Stonewall: 50 anni fa, in un bar, la prima rivolta per i diritti LGBTQ: «Quella notte diventammo persone» – L’intervista

Nel 1969, in un bar di New York, nacque il movimento per la difesa dei diritti degli omosessuali. Open è tornata in quei luoghi e ha intervistato un veterano che ha partecipato al primo moto di insurrezione: l’attore e attivista Jim Fouratt

Christopher Park è una piccola piazza del Greenwich Village, qui a New York, dove oggi le bandiere arcobaleno, uno dei due simboli universali della comunità LGBTQ, non si contano. L’altro simbolo universale è lo Stonewall Inn, il bar dove 50 anni fa, hanno avuto luogo le rivolte contro la polizia che hanno segnato l’inizio del movimento per la difesa dei diritti degli omosessuali. Anche lo Stonewall affaccia qui, su Christopher Park. E non è un caso che a New York si festeggi quest’anno il World Pride, la marcia dell’orgoglio gay a livello mondiale, che porterà nella Grande Mela circa tre milioni di persone.

Tutto il mese di giugno è stato dedicato alle celebrazioni del Pride. A partire dalla mostra “Love & Resistance: Stonewall 50”, fino al 13 luglio alla New York Public Library, che ripercorre, con fotografie e documenti, quel 1969 di grande cambiamento. La parata di oggi poi, che durerà dodici ore, terminerà con un intervento del sindaco di New York, Bill De Blasio, e un concerto di Madonna.

Il cuore caldo di questo compleanno arcobaleno resta però il Greenwich Village. «Questa volta è diverso» dice una donna che attraversa la strada. «Lascio questi fiori per tutte le persone care che ho perso» dice John, che appoggia un mazzo di garofani ai piedi del Gay Liberation Monument, la scultura dell’artista americano George Segal che raffigura due uomini e due donne in atteggiamenti naturali.

E qui, su una delle panchine del parco che guarda a quel bar pieno di storia, incontriamo anche Jim Fouratt, attore e attivista americano, arrivato a New York nel 1960. Lui quella notte allo Stonewall Inn c’era. «Non è stata una rivolta. I politici a un certo punto hanno deciso che si trattasse di una insurrezione, ma una insurrezione per essere tale ha bisogno di una premeditazione e di un leader, e nessuna delle due condizioni si era verificata allo Stonewall. Io la definisco una ribellione».

Jim parla di una ribellione interiore, dell’anima, di un momento magico che ha vissuto chi era con lui. «Nel 1969 si poteva essere licenziati se si era gay, non c’era nessuna protezione, non potevi neanche essere preso in considerazione per un lavoro se c’era il sospetto che fossi omosessuale. Quella notte, invece, per la prima volta nella mia vita ho visto degli esseri umani, non potenziali fidanzati, persone con cui sarei andato o con cui già ero stato a letto. Ho visto quelle persone nella loro interezza. È stato un momento di svolta».

Nella testimonianza di Fouratt anche la smentita di una certa mitologia cresciuta attorno alla fama dello Stonewall. Nessun raid, nessuna violenza, nessun incendio, come vorrebbero le cronache più feroci del tempo, ma semplicemente un poliziotto che cerca di disperdere una folla esultante. «Nessuno parla del consolidato sistema di corruzione degli agenti che c’era in città», spiega.

Nella ricostruzione di Jim, la vendita di alcolici era vietata agli omosessuali. Per questo dietro ogni bar gay c’erano organizzazioni criminali che pagavano i poliziotti per poter continuare a tenere aperti quei locali. «Seymour Pine, l’ispettore che intervenne quella sera, fece il suo lavoro. Era nel suo interesse disperdere la folla e mettere in giro la voce di un raid, di borseggiatori, di prostituzione, ma io non avevo mai sentito queste storie prima».

Una revisione, quella di Fouratt, che termina comunque con un lieto fine: la vittoria del fronte LGBT e la libertà che diventa finalmente un fatto. «Quello che è successo quella sera qui si è espanso a macchia d’olio e ha fondamentalmente cambiato il modo in cui le persone lesbiche e gay si percepiscono. Per questo parlo di una ribellione. Non è stata una di quelle ribellioni violente, è stata un ribellione interiore contro l’omofobia interiorizzata. E io non ho mai incontrato una persona lesbica o gay, anche se per alcuni giovani oggi potrebbe essere diverso, che non ha quel disprezzo di sé, quella vergogna dentro, perché questo è quello che la cultura fa alle persone omosessuali».

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