Sea Watch, la procura di Agrigento notifica il dissequestro penale. Ma la nave resta bloccata

La misura, «se confermata dal Prefetto, segnerebbe la definitiva confisca della nave», dicono dalla ong

La Sea Watch 3 resta ancora ferma, sotto sequestro, a Licata. Se da un lato alla ong è stata notificata la fine del sequestro probatorio disposto dalla Procura di Agrigento dopo l’ingresso in porto a Lampedusa della nave della ong tedesca lo scorso 29 giugno – quando era rimasta bloccata 17 giorni in mare dopo aver soccorso 53 naufraghi – la Capitana Madeleine Habib non può togliere ancora gli ormeggi che da tre mesi legano la Sea-Watch 3 alla banchina del porto di Licata.

Il 2 settembre, spiegano dalla ong, «ci è stato notificato il sequestro cautelare amministrativo della nave, insieme a una nuova sanzione amministrativa di 16.666 euro», che Carola Rackete, comandante della nave al momento dei fatti, e Sea-Watch sono obbligati a pagare in solido. «Se confermata dal Prefetto, tale misura segnerebbe la definitiva confisca della nave».

Il ruolo del Decreto Sicurezza bis

La spiegazione del sequestro amministrativo viene fatta risalire dai legali della Sea Watch alle evoluzioni del Decreto Sicurezza bis. Nella prima versione del testo, infatti, la confisca era applicabile solo in caso di «reiterazione» della condotta.

Nel caso della Sea Watch 3, però, non ci sarebbe stata alcuna reiterazione, dicono i legali: alla nave vengono contestati due momenti, a due giorni di distanza, della medesima vicenda. «Attraverso un’interpretazione distorta e politicamente rivolta al blocco della nave a ogni costo, si giustifica la “reiterazione” con l’ingresso, avvenuto il 26 giugno, e la sosta della Sea-Watch 3 nelle acque territoriali quando, il 28 giugno, nell’impossibilità di effettuare l’approdo in porto, osteggiato dalle autorità, gettava l’ancora in attesa di sviluppi e nella speranza di non essere costretta a entrare non assistita», si legge nella nota della organizzazione. La stessa ordinanza del giudice di Agrigento di non convalida dell’arresto di Carola Rackete, ricordano ancora da Sea Watch, «aveva ritenuto inapplicabile il pacchetto sicurezza bis nella fattispecie».

«Il sequestro cautelare amministrativo è palesemente illegittimo alla luce dello stesso decreto sicurezza bis nella sua prima versione: un oltraggio all’intelligenza», commenta Alessandro Gamberini, legale difensore di Sea-Watch.

La comandante della Sea-Watch3 Carola Rackete lascia la procura dopo il suo interrogatorio, Agrigento, 18 luglio 2019. ANSA/ Pasquale Claudio Montana Lampo

L’organizzazione comunica di avere intrapreso azioni giuridiche contro l’allora decreto-sicurezza bis, le multe e il sequestro. «La legge sul pacchetto sicurezza calpesta il dovere di un comandante di portare in salvo naufraghi soccorsi in mare e colpisce la dignità di un Paese che oggi considera una nave che salva vite, adempiendo a un dovere di legge e a un obbligo morale, come una minaccia alla sicurezza e all’ordine pubblico», aggiunge Giorgia Linardi, portavoce di Sea-Watch. «Chiediamo anche che si faccia luce sulla responsabilità di chi ha ordinato che quell’ingresso fosse impedito».

Ora il sequestro amministrativo, per la comandante Carola Rackete, «é una perdita di tempo ingiustificabile e un abuso volto a impedire gli sforzi per salvare vite. Se i governi non agiscono, come cittadini europei dobbiamo fare in modo che nessuno muoia in mare, almeno fino a quando non ci sarà un adeguato dispositivo di soccorso e alternative sicure e legali alla migrazione, non nelle mani dei trafficanti».

Il caso Sea Watch

Il caso della nave umanitaria comincia il 12 giugno scorso, quando la Sea-Watch 3 soccorre 53 naufraghi a circa 70 km – 46 miglia nautiche – dalle coste della Libia. «Non avendo ricevuto indicazioni dalle autorità contattate se non quella di dirigersi a Tripoli, cui ci siamo opposti, la Sea- Watch 3 ha fatto rotta verso il porto sicuro più vicino al luogo del soccorso, Lampedusa», ricostruiscono dalla ong.

La notte in cui la Sea-Watch 3 arriva al limitare delle acque territoriali italiane, tra il 15 e il 16 giugno, entra in vigore il Decreto Sicurezza bis, che, per la ong tedesca, «criminalizza l’ingresso delle navi che costituirebbero una minaccia alla sicurezza e all’ordine pubblico poiché in violazione del diritto internazionale». Il decreto poi convertito in legge si fonda, è l’attacco, «su un’interpretazione distorta del diritto del mare di fatto criminalizzando l’attività umanitaria».

Il 26 giugno la nave umanitaria «dichiara lo stato di necessità e fa ingresso nelle acque territoriali, ma nemmeno allora le è concesso l’ingresso in porto». È qui che la Comandante Carola decide, di fronte a una situazione definita come ormai «disperata», di entrare nel porto di Lampedusa con i 40 naufraghi rimasti a bordo, anche a seguito di precedenti evacuazioni mediche. Su Carola Rackete, ricorda ancora Sea Watch, «pendono due indagini penali, una relativa al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, l’altra la vede indagata per resistenza e disobbedienza a nave da guerra e resistenza a pubblico ufficiale».

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