Perché e come Conte ha permesso al procuratore di Trump di incontrare il capo dei nostri 007?

di OPEN

A settembre il procuratore generale americano William Barr venne in Italia per indagare sull’inchiesta Russiagate. Incontrò i servizi segreti italiani, ma non è chiaro perché gli fu permesso e quali informazioni ricevette

Le visite in Italia del procuratore generale americano William Barr continuano a sollevare dubbi riguardo la natura della cooperazione tra autorità americane e servizi segreti italiani nell’inchiesta sul Russiagate, portata avanti dal consigliere speciale Robert Mueller, nella quale venne dimostrato che la Russia avesse interferito nelle elezioni Usa del 2016 che portarono Donald Trump alla Casa Bianca.

I punti di domanda sono ancora diversi: perché il premier Giuseppe Conte ha autorizzato un incontro tra un esponente dell’amministrazione Trump e i capi degli 007 italiani? Da chi è stato chiesto e per quale motivo? I servizi hanno fornito materiale top secret a Barr? Che legame c’è tra la visita di Barr e il successivo incontro tra il segretario di Stato americano Mike Pompeo e Giuseppe Conte, incontro in cui il premier italiano ha confermato l’intenzione dell’Italia di acquistare 90 aerei F-35?

La visita di Barr in Italia

Sono due le visite di Barr in Italia: la prima risale ad agosto e vide Barr incontrarsi con il direttore del Dis (Dipartimento delle informazioni per la sicurezza) Gennaro Vecchione. La seconda invece risale a fine settembre dove Barr, tornato a Roma questa volta in compagnia del procuratore John Durham, si incontra nella sede del Dis a Piazza Dante con il direttore dell’Aise (Agenzia informazioni e sicurezza esterna, il servizio segreto per l’estero) Luciano Carta e con quello dell’Aisi (Agenzia Informazioni e Sicurezza Interna) Mario Parente.

A dare la notizia dell’incontro segreto – organizzato in fretta in furia senza rispettare i protocolli – è stato il sito americano The Daily Beast, che racconta come il suo scopo sia stato quello di ottenere informazioni riguardo il ruolo giocato dal professore maltese Joseph Mifsud, ex docente alla Link Campus University di Roma, nel far arrivare la notizia alla squadra elettorale di Donald Trump che i russi fossero in possesso di alcune email di Hillary Clinton.

ANSA / Joseph Mifsud nell’aprile del 2016

Il tramite sarebbe stato George Papadopoulos, consigliere per la politica estera nella campagna elettorale di Trump, che negli ultimi giorni ha duramente attaccato Renzi, sostenendo che l’ex premier italiano avesse giocato un ruolo chiave nella vicenda su ordini dell’ex presidente americano Barack Obama. Sempre secondo il sito americano, durante l’incontro Carta e Parente fecero ascoltare a Barr una registrazione in cui Mifsud motivava la sua richiesta di protezione fatta alle autorità italiane, facendo i nomi e cognomi di chi lo stava perseguitando.

Come riportato invece nel New York Times, Papadopoulos ha accusato Mifsud di essere un agente della Cia e di aver agito in accordo con l’intelligence di paesi stranieri, tra cui l’Italia, per sabotare la candidatura di Trump. L’indagine portata avanti da Barr va dunque in una direzione opposta a quella di Robert Mueller, la cui inchiesta Russiagate aveva stabilito che la Russia avesse effettivamente interferito nella campagna elettorale del 2016 a favore di Donald Trump non soltanto tramite la propaganda sui social media, ma anche attraverso l’hackeraggio delle email di Hillary Clinton, fatte arrivare direttamente ai collaboratori di Trump.

Leggi anche: