “puttana” o “frocio”. E mia figlia Silvia, per il mio compagno e suo figlio, ha coniato “patraltro” e “fratellaltro” al posto di patrigno e fratellastro: una famiglia fondata sulla scelta, non sul sangue. Ha scritto persino alla Crusca».
Tra le forme manifeste e sommerse di patriarcato, quali sono le più insidiose sono «le professioniste chiamate “signora”, gli uomini dottori di default: a me è successo in aula, in toga. Il baciamano in un luogo istituzionale non è una forma di galateo: si fonda sulla protezione femminile, non sulla parità».

