Dal fascismo al colonialismo italiano: perché continuiamo a riscrivere la storia? L’intervista

Recentemente il sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano ha detto che l’Italia non ha «una tradizione coloniale, non abbiamo sganciato bombe su nessuno». Sarà davvero così?

In tutta Italia si registrano da tempo tentativi che puntano a rivalutare il ventennio fascista, come se si trattasse di una parentesi tutto sommato positiva. Secondo diverse fake news, le nefandezze compiute sotto il fascismo sono il frutto di un racconto distorto e parziale: quello dei vincitori, che avrebbero influenzato gli storici che si sono occupati del regime di Mussolini.

Anche il colonialismo italiano è oggetto di vari tentativi di riscrittura: basti pensare alle parole del sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano, secondo il quale l’Italia non avrebbe «una tradizione coloniale, non abbiamo sganciato bombe su nessuno».

Open ha chiesto al professor Alessandro Barbero, esperto di storia medievale e militare, di spiegare perché queste manifestazioni revisioniste non hanno molto senso.

Non avevamo una tradizione coloniale come altre potenze: e quindi?

«Qualsiasi storico le risponderà allo stesso modo: qui non stiamo parlando di cose ipotetiche, si tratta di fatti accertati. Poi potremmo interrogarci su cosa voglia dire “tradizione coloniale”, certo, ma noi abbiamo avuto delle colonie, dove ci siamo comportati ferocemente. Per conquistare queste colonie abbiamo gettato bombe, eccome. Non avremo messo il cappio al collo a nessuna economia, ma lo abbiamo messo a tanti esseri umani, per esempio durante la repressione in Libia».

«Non è questione di opinioni. Legittimo avere delle opinioni, persino essere fascisti, se uno ne accetta le conseguenze. Negare quel che è successo invece è quel che di peggio si potrebbe fare. Si confonde il limite tra la realtà e l’immaginario».

Quali sono le differenze tra il colonialismo italiano e quello di altri Paesi?

«Rispetto ad altri imperi coloniali, come quello inglese e francese, noi abbiamo avuto una storia coloniale più breve, come i Paesi nati più tardi, quali la Germania che ha avuto poche colonie in Africa, ha fatto in tempo a commettere atrocità anche lì, e poi le ha perse. Noi ovviamente prima dell’unità d’Italia non potevamo avere delle colonie, ma subito dopo abbiamo cominciato a volerle, e ce le siamo prese».

«Ci siamo presi anche delle batoste nel tentativo di conquistarle. Però la nostra tradizione coloniale è durata dagli anni ’80 dell’Ottocento fino alla caduta dell’Impero nel 1942, durante la Seconda guerra mondiale quando abbiamo perso tutto quello che avevamo. Una tradizione coloniale durata 60 anni: non mi sembra che siano pochi».

Perché c’è la tendenza a sminuire i nostri crimini, esaltando le «cose buone»?

«Fa parte della nostra tradizione pensare che gli italiani sono “brava gente”. Un popolo che avrebbe commesso meno atrocità degli altri. Questo non è del tutto falso. Per esempio le truppe italiane nella campagna di Russia durante la Seconda guerra mondiale si sono comportate molto meno peggio di quelle tedesche».

«Al momento della caccia degli ebrei da parte dei nazisti ci sono state complicità italiane, ma anche una resistenza passiva di parte dell’Italia che in altri Paesi non è stata dello stesso tipo, quindi in alcuni casi noi possiamo anche dire che ci sono state situazioni in cui gli italiani si sono rivelati più umani rispetto ai nazisti».

E questo vale anche per il colonialismo italiano?

«Nel contesto coloniale è noto che in Libia e in Etiopia sono state commesse atrocità che sono documentate, tali e quali a quelle commesse da altre potenze coloniali». 

«Per i nostri valori di oggi è chiaro che il colonialismo è stato un crimine, che non è responsabilità di singoli individui: la civiltà europea ha creduto di poter avere il diritto di conquistare il mondo, sottometterlo e “civilizzarlo”. Oggi abbiamo capito che è stato uno sbaglio, ma generazioni di europei sono stati convinti che fosse una cosa giusta e meravigliosa. Gli esploratori e quelli che andavano a conquistare e amministrare erano visti come degli eroi: questo lo pensavano tutti». 

«Ci sono state anche delle opposizioni. In Italia il partito Socialista ebbe un punto di vista critico, ma in generale l’idea che abbiamo noi, sul colonialismo che è stato un crimine, avrebbe lasciato stupefatti gli europei di 150 anni fa. Il colonialismo secondo loro faceva bene agli indigeni, si portava la civiltà, si costruivano le strade, eccetera».

«Si tratta di giustificazioni per qualcosa che secondo i nostri valori non è giustificabile. Parliamo di un discorso complesso: non è del tutto falso che noi abbiamo costruito strade, città e portato una cultura amministrativa in paesi che non ne avevano; il punto è che queste cose non bastano a giustificare l’invasione di quei Paesi, e che li governassimo sottomettendo gli abitanti e trattandoli come cittadini di serie B». 

Questa tendenza a distorcere la storia è tipica solo della nostra epoca?

«Forse quello che è tipico della nostra epoca è il pretendere di sottomettere la politica a un giudizio anche etico. Si tratta di una pretesa illusoria, perché chiaramente anche oggi la politica è un gioco di interessi. Progressivamente nel tempo, a partire dalle rivoluzioni americana e francese, arrivando al ‘900 con la Seconda guerra mondiale e il processo di Norimberga, è diventato normale condannare chi – per l’interesse del proprio Paese – invade, conquista, sottomette, eccetera».

«Nella Storia tutti hanno sempre fatto i propri interessi commettendo atrocità, ma ad Attila re degli Unni nessuno andava a dirgli “come sei cattivo, hai sterminato l’intera popolazione di Aquileia, vergognati e chiedi scusa”. Attila non avrebbe avuto nessun bisogno di negarlo, anzi, era felicissimo di aver costruito una piramide di teschi».

«Quando invece nella politica ci deve essere – forse giustamente – anche un po’ di idealismo, sottoponendola a un criterio morale, allora è normale che si cerchi di nascondere nell’armadio tutto quello che in realtà è stato fatto».

Qual è l’eredità del colonialismo sui Paesi da cui oggi arrivano molti migranti?

«Certamente la conquista europea e la colonizzazione è stata una rottura traumatica nella storia del Medioriente e dell’Africa. Ha distrutto convivenze precedenti, ha creato nuovi conflitti. Sappiamo di conflitti etnici come quello tra Hutu e Tutsi in Ruanda, secondo alcuni “creati” dalla politica coloniale». 

«Abbiamo lasciato in eredità paesi con frontiere insensate, senza alcuna compattezza etnica (vedasi l’Iraq, la Libia o la Siria) e di conseguenza non c’è dubbio che l’instabilità di quelle regioni dipenda anche dal trauma del colonialismo e delle conseguenze che ha lasciato».

«Detto questo, non semplificherei al punto di sostenere che i migranti scappano per colpa del colonialismo di cento anni fa, e quindi noi oggi saremmo moralmente tenuti ad accoglierli. Le cose sono più complesse di così. L’Italia tra i Paesi coloniali forse è quello che è riuscito di meno a mantenere un legame con le ex colonie restando un punto di riferimento importante».

«Gli altri Paesi lo hanno fatto. L’Inghilterra adesso meno, ma per molto tempo lo ha fatto attraverso il Commonwealth. La Francia lo sta ancora facendo, con il franco africano e la lingua francese che è un collante effettivo nelle sue ex colonie. Noi in Somalia, in Etiopia, in Eritrea e in Libia alla fine non siamo stati capaci di far sì che questi Paesi ci considerassero come partner coi quali vale la pena mantenere un rapporto organico».

Qualcuno ribatterebbe che anche oggi si fa così, quando vogliamo «esportare la democrazia»

«Secondo me il parallelo ci sta tutto. Naturalmente è un “parallelo”, non una assimilazione totale: il clima è diverso. C’è comunque dietro un modo di fare politica che si aggrappa a delle illusioni. Così come in passato ci si illudeva che il colonialismo fosse una cosa redditizia (per la verità costava tantissimo) e che fosse una cosa giusta, perché la storia del Mondo andava in quella direzione, di progresso e civiltà».

«Adesso crediamo a un’altra favoletta: cioè che esportare la democrazia sarebbe la cosa giusta richiesta dall’evoluzione della Storia. Poi è probabile che sia sotto il colonialismo, sia oggi si sappia benissimo che queste cose si fanno per i propri interessi, mentre quelle sono solo coperture ideologiche di comodo».

«Ci sono convenienze e affari. La geopolitica comunque è fatta di posizioni di potere, quindi anche da questo punto di vista sembra che ci sia un parallelo. In ogni caso c’è sempre nel fondo l’idea che noi siamo i migliori e rechiamo la soluzione: abbiamo cose buone che gli altri non hanno e noi gliele portiamo».

Questi meccanismi li troviamo anche riguardo al Risorgimento? Pensiamo ai Neoborbonici

«Si tratta di una cosa esclusivamente dannosa. Alimenta questo equivoco sulla cosiddetta “Storia ufficiale” che mentirebbe, quelli che invece non sono storici e non conoscono il mestiere, direbbero la verità. Questo è già un modo per ingannare la gente e farle credere alle favole».

«La realtà è che non esiste nessuna Storia ufficiale. C’è stata a lungo in Italia una celebrazione ufficiale del Risorgimento a livello di feste nazionali, monumenti, propaganda politica. Ma la storiografia ha sempre saputo che la costruzione dell’Italia unità è stata un processo faticoso, contraddittorio, con passi avanti e indietro. Sono stati commessi enormi errori e c’erano idee diverse di come si voleva l’Italia».

«Alla fine è venuta fuori un’Italia di compromesso che non è piaciuta a nessuno. Questo è ovvio, gli storici l’hanno sempre saputo. In nessun modo il revisionismo Neoborbonico può aiutare a capire meglio e svelare chissà quali verità nascoste. Invece confonde le acque, perché esattamente come una propaganda ufficiale non vede la complessità delle cose e le contraddizioni, ma appiattisce tutto su una narrazione da favoletta».

«Di nuovo, non si alimenta nella gente un atteggiamento critico, cercando di capire cosa è successo davvero, ma un comportamento tra il leggendario e il lagnoso, per cui gli altri son cattivi e brutti ed è colpa loro se le cose oggi ci vanno male».

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