Tornano gli animali a Chernobyl? Sì, ma forse non stanno tutti bene – L’intervista

L’aumento di una popolazione non è sempre indice di benessere. Il biologo Giacomo Moro Mauretto spiega cosa sta succedendo nel luogo che ha visto il peggior disastro nucleare nella storia d’Europa

Recentemente a seguito della serie Tv Hbo dedicata al disastro nucleare di Chernobyl si è scoperto che la fauna locale sta tornando. Nella zona ci sarebbe addirittura una vera e propria «oasi naturale».

Si sono fatte diverse ricerche sulla flora e sulla fauna. Ed è sostanzialmente vero: sono state registrate tante specie quante se ne troverebbero in un parco naturale. Come si spiega? Forse le radiazioni non contaminano la zona così a lungo quanto pensavamo?

Altri studi fanno notare che il problema non sta solo nella biodiversità, c’è anche chi sostiene che i singoli esemplari non se la passino affatto bene. Chi ha ragione? Sono tanti i fattori da tenere in considerazione.

Queste teorie infatti presentano delle lacune che non ci permettono di focalizzare la vera natura della situazione. Gli studi fanno riferimento a elementi surrogati, che non sembrano dimostrare un rapporto causale con l’inquinamento da radiazioni. 

Ne parliamo assieme al biologo Giacomo Moro Mauretto, studente alla Scuola superiore di Padova e divulgatore di YouTube Italia col canale Entropy for life.

A Chernobyl gli animali stanno malissimo

In una recente intervista pubblicata su Dw Timothy Mousseau parla delle specie mutate a Chernobyl, accennando anche a quelle che ha studiato nell’area di Fukushima. Il ricercatore cita anche altri studi in merito, che nell’articolo non vengono però approfonditi. Si parla di insetti mutati e uccelli che presentano dei tumori. 

«Sono stati pubblicati diversi altri articoli – spiega Moro Mauretto – come quello molto citato di Anders Pape Møller sul cervello delle rondini, criticato poi in un altro paper pubblicato dalla Royal Society. Si sostiene che a Chernobyl le rondini abbiano avuto una riduzione delle dimensioni del cervello. Ci sta, anche se altri autori fanno notare che possano esserci tante altre spiegazioni».

«Quando in questi studi si parla di “animali” dobbiamo considerare due significati diversi: le popolazioni stanno bene, ma bisogna considerare anche tutti i singoli esemplari. Questo è il punto principale da cui nascono tutti i vari problemi».

Effettivamente a livello di metodo di ricerca si è tenuto conto degli esemplari mutati rispetto alla popolazione, ma non sembra ci siano dei confronti con altre popolazioni in parchi naturali, dove sicuramente le radiazioni non ci sono. Manca la cosiddetta “prova del bianco” che vediamo in molte ricerche quando si parla di “gruppi di controllo”.

«Parliamo del “controllo negativo” – conferma il biologo – la cui mancanza mi rende scettico. Sono il primo a scommettere che gli animali a Chernobyl possano avere una elevata incidenza di varie problematiche, soprattutto negli animali che vivono più a lungo: gli umani sarebbero i primi ad avere una elevata incidenza di tumori».

«C’è un articolo riassuntivo pubblicato su Enviromental Research, molto criticato per la mancanza di un controllo negativo. Si cita anche lo studio sui cervelli delle rondini. Potrebbero essere le radiazioni, ma dobbiamo tener conto anche di altre cause, come l’assenza degli umani». 

«Møller stesso pubblicò un articolo molto noto tra gli etologi, dove mostrava che il cervello di diverse specie di uccelli è proporzionale all’incidenza dell’attività umana. Noi stessi siamo un fattore di selezione per gli uccelli col cervello più grande, perché devono essere più furbi nello schivare le auto, evitare i cacciatori, eccetera».

«Lo stesso autore che ha mostrato come la presenza umana renda il cervello degli uccelli più grande, sostiene anche che se si riduce nelle rondini è colpa delle radiazioni, dimenticando che Chernobyl non è più abitata da esseri umani. Questa è una cosa che mi fa storcere il naso, perché l’intero ecosistema della regione è cambiato a causa della nostra assenza».

Parliamo sempre di dati surrogati, che dimostrano fenomeni non necessariamente collegati con quello delle radiazioni. «Esattamente, è un cherry picking – conferma Moro Mauretto – si citano anche mutazioni nel microbiota degli animali di Chernobyl; può succedere anche negli umani, ma non sono necessarie le radiazioni per spiegarlo». 

«C’è stato sicuramente un grande cambiamento ecologico: foreste che crescono, campi diradati; tutti questi aspetti cambiano notevolmente le circostanze. Detto questo: allora gli animali stanno meglio?».

A Chernobyl gli animali stanno benissimo 

Arriviamo al secondo punto – il “bicchiere mezzo pieno” – quello degli articoli rilanciati a seguito della serie Tv su Chernobyl, in cui si mostra che effettivamente gli animali stanno “tornando”, tanto che oggi attorno all’area del disastro ci sarebbe una vera e propria riserva naturale.

Eppure c’è ancora una domanda. La presenza dell’uomo prima del disastro non avrebbe dovuto scongiurare una precedente abbondanza di specie nella regione? «Infatti, a noi risulta che le popolazioni di animali da allora siano aumentate – prosegue il biologo – anche alcune più rare come la lontra che è stata vista mediante foto-trappole. Come accennavo prima, le popolazioni stanno bene, i singoli animali non si sa».

«Il punto principale degli studi sulle popolazioni è che si sia creata proprio un’oasi naturale a seguito della scomparsa dell’uomo. Il che ha davvero senso, perché è un’area lasciata completamente a se stessa. Mi sembra ovvio che prima del disastro tutto questo non ci fosse. Il “ritorno” dovrebbe riferirsi a migliaia di anni fa, quando non esistevano ancora insediamenti umani».

«Le radiazioni sono una variabile nascosta che ha portato al nostro allontanamento. Detto questo, bisogna chiedersi se i singoli individui stiano peggio rispetto all’intera popolazione, a causa di esse o di altri fattori. Su questo punto c’è ancora un dibattito aperto». 

Chernobyl è bella ma non ci vivrei

Questi animali non conoscono la fisica, non hanno le informazioni che abbiamo noi sugli effetti delle radiazioni, quindi se trovano un’area abbandonata possono cominciare a proliferare, facendoci registrare un aumento della popolazione. 

Anche le radiazioni come l’uomo possono essere un fattore di selezione: non sappiamo quanti singoli individui non saranno più in grado di sopravvivere e procreare, mentre altri più adatti riusciranno ad avere una discendenza. 

Noi questo con gli esseri umani non possiamo farlo, a meno che non ci sia una dittatura che deporti una popolazione di persone a Chernobyl, censurando i casi di tumore e mostrando i sopravvissuti, sostenendo che stanno tutte bene e continuano a proliferare nonostante le radiazioni.

«A quel punto si potrebbe dire che “gli umani stanno bene a Chernobyl” – continua Moro Mauretto – Dal punto di vista della popolazione sarebbe vero. Bisogna vedere se i singoli individui hanno le stesse aspettative di vita di chi vive fuori dall’area contaminata: questo non è detto».

Foto di copertina: Royal Society | Le rondini di Chernobyl

Per approfondire:

Sullo stesso tema: