Decreto Crescita, tutto quello che c’è da sapere (in 5 minuti)

Ora il provvedimento passa al Senato. La scadenza per la conversione in legge è il 29 giugno: ma di cosa parla il dl Crescita?

La Camera ha approvato il decreto Crescita, dopo aver votato la fiducia. Ora il provvedimento passa al Senato dove dovrebbe arrivare prima del 29 giugno. La prima volta che il Consiglio dei ministri aveva approvato il decreto Crescita, lo scorso 4 aprile, lo aveva fatto con la formula «salvo intese». Grazie a questa clausola, il Governo avrebbe potuto ritoccare il testo anche dopo l’entrata in vigore del provvedimento, avvenuta ufficialmente il 1° maggio, dopo l’approvazione da parte di un nuovo consiglio dei Ministri (il 23 aprile). Da quel momento in poi, gli emendamenti si sono susseguiti senza sosta, tra accordi e veti fra la Lega e il Movimento 5 Stelle.

L’urgenza di un nuovo “pacchetto crescita” italiano, oltre che dalla minaccia della procedura d’infrazione, è evidenziato dai dati Istat e dalle stime sull’andamento economico del Paese. Nel primo trimestre dell’anno, i dati sulla crescita economica si sono aggirati attorno a percentuali irrisorie. Stando alle nuove stime, l’Italia chiuderà l’anno toccando un +0,3%. La metà di quanto raggiunto nel 2018.

Quella proiezione del Pil attorno al +0,2% segnata ad aprile, accolta con entusiasmo dal vicepremier Luigi Di Maio («Avanti come un treno», aveva detto), era stata fin da subito criticata da alcuni economisti, che avevano sottolineato come fossimo sì fuori dalla recessione, ma solo da quella tecnica. «Per respirare dovremmo crescere ben sopra l’1%», aveva detto a Open Lucrezia Reichlin.

Il decreto Crescita, dopo essere incappato in una serie di impasse, è a pochi giorni dalla scadenza per la conversione in legge, prevista per il 29 giugno. Approdato alla Camera il 20 giugno per la fiducia, sarà inviato il più rapidamente possibile al Senato per il via libera finale. Ma quali sono i principali temi affrontati e quali i punti ancora in discussione tra le maggioranze dell’esecutivo?

Cos’è il decreto Crescita

Il decreto legge 35 del 2019 contiene «misure urgenti di crescita economica e per la risoluzione di specifiche situazioni di crisi», messe in campo attraverso «interventi fiscali per la crescita, norme per il rilancio degli investimenti privati, disposizioni per la tutela del made in Italy e ulteriori interventi per la crescita».

Ma dacché l’orientamento iniziale prevedeva un focus ben preciso sulle strategie di crescita economica, il provvedimento è ora arrivato a racchiudere le soluzioni più urgenti per i problemi che affliggono Comuni, Regioni, Istituti enti, inclusi gli scivoli sulle pensioni. Una sorta di ambizioso ominibus che, però, ha ancora molti nodi da sciogliere.

Le novità

L’ultima versione del provvedimento contiene diverse novità:

  • Il salva-Roma e il salva-Comuni per salvare la Capitale dal suo debito storico: parte del peso sulle spalle di Roma diverrà a carico dello Stato, a patto che tutti i risparmi derivati dalla rinegoziazione dei mutui della città siano utilizzati per aiutare altri Comuni capoluogo in dissesto finanziario. Il Governo ha quindi istituito un fondo ad hoc per far fronte ai futuri oneri statali, pari a 74,83 milioni di euro annui dal 2020 al 2048. Delle norme specifiche sono previste anche per Alessandria, Catania e i Comuni della provincia di Campobasso.
  • Il salva-Radio Radicale: con l’obiettivo di conservare l’archivio storico dell’emittente tramite la riconversione digitale del materiale, il Parlamento, su proposta del PD, ha votato un finanziamento di 3 milioni di euro per il 2019. Si è dissociato il Movimento 5 stelle, che tramite Luigi Di Maio ha definito l’approvazione del fondo un «atto gravissimo» del quale la Lega «dovrà rispondere davanti ai cittadini».
  • Il salva-Banche: il termine salva-Banche è stato coniato dall’opposizione, ma in realtà si tratta di agevolazioni fiscali mirate unicamente alla Banca Popolare di Bari. All’emendamento si aggiunge poi una specifica per favorire le aggregazioni bancarie nel Mezzogiorno: in caso di aggregazione di imprese finanziarie (e non), le attività fiscali differite potranno essere trasformate in credito di imposta fino a 500 milioni di euro.
  • Il salva-Mercatone Uno: si tratta di un emendamento voluto da Di Maio che amplia la platea dei beneficiari del Fondo per le vittime dei mancati pagamenti. I finanziamenti non saranno destinati solo alle piccole e medie imprese di fornitori, che dopo il fallimento di Mercatone Uno, si sono ritrovate creditrici senza sicurezze di importi fino a 250 milioni di euro, ma anche i professionisti coinvolti nella bancarotta. I dipendenti saranno in cassa integrazione fino al 31 dicembre 2019.
  • Il salva-Inpgi: il commissariamento dell’Istituto di previdenza dei giornalisti sarà sospeso fino alla fine del 2019. L’ente avrà tempo 12 mesi dall’entrata in vigore del decreto per rivedere il regime previdenziale e migliorare l’andamento del saldo del bilancio.
  • Lo scivolo aziendale per le pensioni: spunta anche il tema pensioni, con la sostituzione del contratto di espansione con quello di solidarietà espansiva. Il provvedimento riguarderà solo le grandi aziende con più di 1000 dipendenti, che potranno pre-pensionare i lavoratori più anziani offrendo loro un cosiddetto “scivolo” di 5 anni (non più 7, come prevedeva la prima versione della proposta) a carico delle imprese stesse. L’indennità dei contributi sarà calcolata sulla base di ogni singolo caso.
  • Il taglio Ires: La tassa sul reddito delle società avrà un’aliquota non più al 20,5% ma al 20% a partire dal 2023. Secondo quanto stabilito dal Governo, le risorse per coprire la misura arriveranno dal Fondo per Quota 100.
  • Il tema scontrini: la quota green del dl Crescita (accantonando i dubbi sull’ex Ilva e le agevolazioni per le imprese sostenibili) passa anche dagli scontrini. Via le ricevute cartacee: gli esercizi (grandi o piccoli) dovranno trasmettere le ricevute all’Agenzia delle Entrate in via telematica, entro 12 giorni dalla vendita.

Gli emendamenti

Sono in tutto una decina gli articoli del decreto Crescita che sono stati modificati prima che il testo del provvedimento potesse tornare all’esame dell’Aula della Camera per la fiducia.

  • Come stabilito durante il cdm del 19 giugno, tra le norme che sono state modificate c’è quella in cui si dispone la titolarità e la gestione dei fondi per lo sviluppo e coesione alle Regioni piuttosto che ai Ministeri. Una norma che però è stata duramente contestata dalla ministra per il Sud, Barbara Lezzi, e promossa invece dalla Lega. La questione è stata anche al centro di diverse trattative nel Governo, essendo la gestione dei fondi una questione strettamente politica: con il passaggio alle Regioni, al momento tutte in mano al centrodestra e al centrosinistra, il Movimento 5 Stelle, che presiede il Ministero del Sud, si trova privato di una competenza importante.
  • Altro focus per le modifiche riguarda le norme relative all’ex Ilva, ora in mano a ArcelorMittal. Approvata la revoca dell’immunità penale. Un punto, questo, contestato dall’azienda. Secondo una norma del 2015, l’ArcelorMittal dovrebbe avere uno scudo penale per le condotte in merito all’attuazione del Piano ambientale Aia (Autorizzazione integrata ambientale), cioè quel piano d’azione che permetterebbe all’ex Ilva di uniformarsi ai principi ambientali. «Con il decreto Crescita formulato così diventerebbe impossibile gestire gli impianti di Taranto», avevano commentato dall’ArcelorMittal. L’eliminazione dello scudo è fissata al 6 settembre 2019.

Il testo

Nel rapporto del 18 giugno 2019, le misure per la crescita economica sono divise in tre parti: quelle fiscali (16 articoli), quelle finanziarie (13 articoli) e quelle più generiche (20 articoli). Tra queste c’era anche la misura per la salvaguardia del “Made in Italy” (2 articoli).

Oltre a quelle già elencate tra le novità, vediamo quali altre prevede il decreto Crescita.

Le misure fiscali

  • Agevolazioni per i docenti, ricercatori e lavoratori che rientrano in Italia dopo un periodo all’estero. Una misura per contenere sia la fuga dei cervelli che quella della forza lavoro;
  • in ambito di pace fiscale, si riaprono i termini della rottamazione-ter delle cartelle e del saldo e stralcio per i contribuenti che non sono riusciti a presentare la domanda di adesione entro lo scorso 30 aprile.

Le misure finanziarie

  • Previsto un Fondo di garanzia in favore dei soggetti che finanziano progetti tramite piattaforme di “social lending” e di “crowdfunding”;
  • finanziamenti alle imprese che scelgono l’economia circolare e le strategie sostenibili;
  • una corsia preferenziale per erogare più rapidamente ai risparmiatori truffati dalle Banche i rimborsi sotto i 50.000 euro;
  • più poteri alla Consob per controllare e gestire il commercio online;
  • per quanto riguarda il caso Carige, è prevista la proroga del termine per il rilascio della garanzia dello Stato sulle nuove obbligazioni;
  • cancellato il termine del 30 giugno per la restituzione del prestito di 900 milioni concesso ad Alitalia. Si autorizza il Mef, inoltre, a sottoscrivere quote di partecipazione al capitale della NewCo.

La tutela del made in italy

  • Nasce il “Marchio storico di interesse nazionale” per limitare (e sanzionare) la chiusura degli stabilimenti e la delocalizzazione. Se la proprietà pianifica la chiusura dello stabilimento, con relativo licenziamento collettivo, sarà obbligata a notificarlo al Mise. Se poi intende delocalizzare ma non trova acquirenti che possano reindustrializzare la struttura (e quindi assumere i dipendenti che non intendono seguire il marchio all’estero), allora si avvia una collaborazione con lo stesso ministero. Le sanzioni per chi non rispetta le regole variano dalle multe (fino al 3% del fatturato) al commissariamento.
  • Per evitare l’Italian Sounding, e cioè l’imitazione dei prodotti di origine italiana, sono previste delle strategie che blocchino l’utilizzo del marchio made in Italy al di fuori di certi parametri. Tra questi, incentivi al deposito dei brevetti, con un credito di imposta pari al 50% delle spese sostenute per la tutela legale dei propri prodotti venduti all’estero, inclusi quelli agroalimentari.

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