Australia, multe e carcere per i dipendenti dei social media che non rimuovono contenuti violenti

Previsti fino a 3 anni di detenzione e una sanzione che può arrivare al 10% del fatturato annuale globale della società. Christian Porter, sostenitore della legge: «Le piattaforme come YouTube, Twitter e Facebook non sembrano volersi prendere le proprie responsabilità per la diffusione del materiale violento»

Il Parlamento australiano ha approvato una legge che fa storia nel rapporto tra Stati e gli imperi dei social media: le piattaforme come Facebook, Instagram e YouTube risponderanno penalmente per i contenuti violenti pubblicati online. Video di stupri, omicidi, torture dovranno essere rimossi «in un tempo ragionevole, con solerzia», ha detto Christian Porter, procuratore generale e sostenitore della legge.

Di volta in volta sarà un giudice a determinare la responsabilità della piattaforma e la velocità nella rimozione del contenuto. Per i social che non intervengono repentinamente, è prevista una multa enorme: fino al 10% di tutto il fatturato annuale calcolato non sul territorio australiano, ma a livello globale.

Ma ciò che ha suscitato le maggiori polemiche da parte dei giganti del tech è la misura detentiva che sarà applicata nei confronti dei dipendenti dei social media: qualora fosse individuato un responsabile per la mancata supervisione o rimozione tempestiva, la legge prevede la detenzione in carcere fino a 3 anni.

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Shutterstock | L'aula della Camera dei Rappresentanti nel Parlamento di Canberra

Sunita Bose, manager che rappresenta compagnie tech come Facebook e Google in Australia, si è lamentata del fatto che «non ci sia stata nessuna consultazione significativa con l'industria digitale, né con esperti tecnici, legali e di sicurezza informatica». Poi ha aggiunto: «Annunciare misure come il carcere per lo staff dei social media è inappropriato per una democrazia come l'Australia».

La misura, votata sia dalla maggioranza liberale che dall'opposizione laburista, è stata discussa con urgenza per dare una risposta ai cittadini dopo il massacro di Christchurch, in Nuova Zelanda. Lo scorso 15 marzo, Brenton Tarrant, il 28enne australiano che in nome del suprematismo ha ucciso 50 fedeli musulmani in due moschee della città, ha condiviso in diretta video su Facebook le immagini della strage, girate attraverso una telecamera installata sul suo casco.

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Shutterstock | Veduta di Canberra, capitale dell'Australia

«Nelle prime 24 ore, abbiamo rimosso 1,5 milioni di video dell'attacco in tutto il mondo, di cui oltre 1,2 milioni sono stati bloccati mentre venivano caricati», ha riferito la responsabile di Facebook in Nuova Zelanda, Mia Garlick. «Per rispetto delle persone colpite da questa tragedia e per le preoccupazioni delle autorità locali, stiamo rimuovendo anche tutte le versioni editate del video che non contengono contenuti grafici».

Il procuratore Christian Porter è di un'altra idea: «Le piattaforme come YouTube, Twitter e Facebook non sembrano volersi prendere le proprie responsabilità per la diffusione del materiale violento». E rincara la dose: «Ogni australiano sarebbe d'accordo che è irragionevole la permanenza di oltre un'ora del video di Christchurch su quelle piattaforme. Questa legge lo impedirà, incriminando i responsabili e dando al governo la capacità di prendere provvedimenti».